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giovedì 3 maggio 2012

Alice ... quale meraviglia?


Solitamente, si è portati a credere che Alice nel paese delle meraviglie, originariamente pubblicata nel 1865, sia un’opera per bambini.



(immagine tratta da: http://24.media.tumblr.com/tumblr_lygkapK9sj1r0wqq1o1_500.jpg)

Penso che tale credenza sia errata. E questa mia opinione è facilmente dimostrabile facendo osservare come, in genere, i più piccoli mal sopportino tutti i giochi linguistici, gli specifici non – sensi, con i quali si diletta il suo autore, Lewis Carroll, al secolo Charles Lutwidge Dodgson. E d’altra parte, non me la sento proprio di biasimarli poiché l’ironia, il sarcasmo, la parodia esulano decisamente dal loro “piccolo” (e piacevole) mondo. A differenza di noi “grandi”, semplicemente, non avvertono l’esigenza di esperienze “altre”, di fenomeni, più o meno marcati, di “estraneamento”, di rovesciamenti metaforici dell’ordine di questo nostro mondo.

(immagine tratta da: http://3.bp.blogspot.com/_MLTPJ6Tw4u8/Sen3N0zYdlI/AAAAAAAANC8/xBspsu7LkMQ/s400/1book3.jpg)


Eppure, la prosa risulta piacevole, quel mondo a dir poco meraviglioso che viene descritto, abitato da conigli dagli occhi rosa, da cappellai, da bruchi e gatti ipnotici, da bevande che invitano ad essere bevute e alimenti che invitano ad essere mangiati, salvo produrre effetti a dir poco inusitati sul povero malcapitato, è certamente fantastico ma il senso del “fantastico”, sempre così ben funzionante nei piccini, non viene acceso in questo caso, salvo rare occasioni. Non che i bambini siano privi del gusto per il fantastico, il meraviglioso, ma si tratta di sensi diversi da quelli cui è possibile accedere per il tramite della lettura carrolliana, di percezioni, di gusto, non adatti ai minori. A differenza, forse, della fiaba propriamente detta nella quale si fondono “un aggregato di racconti, di generi e di pratiche” (M. Rak, Logica della fiaba. Fate, orchi, gioco, corte, fortuna, viaggio, capriccio, metamorfosi, corpo, Mondadori, Milano, 2005, p. 28), e ove si “produce un’immagine del tempo” (ivi, p. 29), “un’immagine dello spazio” (ibidem), e al cui interno ogni “lettore può vederci quello che vuole e avviarsi dal testo per uno degli infiniti reticoli di racconti che il suo gruppo possiede e rende praticabili” (ibidem), dove si “legge soltanto quello che si conosce e si può conoscere” (supra).
Come mai? La cosa è, a dir poco, strana, quando non anche “meravigliosa”, volendo seguire qui il senso dello stupore imbracciato, e sostenuto, da Dodgson.
I bambini non amano Alice, non amano i soldatini di carta, non amano i dialoghi bizzarri dei protagonisti, quelle strane contese linguistiche in cui si districano i bizzarri personaggi che affollano il mondo delle meraviglie, irritando quasi Alice, una bambina fin troppo educata per abbassarsi a così scoperti mezzucci linguistici.
Quel mondo pieno zeppo, sino all’inverosimile, di meraviglie, di “trucchi”, di invenzioni stilistiche, appare loro insolitamente piatto, molto poco divertente, a voler prendere in considerazione davvero il testo di Carroll, con buona pace della sua edulcorazione cinematografica ad opera del pur buon Walt.


(immagine tratta da: http://lafatadeiboschi.files.wordpress.com/2011/05/alice-nel-paese-delle-meraviglie.jpg)

Troppo piatto per risultare vero, troppo bizzarro per risultare divertente. Eppure, è pur sempre un testo per bambini, una serie mirabolante di avventure in sequenze, per metà sogno e per metà visione, suggerito all’autore dalla piccola Alice Liddell, entusiasta sostenitrice di quelle fantasie, probabilmente anche musa e partecipante ai giochi comunicativi narrati sotto la forma delle metafore narrative.



(immagine tratta da: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/4/44/Alice_Liddell_par_Charles_Dodgson.jpg/250px-Alice_Liddell_par_Charles_Dodgson.jpg)

E se le cose stanno così per il primo romanzo della serie, figuriamoci per il secondo, il seguito, non il ritorno: una serie nuova zecca di avventure che non hanno inizio con la caduta in un fosso, portale tra dimensioni diverse, non solamente esistenziali, ma anche semantiche, percettive, conoscitive. Stavolta, Alice letteralmente passa attraverso uno specchio per vivere incontri con menti straordinarie, quindi, in parola, fuori dagli schemi consueti, pedine in carne ed ossa sulla scacchiera. Si tratta soltanto di una metafora bislacca della vita? Personalmente non credo, anche perché le logiche della fantasia, e dell’invenzione slegata dalla fisica del quotidiano, sono diverse da quelle che reggono usualmente il  mondo che abitiamo. Al di là dello specchio, seguito delle mirabolanti avventure nel cosiddetto Paese delle meraviglie, è, se si vuole, addirittura più profondo, più meditato, più ponderato del primo, ed ancora meno adatto a giovani lettori.
In letteratura è ben noto il fenomeno dei vari piani di lettura che si sovrappongo senza che un determinato senso, situato ad uno specifico di quei livelli, venga stravolto. Ebbene, Carroll adopera a piene mani le sue conoscenze di logica formale per delineare mondi paralleli, ma non per questo meno vivi del nostro, meno reali di quello attuale, costruiti con solida geometria. Infatti, i capitoli rispondono alla logica dell’intreccio narrativo ma anche alle esigenze della genetica per piani, sino a che la costruzione del solido non sia completata.
L’idea alla base del seguito, che, avrete capito, solletica il mio interesse in misura maggiore rispetto al primo, è che l’immagine riflessa allo specchio possa venir vissuta, come se lo specchio altro non fosse che il crinale lungo il quale dimorano due dimensioni parallele, ed adiacenti, l’una però priva di reali connessioni con la seconda, e viceversa. Una volta attraversato tale sottile diaframma, però, la realtà viene rovesciata, viene costellata, e tratteggiata, da sensi differenti, da movimenti diversi, così estranei a quelli a noi noti. Il perché è noto: nella sua stesura, Carroll ideò il mondo dello specchio come lo spostamento di figure sullo spazio piano. Attraverso lo specchio, così, segue il normale andamento delle pedine sulla scacchiera, seguendo diagonali, rotazioni, avanzamenti e indietreggiamenti. Eppur piano, non piatto.
La sua lettura, in modo particolare del secondo, ma anche del primo, mi riporta alla mente un altro racconto fantastico, a più dimensioni, anch’esso geometrico, anch’esso frutto della logica formale, Flatlandia, un universo a due dimensioni, ove misere figure geometriche vivono in un mondo piatto e la cui relativamente tranquilla esistenza è sconcertata dall’apparizione di una figura nuova, non più piana, ma solida, la sfera, proveniente da spacelandia, un mondo a tre dimensioni.


(immagine tratta da: http://4.bp.blogspot.com/-b60V50Q5Mdg/ToOdXNrJ7KI/AAAAAAAACp0/k1auqYqhWpo/s320/Flatlandia.jpeg)


Per la sua propria natura, per metà scherzo e per metà discorso serio, desidero qui solo discutere più puntualmente due singoli momenti del secondo libro di Carroll, il primo ha, per ovvie ragioni, interessato, e non poco, i filosofi del linguaggio, il secondo invece interessa il sottoscritto per un discorso in via di sviluppo che riguarda la conoscenza della realtà e le  narrazioni fantastiche. Peraltro, ciò riguarda anche la crescita personale di ciascuno di noi dato che in genere la fiaba attiva nei bambini un processo di sviluppo di competenze che lo conducono fuori dai suoi ristretti orizzonti per abbracciare i rischi del mondo, le paure della vita adulta (B. Bettelheim, Il mondo fantastico. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, Milano, 200813, p. 188). E ciò agendo sul fantastico, ossia “la proiezione sull’immaginario e sul corpo di quanto avviene consuetamente nel processo culturale” (M. Rak, op. cit., p. 64), e al quale, pur nella loro misura, partecipano anche i bambini.


(immagine tratta da: http://www.suoninmovimento.it/Portals/0/mondoincantato.jpg)


Come sappiamo, ad un certo punto, Alice incontra Humpty Dumpty il quale, al termine di un episodio senza capo né coda, in questi termini si rivolge alla povera bambina:

- Quando io adopero una parola […] significa esattamente quel che ho scelto di fargli significare … né più né meno
- La questione è […] se lei può fare in modo che le parole significhino le cose più disparate
- La questione è […] chi è il padrone … ecco tutto

(L. Carroll, Al di là dello specchio, Einaudi, Torino, 2003, p. 187)

Che dire? Cosa aggiungere? Humpty Dumpty mette nero su bianco la reale natura di molte conversazioni umane ove non vige l’assoluta parità tra gli interlocutori (si pensi ad esempio al ruolo giocato da tale dissimmetria nella “chiacchiera”), ma una disparità tra gli uni e gli altri, al punto da inverare, ossia rendere vera, la discussione propria, senza alcun riguardo, a tal punto, per la verità o falsità di quanto asserito. Invece, la povera Alice, povera bimba, rimane legata ad una concezione, per così dire “infantile” di comunicazione secondo la quale la parola significa solo una data cosa e solo quella, e secondo un nesso necessario quanto ineludibile tra “nome” della cosa e “cosa” stessa, né può servire tantomeno per polisensi disparati. Come a dire che Humpty Dumpty utilizza un modello dinamico e strategico d’interazione umana, una nozione di “gioco linguistico” per il quale non v’è distinzione alcuna tra regole e meta regole dello stesso. Cosa che, ovviamente, Alice non può comprendere salvo rimettersi al suo bislacco interlocutore riconoscendone la maggior forza fattuale.


(immagine tratta da: http://liviabidoli.myblog.it/media/00/00/b6754ae13ea371de35b3151eb26bf3f2.gif)



La seconda citazione, anch’essa tratta dal seguito, riguarda il patto stipulato tra Alice e l’unicorno.

- Ma lo sa che anch’io ho sempre pensato che gli unicorni fossero mostri favolosi? Mai visto uno vivo prima d’ora!
- Be’, ora che ci siamo visti l’un l‘altro, - disse l’Unicorno, - se tu crederai a me, io crederò a te. Siamo d’accordo?
- Sì, se le fa piacere, - disse Alice

(L. Carroll, Al di là dello specchio, Einaudi, Torino, 2003, p. 199)

Tutti noi sappiamo che gli Unicorni non esistono, e che, al massimo, si tratta do una costruzione culturale all’interno del quale un’intera cultura ha messo dentro il suo immaginario, le sue fantasticherie, e così via. Eppure Alice “vede” l’Unicorno e quest’ultimo, con la massima naturalità, le parla anche, suggerendole di stipulare un patto tra loro due che la bimba, da garbata com’è, accetta, anche per fare un piacere all’Unicorno. Ebbene, è proprio la natura di tale accordo che solletica la mia attenzione. Infatti, l’animale fantastico, o, per meglio dire, leggendario, propone ad Alice, una volta che si sono visti entrambi, di credere nella sua esistenza allo stesso modo di come anche lui crederà nell’esistenza di Alice. Ebbene, qui non è in gioco la credenza nell’esistenza di esseri mitici come gli unicorni quanto piuttosto la concezione in forza della quale l’immaginario si regge sulla dissimmetria tra «chi» produce la fantasia e l’«oggetto» di tale fantasia. Come a dire che la fantasia carrolliana funziona a due livelli, distinti ma sovrapposti, il primo, e più elementare ove esistono sia Alice sia l’Unicorno, ed un secondo, ove esiste anche Alice in quanto l’Unicorno crede nella sua esistenza. Non più, dunque, solo l’esistenza di una fantasia, ma l’esistenza anche della realtà stessa. È curioso, ma a tal proposito mi viene in mente la fantasia ricorrente, sempre più in voga anche in Italia, dopo aver costellato la subcultura americana, dell’interazione con non – umani provenienti dallo spazio … esistono? Forse non importa stando a leggere Carroll: esistiamo noi perché loro credono alla nostra esistenza, nella (più o meno) stessa misura con la quale noi crediamo alla loro esistenza in quanto anche loro credono nella nostra. Forse, è un gioco di riflessi (deformanti) della nostra cultura, ma il patto tra l’Unicorno e Alice ricorda molto da vicino le fantasie su presunti viaggiatori delle stelle (o forse siamo proprio noi questi ultimi, anche se difficilmente riusciremo a muoverci in largo negli spazi siderali).

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