Cerca nel blog

domenica 26 febbraio 2012

Paradossi


(immagine tratta da: http://3.bp.blogspot.com/_29wiFklIoDw/S0ppM8db8JI/AAAAAAAAAPk/OmAyfofMZ-w/s400/copertina+Paradossi.jpg)

Le presenti note prendono le mosse dal recente testo di F. D’agostini, Paradossi, Carocci, Roma, 2009, pp. 210 del quale non costituiscono una recensione.

Il presente volume della nota epistemologa Franca D’Agostini, testo notevole anche per le argomentazioni che vi sono addotte e per il corposo impianto documentario messo in campo, affronta, ma forse sarebbe più corretto affermare che introduce, il tema complesso e molto problematico, nonché storicamente consistente, dei paradossi.
Cosa sono? Come hanno origine? A cosa sono dovuti? Sono risolvibili? Secondo un filosofo a me caro, Georg Henrik von Wright, purtroppo poco noto in Italia, se non all’interno di un determinato contesto minoritario, i paradossi altro non sono che formidabili sfide per l’intelligenza umana, sia perché ne mettono a nudo i difetti, altrimenti occulti, sia perché la costringono a fare i dovuti conti con loro, conti che mettono in questione il pensiero stesso, che sono in grado di mostrare senza alcun pudore i limiti epistemici stessi del pensiero umano. E d’altra parte, in ciò ritengo consista il loro fascino perverso, non ci si può esimere dall’affrontarli: un pensiero che voglia fregiarsi dell’importante qualifica di ‘razionale’ non può concedersi il loro avere luogo, non può permettersi di tollerarli né tantomeno accettarne la presenza. Al contrario, un pensiero, proprio per dirsi razionale, deve fare di tutto per rimuoverli, magari anche facendo i conti con qualche passaggio andato non a buon fine all’interno delle catene inferenziali in forza delle quali tutti noi pensiamo, parliamo e agiamo.
Secondo l’autrice in questione, il paradosso, in senso tecnico, è intendibile sotto due forme, differenti ma non eterogenee: (a) un argomento apparentemente corretto, ma con una conclusione inaccettabile; e, (b) una domanda con due (o più) risposte (oppure: un problema con due (o più) soluzioni (p. 19). Le due forme, volendo, s’integrano a vicenda nel mettere a fuoco una costruzione epistemica altamente problematica: l’ammettere una contraddizione come vera. Detto altrimenti, sussiste, nel caso dei paradossi, l’«obbligo logico di accettare qualcosa che non vogliamo accettare» (p. 20), «di fronte a un paradosso si generano sempre e quasi meccanicamente (almeno) due vie, due risposte, due soluzioni, e siamo tipicamente indotti a dire: è così, ma anche nel modo opposto; è così, ma nello stesso tempo non è così» (p. 20). Una contraddizione inaspettata che, però, va accettata come vera oppure una duplicità di risposte che, per quanto incompatibili l’una con l’altra, appaiono entrambe vere. Una conseguenza, se vera, deve essere considerata razionalmente accettabile; anzi, va accettata senza indugio. Nel caso dei paradossi, però, si genera una situazione che la D’Agostini denomina di «eccesso epistemico» (p. 20): due possibilità, normalmente escludentisi a vicenda, sono considerata ambedue come vere, ossia razionali. Una risposta di troppo, una possibilità non prevista, ma vera, un conflitto del quale non riusciamo a disfarci, almeno non così su due piedi. Ecco, allora, cos’è un paradosso: una «contraddizione resistente» (p. 21), una condizione data da una contraddizione che per quanto imbarazzante (quando mai il pensiero, se razionale, può accettare un fatto simile?) «per qualche ragione risulta ineliminabile» (p. 21).
Esistono certo molti tipi di paradossi così come molte classificazioni possibili, sui quali l’autrice si sofferma nei capitoli successivi al primo (capp. IV – X).
Comunque, per quanto mi riguarda, mi soffermerò esclusivamente su una considerazione di carattere generale sui paradossi, quella che, dal mio punto di vista, considero interessante, e non solo in questa ridottissima sede.
Prendiamo in considerazione le seguenti proposizioni:

(1)   Niente è vero;
(2)   Questo enunciato è falso;
(3)   È obbligatorio (Uccidere Giorgio)&(Salvare Giorgio).

Cosa possiamo dire in merito?
Concentriamoci, per il momento, sull’enunciato (1). È un enunciato vero o falso? Già il solo porre questa domanda fa sorgere i primi problemi. Infatti, se è vero che niente è vero, allora abbiamo che l’enunciato (1) è falso (se è vero che niente è vero, allora tutto è falso). Lo stesso accade se pensassimo che sia falso che l’enunciato (1) sia vero: se è falso che niente è vero, allora tutto è vero. Cosa sta accadendo? Dal valore di verità che inizialmente possiamo attribuire all’enunciato in questione deriva, in maniera davvero inopinata, il valore opposto … il che è quantomeno strano: dal vero deriviamo il falso, e dal falso il vero.
Prendiamo, adesso, in considerazione l’enunciato (2). Cosa ci dice siffatto enunciato? Che l’enunciato (2) è falso … siamo, cioè, in presenza di un enunciato che predica di sé stesso la falsità. Bene. Allora, cosa accade se ci poniamo la questione della sua falsità o verità? Beh, inopinatamente accade lo stesso che accade per l’enunciato (1): applicando ad esso un valore di verità, deriviamo il valore di verità opposto il quale, per parte e bontà sue, dovrebbe, invece, non essere derivato per mera incompatibilità vero-funzionale, per non dire razionale. Così, se l’enunciato (2) è vero, allora deriviamo che l’enunciato in questione è falso; invece, se è falso, allora inferiamo che l’enunciato (2) è vero.
Ma, volendo, le cose potrebbero pure non fermarsi qui. Infatti, una volta ottenuto il valore di verità opposto a quello inizialmente applicato, ecco che abbiamo ancora un rovesciamento: se falso, allora è vero; e se è vero, allora è falso … Un paradosso va, dunque, inteso quale una particolare enunciazione linguistica la quale dice di sé in partenza di essere vera o falsa. La sua natura è, però, di comportare un’inversione dei valori verofunzionali, di vero e di falso. La pietra dello scandalo è tutta qui: nel fatto che un dato valore di verità implichi il valore opposto.
Prendiamo adesso in considerazione l’enunciato (3). Si tratta di un enunciato normativo, o deontico, secondo il quale è obbligatorio compiere non due azioni semplicemente diverse, ma ben due azioni tra loro contraddittorie. Certo visto così, l’enunciato (3) sembra una sciocchezza. Infatti, solo un legislatore pazzo potrebbe prescrivere di mandare ad effetto due azioni tra loro contraddittorie. Purtroppo, le cose non stanno affatto così. Infatti, la storia della logica deontica presenta enunciati di questo tipo all’interno di catene inferenziali. Per cui, essendo valido l’argomento generale, la conclusione finale, per l’appunto l’enunciato (3) è inaccettabile eppure, essendo stato validamente derivato, va accettato come valido …
La D’Agostini mette in luce le caratteristiche proprie di enunciazioni paradossali e che possono essere riassunte succintamente nel modo seguente:

a)      Autoreferenza;
b)      Circolarità;
c)      Contraddizione.

La prima caratteristica indica il riferimento interno che un enunciato compie su sé stesso (es. un enunciato del tipo “Questo enunciato è falso” predica di sé stesso la falsità).
La seconda caratteristica indica la circolarità dei valori di verità che uno stesso enunciato compie su sé stesso (es. un enunciato del tipo “Questo enunciato è falso” applica circolarmente i valori di verità: dal vero al falso, e dal falso al vero …).
La terza caratteristica, invece, indica la contraddizione in cui incorrono enunciati del tipo (1) – (3) qui enunciati. Infatti, se davanti a enunciati siffatti si ottiene una contraddizione tra valori di verità opposti, allora s’incorre nell’inconsistenza caratteristica dei paradossi.
Tuttavia, a mio sommesso parere sembra che comunque due siano gli aspetti che la presenza di paradossi mette in luce e che andrebbero adeguatamente illuminati se si desidera affrontare alla radice il problema: (i) la (costituzionale) ambiguità del linguaggio umano; e, (ii) la non perspicuità delle nostre affermazioni intorno al mondo. Su (i) valga quanto segue: linguaggio e realtà non sono equiparabili, sono due “entità” del tutto differenti tra loro, ragion per cui è quasi naturale pensare a possibili tensioni tra il primo e il secondo, o mancate adeguate rappresentazioni. Di conseguenza, dato che il mondo non è certo riducibile al linguaggio, ecco che quest’ultimo è necessariamente ambiguo: lascia nell’ombra vaste zone d’essere. Come poter evitare ignorando ciò il sorgere di paradossi? Su (ii), invece, bisogna tener conto che il linguaggio perché costruzione umana fallisce nel render conto del mondo. Le cose, poi, si complicano ogniqualvolta il linguaggio tenta di riferire a sé stesso: in questo caso, infatti, si dà luogo al ben noto fenomeno dell’autoreferenza, il linguaggio opera circolarmente su sé stesso generando … beh … confusione! Un valore di verità che si predica in partenza di un enunciato che parla di sé stesso complica le cose nel senso che non è più chiaro il piano della discussione: si parla dell’enunciato oppure d’altro? La confusione tra piani d’enunciazione porta alla circolarità e, possibilmente, alla contraddizione (dalla confusione a quest’ultima il passo è molto facile).
Tanto su (i) quanto su (ii) si può dire che un corretto, e saggio, uso del linguaggio, accompagnato a chiarezza sulle finalità stesse del parlare, consentirebbe di evitare d’incorrere in paradossi. Così come la logica enumera le regole per il pensiero corretto, la stessa logica dovrebbe dettare le regole per un corretto uso del linguaggio O almeno questo è quanto pensa il sottoscritto che, naturalmente, si assume la responsabilità di quanto scritto e/o detto in questa sede.

Nessun commento:

Posta un commento

Se desideri commentare un mio post, ti prego, sii rispettoso dell'altrui pensiero e non lasciarti andare alla verve polemica per il semplice fatto che il web 2.0 rimuove la limitazione del confronto vis-a-vi, disinibendo così la facile tentazione all'insulto verace! Posso fidarmi di te?