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sabato 17 novembre 2012

Perché le 24 ore sono solo una “trappola” ordita dalla crisi e da un’opinione pubblica in cerca di vittime sacrificali (per tacere del masochismo del personale)



La “farsa” che ha interessato il mondo della scuola nelle ultime settimane è doppiamente significativa, a patto, però, che si desideri davvero coglierne le valenze intrinseche a prescindere dalla vulgata, in genere distorta e/o menzognera, offertane dai media, più o meno interpreti del consensus gentium, ossia di quell’elettore medio italiano che sempre più assomiglia allo stereotipo americano incarnato – nel vero senso della parola – dal personaggio cartoon  Homer Simpson, ossia l’ignorante che abbocca alla TV e che vota per un ‘sì’ o per un ‘no’, occorsogli nell’arco della giornata. Aggiungerei ancora qualche qualifica a tale nozione idealtipica, ma credo sia possibile fermarsi qui senza troppe remore.



(immagine tratta da: http://www.iscalolziocorte.it/Ortofrutta/images/620806p1.jpg)


Partiamo dall’inizio, ossia dal provvedimento di revisione della spesa approvato nel luglio 2012 e che prevede un risparmio da ottenere dalla scuola di 700 milioni circa da qui a tre anni. Dove trovare le risorse? Già la riforma Gelmini, L. n. 133/2008, innovava l’organizzazione didattica in conformità a mai riscontrate e/o suffragate opzioni didattiche ed educative (basti pensare alla giustificazione, chi la ricordi, della soppressione del curricolo articolato sull’alternanza tra tre maestre: “i bambini si confondono, le ricerche (quali?) dimostrano che i minori hanno bisogno di un’unica figura di riferimento”), prescrivendo per il comparto scuola un risparmio complessivo di economie pari a 8 miliardi di euro circa. Quella riforma, non si è mai saputo se opera più del dicastero della (ex) Pubblica Istruzione o del dicastero dell’Economia, ha comportato un taglio lineare di personale pari a 140mila operatori, tra docenti e personale ATA.

Fatta cassa con la scuola allora, si procedette in seguito a “congelare” il rinnovo del contratto di settore, scaduto nel 2009, dopo il rinnovo nel 2006 per il biennio economico 2007 – 2009, per altri due anni e non riconoscendo più in automatico, come era invece previsto da suddetto contratto, l’anzianità di servizio, che si concreta in un incremento salariale per fasce di anzianità. Taciamo della riforma delle pensioni, dell’omologazione dell’età di genere, a mere esigenze di risparmio, e vediamo come in seguito tale blocco del rinnovo contrattuale, che consisterebbe solamente ad un incremento dei salari fermi al tasso d’inflazione attesa per il 2007 (!), recuperando un poco – sempre troppo meno – il potere d’acquisto eroso dall’inflazione, è stato esteso ancora sino al 2014 – ora si parla di estenderlo ancora sino al 2017 - .

Si è trattato, in altri termini, di un’entrata “a gamba tesa” da parte del dicastero economico sull’analogo dell’Istruzione, accorpato nel generico e vacuo M.I.U.R., il mare magno del terzo settore, con espropriazione indebita delle relative funzioni di progettazione, di pianificazione, di organizzazione, di scelte didattiche, etc. Questa progettualità politica era ben chiara in mente all’allora Ministro Tremonti che prevedeva una sorta di (super-)potere del proprio dicastero su tutti gli altri, incarnando una sorta di premierato, esecutore tecnico delle decisione del Presidente del consiglio dei ministri, non più capo del governo e coordinatore dei vari ministeri.

La decisione di “tagliare” la scuola pubblica italiana, senza pensare minimamente ai danni che nel tempo verranno prodotti e che si verificheranno a cascata nel corso del prossimo trentennio, per tacere qui delle ripercussioni sul PIL, è frutto senza dubbio in parte dalla precisa volontà di personaggi digiuni del mondo della scuola – oggi, non quando la frequentavano loro cinquant’anni fa – e in parte dalla precisa volontà degli stessi personaggi di intercettare gli umori “profondi” dell’elettorato … qui comincian le dolenti note a farmisi sentire, direbbe Dante. Infatti, l’elettorato italiano, esattamente come tutti gli altri dei paesi occidentali, ha subito una profonda, e dolorosa, involuzione a vari livelli: culturale; sociale; psicologica; economica; etc. Intorno al 2003 si parlava di declino del nostro Paese, parlarne oggi forse non è più di moda – siamo poi passati alla casta, categoria polimorfa e plurivantaggiosa, e ai recentissimi choosy – ma non è detto che quella caduta non sia più in atto … anzi! Perché dico questo? Perché penso fermamente che i nostri amministratori siano perfettamente rappresentativi della volontà degli elettori nel senso che sono specchio fedele dei loro umori e ne rappresentano adeguatamente la volontà. Chi dice che la democrazia (rappresentativa) sia morta, incalzata da nuovi modelli e/o paradigmi, a mio sommesso parere, pecca di ottimismo: la democrazia (rappresentativa) funziona! Eccome! Solo che nel funzionare non esprime ideali o valori da conseguire e/o declinare in concreto, ma solo dare sfogo a volontà viscerali, emozionali, non discusse, non problematizzate – ma perché perderci sopra del tempo prezioso? - degli elettori. Solo così si spiegano provvedimenti tanto penalizzanti, tanto offensivi, così poco giustificati – ma v'è una giustificazione ulteriore da produrre oltre a quella di dare corso ai desiderata degli elettori? - , così poco meditati eccetto la fretta di dover rispondere a precise sollecitazioni, nazionali e comunitarie – Patto di Stabilità – e di comunicare agli elettori una capacità di risposta rapida – la politica del “fare” … - che descrive la chiarezza di obiettivi e di strategia dei nostri stessi rappresentanti. Poi, pazienza se i provvedimenti varati fanno acqua da più parti o se vari tribunali amministrativi hanno da ridire. Intanto si iscrivono in bilancio i risparmi conseguiti, e poi si vedrà. Come a dire: intanto tagliamo, poi chi dovrà piangersi e tagli – leggi: personale e famiglie – e conseguenze – leggi: future generazioni – si vedrà a suo tempo!

La miopia governativa è pari alla superficialità degli elettori. In nessun Paese civile si consente che la FIAT faccia quel che vuole, in nessuno eccetto il Nostro, così morbido nei confronti dei potenti, del Potere. E in nessun paese civile un Governo parla male dei propri dipendenti (quelli della P.A.), bollandoli senza mezzi termini “fannulloni”, “parassiti”, “fancazzisti”, etc., ad ogni occasione di esposizione mediatica. Se non è ricerca di visibilità, e di consenso questa, cos'è?

Giungiamo così al balletto sulle 24 ore per il personale docente della Scuola Secondaria (ossia, Medie e Superiori). Il ministro Profumo, che quando venne insediato nella coorte di tecnici, parlò di “dialogo”, “confronto”, etc., si presenta una mattina con un piano già scritto – quindi, elaborato a suo tempo … - che prevede una sorta di baratto tra Ministero, ossia il datore di lavoro – come mai questa locuzione? Si capirà in seguito … - , e il relativo personale, ossia i lavoratori dipendenti, acconciato, alla meno peggio, in questa maniera:

1)      a partire dal settembre 2013, l'orario settimanale del personale docente della Secondaria, di Primo e Secondo Grado, si articola in 24 unità orarie settimanali, e non più in 18, a parità di retribuzione;
2)      in compenso: il personale docente avrà diritto a giorni n. 15 di ferie aggiuntive rispetto a quelle già disponibili.

Quindi, si interviene, tramite Decreto Legge – e le ragioni di urgenza dove sono? -, essendo inserito come comma all'art. 3, credo, della Legge di Stabilità – bella questa moda di cambiare nome alle cose … prima si parlava di Legge Finanziaria, l'atto principale di qualsiasi maggioranza parlamentare -, sul contratto, integrandolo ope legis e scavalcando qualsiasi principio di confronto e di dialettica tra parti in causa, datore di lavoro e lavoratore. Peraltro, in regime di vacanza contrattuale, essendo l'attuale contratto di lavoro scaduto e non rinnovato, s'interviene normativamente modificandolo di fatto, avocando alla parte datoriale del rapporto di lavoro la modifica unilaterale dei termini dello stesso. Saltato il confronto con le parti sociali, il datore di lavoro stabilisce ad un certo punto che l'orario di servizio aumenta di sei unità orarie, senza, però, alcun intervento sulla parte economica dello stesso. E qui sorge un altro problema: si possono modificare parti di un contratto di lavoro senza rinnovarlo del tutto? A quanto pare sì, dato che già il precedente Governo Berlusconi – ho perso il conteggio progressivo della numerazione … -, con il ministro di punta, Brunetta, aveva provveduto ad integrare la disciplina contrattuale con medesimi interventi “a gamba tesa”. Cosa bisogna imparare da quest'atteggiamento? Secondo me, alcune cose importanti:

i)        la contrattazione sindacale viene rigidamente compressa a mere questioni di organizzazione del singolo turno di lavoro all'interno della singola sede di servizio (altrimenti non avrebbe senso sminuire la contrattazione collettiva e, al contrario, enfatizzare quella decentrata);
ii)       il rapporto di lavoro viene ulteriormente sbilanciato in favore del datore di lavoro e a scapito dei lavoratori (altrimenti non avrebbe senso parlare di “prerogative datoriali”, come felicemente ebbe a dire sempre il Brunetta);
iii)     l'insistenza sul privilegio accordato alla parte datoriale di poter modificare, senza alcun contrappeso reale, parti, anche rilevanti, del precedente accordo di lavoro (leggasi: contratto collettivo nazionale di lavoro) accorda per il futuro ben altre possibilità per la stessa: (non in rigido ordine d'importanza) a) poter modificare unilateralmente l'orario di servizio; b) poter decidere unilateralmente sulla composizione oraria; c) poter decidere unilateralmente sulla retribuzione media oraria; d) poter decidere unilateralmente sulla durata del rapporto di lavoro; e) poter decidere  unilateralmente sul dimensionamento del settore di servizio; f) poter decidere unilateralmente sulla composizione organica dei propri dipendenti; g) etc.; etc) ....

Come si vede, allora, non solo è definitivamente tramontata l'idea della contrattazione tra parti sociali, come strumento di compensazione all'abolizione della scala mobile, all'interno delle politiche di contrasto dell'inflazione, ma è scomparsa dall'animo dei più l'idea della tutela della parte debole all'interno dei rapporti di lavoro. Se questo accadesse solo nel privato, stante la separazione tra giustizia commutativa, propria di quest'ultimo ambito del lavoro, e giustizia retributiva, propria dell'ambito pubblico del lavoro, le cose sembrerebbero un poco “normali”. Invece, se a muoversi in questa stessa maniera, lungo questo stesso solco, è il Governo, è il Ministero, è la direzione della P.A., qualcosa non torna! Forse, allora, dovremmo aprire gli occhi sulla definitiva privatizzazione dei rapporti di lavoro: il contratto pubblico viene soppiantato, in toto o in parte, da subito o progressivamente, da forme privatistiche di regolazione dei rapporti di lavoro. Detto in soldoni, chi detiene il maggior potere tra le due parti, decide le regole del gioco e può modificarle  unilateralmente a proprio piacimento.



(immagine tratta da: http://www.gildacuneo.it/wp-content/uploads/2011/04/docente_stanco11.jpg)


Dopo alcune settimane di caos, di panico, di balletti, di balbettii, di farsa tragicomica sugli orari del personale docente, viene alla fine approvato un emendamento che sopprime suddetto aumento orario. Ma per finanziare, dato che non è prevista alcuna possibilità di ripensamento su quel totale di risparmio previsto in estate (leggasi: spending review), il mantenimento dell'attuale orario si procede a togliere risorse al fondo d'istituto, ossia a quel fondo che integra i già miseri stipendi dei docenti per le funzioni aggiuntive … cambiano forse i musicisti, ma la musica non cambia. E la scuola paga ancora per tutti! Tuttavia, permane ancora una minaccia, neanche tanto velata, di futuro aumento dell'orario … magari già in primavera! Mente nel frattempo si vocifera di un ulteriore slittamento in avanti della vacanza contrattuale sino al 2017, come se l'inflazione reale invece se ne stesse anch'essa in vacanza!

Ma torniamo alla proposta. Sono, a mio parere, almeno tre gli elementi da tener in considerazione:

a) il contratto collettivo di lavoro, benché non rinnovato, ma ancora in vigore, viene modificato da fonti del diritto eterogenee;
b) il governo, senza confronto con le parti sociali, modifica  unilateralmente e orario di lavoro e ripartizione delle ferie;
c) il datore di lavoro aumenta  unilateralmente l'orario di lavoro senza, però, provvedere contestualmente a finanziarlo.

Questi elementi, già di per sé sconfortanti, e mortificanti per un operatore del settore, sono evidentemente dettati da esigenze contabili, senza peraltro evincere alcuna conoscenza del mondo della scuola. Infatti, emerge esclusivamente la preoccupazione di contrarre la spesa corrente, infischiandosene altamente di destini personali, di vite umane, di bontà del servizio, e quant'altro a vario titolo chiamato in causa, non ultimo il destino formativo delle future generazioni. Allora, penso che questa farsa sia goffa anche perché il tentativo ragionieristico di beccare (almeno) tre piccioni con una sola fava:

1)      riduzione del personale precario (a nessuno deve sfuggire che un aumento dell'orario settimanale di servizio di n. 6 ore, cancella definitivamente l'annoso problema dei precari: li tagliamo definitivamente e avanti così! Dimenticandosi, però, che non siamo solo dei numeri, come capitoli di bilancio, ma abbiamo un nome, un cognome, una storia personale, magari anche dei figli …);
2)      riduzione del personale in organico (a nessuno sfugga che la riconduzione delle cattedre a 24 ore anziché a 18 comporta la perdita di un terzo del numero totale di cattedre in organico di diritto. Così facendo, però, ci si dimentica che non siamo solo dei numeri, come capitoli di bilancio, ma abbiamo un nome, un cognome, una storia personale, magari anche dei figli …);
3)      riduzione dello stipendio del personale in organico (a nessuno sfugga infatti come, a conti fatti, la presente non sia un mero aumento dell'orario di lavoro del personale docente, ma una mera diminuzione del salario per unità oraria lavorata)[1].

Il piccione (3) è sicuramente quello meno preso in considerazione (ma già Brunetta intendeva diminuire gli stipendi attuali per finanziare con briciole solo quelli di alcuni scelti meritocraticamente ….). Infatti, interpretando gli umori bassi e volgari degli elettori, il Governo agisce duramente sui propri dipendenti aumentando l'orario limitato che per privilegio spettava loro. Invece le cose non stanno così, magari stessero così! Il medesimo provvedimento punisce due volte in una il personale: la clausola di parità di salario tra 18 o 24 ore significa inequivocabilmente che a parità di ore lavorate il dipendente verrà retribuito meno! Allora, non è affatto vero che il dipendente scolastico lavori poco, mentre è verissimo che percepisce pochissimo! Ma queste cose l'opinione pubblica le sa? Come sa che il dipendente scolastico non lavora per le mere 18 ore settimanali di servizio (ossia, di lezione in classe)? Penso proprio di no altrimenti non avrebbe avallato così a buon cuore un provvedimento tanto balzano quanto iniquo[2]

Ma veniamo alla parte più interessante delle mie riflessioni: il personale docente! Penso sinceramente che ciascun popolo abbia il governo che si merita. Ed anche che in nessun Paese civile, eccetto il nostro, i dipendenti si facciano trattare così male. Sì, è colpa nostra se chi ci governa pensa di poter decidere così facilmente quanto unilateralmente dei nostri destini occupazionali. Se ci trattano così male, forse, ce lo meritiamo. Perché? E' semplice: i tagli passano senza nessuna concreta azione di contrasto da parte nostra, tranne, forse, qualche mozione approvata da vari Collegi docenti oppure alcune rimostranze verbose. Poi nient'altro! Passa così il taglio di 140mila unità, senza colpo ferire, eccetto uno sciopero dell'autunno 2008, e sarebbero passate anche le 24 ore se … se … il governo non fosse in scadenza e l'attuale composizione parlamentare dovesse ripresentarsi da qui a pochi mesi alle urne. Per questo motivo, penso che un'occasione tanto ghiotta di far cassa sulle nostre spalle verrà riproposta successivamente, che la partita sia tutt'altro che chiusa. E l'occasione è ghiotta perché il personale della scuola è l'unico che non si preoccupa del proprio destino, che non considera il proprio lavoro meritevole di tutela, forse perché la cosa pubblica è concepita, e considerata di conseguenza, come cosa di nessuno. D'altra parte, anche il docente è espressione, a sua volta, della società di appartenenza: se la pensa così la massa, perché non dovrebbe fare altrettanto il singolo docente? Solo che stavolta non si tratta del marciapiede o del fiume o della spiaggia, ma del proprio lavoro, dal quale, volente o nolente, dipende il suo stesso destino futuro, e, forse, anche quello dei suoi figli e dei suoi nipoti.

In fin dei conti, sulla base della mia, seppur breve esperienza personale, l'operatore scolastico è per nulla attaccato professionalmente al suo lavoro: se non fosse per il magro stipendio che percepisce, non sarebbe affatto interessato, poniamo, a lottare per esso! Così, malgrado sporadiche lamentele verbali, e nient'altro, l'operatore scolastico digerisce, più o meno agevolmente tutti i provvedimenti che il datore di lavoro fa passare sopra la sua testa e che, pur interessandolo direttamente, dal dimensionamento scolastico alla progressione di carriera, dal salario alla sicurezza del luogo di lavoro, e così via, non suscitano in lui più di una preoccupazione teorica transitoria. Che significa questo? Semplice: se si chiede di scendere in piazza per protestare, lui non lo farà! Se si proclama un'agitazione sindacale, fino al momento in cui resterà vaga e non prevederà un suo coinvolgimento diretto, lui vi aderirà. Se, ancora, ad abundantiam, si proclama una giornata di sciopero, lui non vi aderirà, trincerandosi, in genere, dietro due scuse risibili: (1) non possiamo danneggiare gli alunni; e, (2) lo sciopero non serve a nulla. La motivazione (1) appare di un certo peso ma solo nella misura in cui l'operatore scolastico non ha cuore l'amor proprio, e considera i problemi che lo interessano direttamente come grane da delegare ad altri. A ciò si aggiunga che proprio chi adduce tale motivazione è poi magari il primo operatore a non agire di conseguenza: a considerare cioè gli alunni una gran seccatura (e poco altro)! Chi adduce ciò, comunque, mostra di non aver compresa la natura, appunto conflittuale, dello sciopero: se non si arrecano disagi, quale forza può legittimamente aspirare ad avere una mobilitazione? Peraltro, ancora, chi si nasconde dietro la motivazione (1) fa propria una frase fatta che intercetta un umore comune in seno all'opinione pubblica, e secondo il quale chi può permettersi di scioperare, lavora davvero poco. Per tacere dell'umore concorrente secondo il quale non è ammissibile che una categoria scioperi danneggiandone altre. Un'idea che, se condivisa davvero, costringerebbe all'immobilismo professionale e priverebbe i lavoratori dipendenti di qualsiasi voce in causa sui provvedimenti che li interessano. Ma solo l'operatore della scuola è masochista al punto da preferire di gran lunga essere danneggiato in maniera permanente che danneggiare provvisoriamente l'utenza.
La motivazione (2), invece, è vera nella misura in cui l'80% del personale in questione non aderisce a forme di mobilitazione, sciopero compreso, per grette esigenze personali, perdendo di vista l'obiettivo del bene comune scuola (al cui interno rientra anche lui come categoria professionale). Una giornata di sciopero costa alla categoria, a seconda dell'anzianità di servizio, dagli 80 ai 120 euro. Certo su una baste stipendiale davvero misera (e magari con qualche mutuo sul groppone) la cifra appare elevata e comunque tale, vista la sproporzione in atto tra salario mensile e distribuzione forfettaria dello stesso in rapporto ai singoli giorni costituenti il mese, da scoraggiare qualsiasi adesione a scioperi. Chi ha previsto, per legge, lo sciopero ha fatto in modo di danneggiare chi sciopera con disincentivi economici molto forti e tali comunque da non rendere vantaggioso il rapporto, peraltro aleatorio, tra vantaggi futuri (tutti da verificare) da partecipazione e danno economico immediato (tutto da assorbire nel tempo). E comunque resta il nodo della visibilità governativa della categoria lavoratori dipendenti della scuola: anche uno sciopero del 90% non è detto che influenzi minimamente le scelte del Governo.

Ecco, allora, che si delinea il piano di sproporzione netto tra i dipendenti pubblici e il datore di lavoro pubblico: i primi devono subire quasi tutte le decisione del secondo mentre quest'ultimo non li consulta quando deve decidere le linee guida da seguire (per non parlar del resto).


Ma vi sono comunque alcune altre riflessioni che vanno fatte. Infatti, da qualche anno a questa parte si avverte e si manifesta sempre più spesso una certa disaffezione nei confronti dei sindacati che, come parte sociale rappresentativa dei lavoratori, dovrebbero, in teoria, confrontarsi con il datore di lavoro concertando, contrattando, determinate misure. Ora, se tali sindacati proclamano uno sciopero, sempre più colleghi mi dicono cose del genere “non credo più nei sindacati” oppure “prima si pappano tutto allegramente e dopo mi chiedono di rinunciare alla paga di un giorno?”. Tutte queste affermazioni esprimono un'idea di base molto pronunciata e secondo la quale il sindacato è una corporazione – o una casta, vera e propria – che non difende affatto i diritti dei lavoratori, ma partecipa alle spartizioni ordite dalla politica. Secondo tale idea, peraltro, il sindacato non rappresenta affatto il lavoratore, anche perché è oramai lontano, come sede, come “struttura”, dal mondo del lavoro, non cogliendone più le problematiche, le difficoltà, le potenzialità, e così via. Siffatta idea, di per sé già abbastanza sconfortante, assume connotazioni dirompenti se in assemblea sindacale territoriale si assiste alla scena seguente che mi dilungo a narrare perché, a mio onesto modo di vedere, istruttiva dell'errata percezione delle relazioni sindacali che il lavoratore della scuola, proprio perché parte ed espressione della società cui pur appartiene, subisce e trasmette a sua volta. Dopo che i vari delegati sindacali hanno detto la loro con pochi e timidi applausi al termine di ciascun intervento, prende la parola una collega di mezza età, apparentemente sportiva, che assume subito le sembianze della pasionaria e, rivolgendosi direttamente ai (malcapitati) delegati sindacali presenti, dice loro “ve lo chiedo provocatoriamente, ma devo porvi la questione, prima di ora dov'eravate? Mentre ammazzavano la scuola, voi che facevate?”[3]. L'intervento viene interrotto da una salva di applausi scroscianti, eccetto il mio mancante. Così muoiono le democrazie: tra gli applausi!


Non condivido l'intervento per due motivi: (i) non era quella la sede per reprimende nei confronti dei propri rappresentanti sindacali; e, (ii) la stessa domanda, per prima, andrebbe posta a noi stessi: dov'eravamo noi prima che smantellassero la scuola? Cosa abbiamo fatto per opporci? Per difendere la dignità, umana, professionale, civile, del nostro posto di lavoro? E come abbiamo lottato per il nostro bene comune? Il meccanismo della delega può distorcere la rappresentanza per categoria, ma non ci esime dalla responsabilità diretta. Chi accusa i sindacati evita di accettare, e riconoscere conseguentemente, proprie responsabilità, propri errori, proprie colpe. In fondo, è facile incolpare i sindacati di non aver fatto abbastanza … ma se il lavoratore è il primo a non scendere in piazza per sé stesso, il primo a non scioperare perché non può/vuole rinunciare al giorno di lavoro, per non danneggiare (sic!) i propri studenti (ben lieti al contrario di saltare la giornata), chi va incolpato? L'assemblea, comunque, riconosce nell'intervento della collega una consonanza d'idee secondo le quali, grosso modo, ci troveremmo in questa situazione perché il sindacato ha finito per fare interessi diversi da quelli della categoria professionale. In fin dei conti, per la collega i sindacati non rappresentano più né la categoria cui idealmente si riferiscono né i lavoratori stessi, lavorando magari per interessi più privati di corporazione in quanto tale. Eppure la replica da parte di una delegata presente è stata, a mio onesto modo di vedere, puntuale e disarmante: “non volete scioperare, va bene, e allora che forza ci date per rappresentarvi presso le sedi appropriate?”[4]. Vero: se non si aderisce alla mobilitazione, con quali numeri i sindacati possono rappresentare i propri lavoratori presso il datore di lavoro? La stessa, comunque, visti i mogugni sortiti nella sala alla replica, aggiunge: “se non volete adoperarvi per difendere i vostri stessi diritti, a me va bene ugualmente! Tanto, egoisticamente, vi dico che tra cinque anni non sarò più in servizio!”[5]. A queste parole, si elevano pochi applausi, compreso il mio: se non siamo noi a difendere i nostri diritti, chi lo farà per noi? Pensarla come la collega di prima significa sostanzialmente due cose: (a) non avere alcuna idea della natura propria della rappresentanza (il sindacato sta al lavoratore = il datore di lavoro sta alla società civile); e, (b) ignorare l'attuale compressione datoriale delle relazioni sindacali ad ambiti marginali della pratica lavorativa.


Ecco il nodo vero e proprio: come mai i sindacati appaiono privi di forza contrattuale? Perché il datore di lavoro non contratta più nulla con loro, manco li consulta, al massimo li informa a cose fatte, rinviando al dibattito parlamentare eventuali modifiche esigendo, però, nel contempo l'enigmatico mantenimento del saldo finale. E ciò accade, molto probabilmente, proprio perché per inerzia colpevole il lavoratore ha finito, lui per primo, a non credere più nella democrazia, nel proprio lavoro, nella dignità che dovrebbe competergli per natura. Non difendendo più il proprio lavoro, come può pretendere di mantenerne nel tempo i crismi della dignità? Gioco forza, il Governo interpreta bene gli umori della pubblica opinione che non vede di buon occhio il lavoratore della scuola, non dando peso alle organizzazioni di settore e facendo passare sopra di lui tutte le decisioni. L'invenzione del ministero della Funzione Pubblica, a guida di Brunetta, è altamente significativa da questo punto di vista: riscrivere la natura propria delle relazioni sindacali, equiparando, al ribasso, l'impiego pubblico all'impiego privato. E dovremmo forse lamentarci? Siamo stati noi stessi a revocare peso in sede di contrattazione ai nostri rappresentanti di categoria …


V'è, però, ancora un aspetto da considerare prima di passare alle proposte vere e proprie – sì, ve ne sono: per questo spesso, ma non sempre, ho l'impressione di essere un alieno tra i miei simili -: delle problematiche di questo lavoro, l'opinione pubblica cosa sa davvero? Quando quest'ultima dice di sì ai provvedimenti iniqui che castigano senza giusta causa – si colga al proposito la provocazione – il personale scolastico, cosa sa davvero del lavoro di quest'ultimo? Qui veniamo al problema di maggior difficile soluzione. Quando la proposta cominciò a circolare, il mio edicolante si è sentito autorizzato alla seguente invasione di campo: “fanno bene ad aumentarvi l'orario di servizio perché, in proporzione, per tutte le ore di lavoro che svolgo dovrei guadagnare molto più di quanto invece guadagno”[6]. “Caro edicolante”, questa dovrebbe essere la mia risposta che per rabbia non gli espressi allora, “per quanto mi riguarda, evito di sindacare – non sfugga la provocazione – il tuo lavoro perché direi solamente fesserie, per quanto riguarda invece il mio mestiere vorrei rovesciare la questione per farti comprendere meglio di cosa si stia davvero parlando, e ti chiedo: cosa faresti se per legge ti aumentassero l'orario di lavoro da 12 a 24 ore giornaliere bloccandoti però, sempre per legge, eventuali aumenti nei guadagni? Non ti lagneresti forse? Non ti arrabbieresti forse? Non chiuderesti l'edicola per protesta? E come mai se a fare ciò sei tu va tutto bene mentre io non potrei farlo?” Ecco il nodo della questione, evaso da pubblica opinione, da Governo e simili: fino a che l'opinione pubblica ha del mondo (del lavoro) della scuola un'immagine, di comodo, non veritiera, il datore di lavoro potrà fare e disfare a piacimento, i sindacati non potranno rappresentare adeguatamente i propri iscritti, e i lavoratori dovranno solamente subire qualsiasi decisione, per iniqua che sia. L'esempio dell'edicolante dovrebbe, nelle mie intenzioni, descrivere obiettivamente, e con adeguati termini di paragone, la natura reale della questione “aumento dell'orario di servizio”: cosa accadrebbe se si aumentassero per legge, con mantenimento obbligatorio per legge degli attuali saldi di retribuzione, l'orario di lavoro di metalmeccanici di sei ore in più la settimana? Non scioperebbero? Chissà! E cosa accadrebbe se, sempre alla stessa maniera, lo stesso accadesse per i dipendenti comunali? Nulla? Ne siete davvero sicuri? Oppure per gli operatori dei trasporti …


Questo accade perché si tratta di provvedimenti iniqui e perniciosi per la dignità stessa degli operatori (lavori di più per percepire meno!) ma proprio non si comprende come mai se a scioperare sono queste categorie va tutto bene mentre a noi viene negata questa stessa possibilità! Tranquilli, per come conosco il mio luogo di lavoro, questo è ben lungi dall'accadere. Infatti, l'operatore scolastico è colui che non mostra alcun amor proprio (tale da non concedere nulla senza adeguata contropartita). Di conseguenza, masochisticamente, è il cliente perfetto per la ricerca spasmodica, da parte della pubblica opinionie di vittime sacrificali all'altare del rigore dei conti, o, com'è più di moda oggi, della “stabilità” (per non dire anche del rigore)!



Questa lunga filippica giunge al termine. Tutto negativo? Tutt'altro, per ora la faccenda dell'aumento dell'orario è tramontata. Ma la dinamica delle retoriche pubbliche lascia trapelare come verrà riproposta, anche perché se non si taglia sulla scuola, conoscete voi qualche altro settore pronto a sottomettersi a mannaie simili? Peraltro, senza protesta alcuna?


Veniamo ad alcune semplici proposte che, a mio modo di vedere, potrebbero sortire i medesimi effetti senza scioperare, visto che non si può/vuole farlo:

1)        cominciare a rifiutare tutto quello che esorbita dal “minimo” previsto nel contratto (esempio: coordinamento di classe; funzione di segretario; funzioni strumentali; lavoro a casa; correzione domestica di verifiche; etc.);
2)        rifiutarsi di accompagnare le classe in viaggi d'istruzione;
3)        rifiutarsi di adottare libri di testo[7].

La proposta (1) risponde a tono all'idea errata secondo la quale concluso il servizio in classe, il docente non fa, per dirla con Cetto “una beataminchia”. Così si vedrebbe quanto in realtà sia dilatato nel corso della settimana l'orario di lavoro (quante ore domestiche ne contraddistinguono il carico di lavoro).
La proposta (2) colpisce direttamente i tour operators e risponde all'esigenza attuale di comunicare pubblicamente il nostro disagio di categoria professionale colpita nella dignità e nel portafogli da provvedimenti iniqui. Perché dovremmo far finta che vada tutto bene e comportarci di conseguenza? Peraltro, l'assunzione di rischio di un eventuale accompagnamento, peraltro solo su base volontaria dato che nessuno può costringere un docente ad accettare, non è adeguatamente remunerato: chi ce lo fa fare a finanziare i tour operators?
La proposta (3), invece, è a mio modesto modo di vedere, l'idea più innovativa, come forma di protesta, e di contrasto, alle politiche governative ininique nei confronti della categoria: perché assicurare il giro d'affari per le case editrici come se nulla accadesse su di noi? Peraltro, da nessuna parte c'è scritto che il docente deve adottare un libro di testo. Si potrebbe benissimo adottare internet, e il mondo open source, come valida alternativa, anche in termini di costi, per le scelte didattiche, che competono esclusivamente al docente. Vale lo stesso detto nel caso precedente: qualsiasi forma di protesta non può che avere ricadute negative su altri. Perché dobbiamo pagare sempre, e solo noi, mentre il resto del mondo continua a girare?



(immagine tratta da: http://4.bp.blogspot.com/-6Q-EB2nkNXE/UIMjyxWsJ-I/AAAAAAAAATc/nkg8hl2WCvA/s1600/boccia+le+24+ore.jpg)


Tuttavia, come nel caso dello sciopero classico, se l'operatore scolastico è il primo a non voler difendere sé stesso, come può legittimamente sperare che altri lo facciano in sua vece? Ed ancora: sarebbe bello aspettarsi, conseguentemente quanto coerentemente, che siffatto operatore poi però restasse zitto anziché lagnarsi senza fare nulla! Ma l'operatore scolastico è masochista anche sino a questo punto: farsi del male anche a parole!

Note

[1] Per comprendere ciò basta impostare la seguente equivalenza: 100 : 18 = 100 : 24. I conti non tornano? Invece, sono lampanti!
[2] Le ore n. 18 in classe si riferiscono esclusivamente al “tempo scuola”, ossia alle cosiddette “lezioni frontali”, quando il docente diventa il tutore di minorenni indisciplinati, sovente anche maleducati, e comunque in preda agli ormoni, mentre si tace completamente di quel numero di ore aggiuntive che ciascun docente deve assicurare nel corso della settimana per mandare avanti dignitosamente il proprio lavoro: (i) preparazione di materiale didattico (a casa, e non retribuito); (ii) correzione di verifiche (a casa, e non retribuito); (iii) aggiornamento professionale (a casa, e non retribuito); (iv) aggiornamento di servizio (a scuola, ma non in orario di servizio); (v) incontri con le famiglie (a scuola, ma non in orario di servizio); (vi) riunioni per classi (a scuola, ma non retribuito); (vii) riunioni per materie (a scuola, ma non retribuito); (viii) riunioni in Collegio docenti (a scuola, ma non in orario di servizio); (ix) verbalizzazione di incontri, consiglio e collegi (a casa, ma non retribuito); (x) scrutinii (a scuola, ma non in orario di servizio); (xi) riunioni straordinarie per provvedimenti disciplinari (a scuole, ma non in orario di servizio); e l'elenco potrebbe continuare, ma preferisco, per pudore, nei miei stessi confronti, procedere oltre. Ciò, però, rende bene l'idea del disagio con il quale il dipendente apprende di tali intenzioni, come dicevo mortificanti quanto inique. Infatti, non solo si aumenta surrettiziamente l'orario di lavoro, lasciando nel contempo inalterata la retribuzione, peraltro fortemente erosa dall'inflazione – a proposito, si vuole anche non corrispondere più quella miseria di spiccioli come indennità da vacanza contrattuale  sinora corrisposta dopo la scadenza naturale dell'attuale contratto - , ma si concede il contentino che sa tanto di beffa: 15 gg in più di ferie! Ah, perlomeno si potrebbe pensare ad una più flessibile organizzazione delle ferie annuali. Invece no, perché si precisa subito che tale periodo non deve comportare oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche. Allora, quando il personale può usufruire davvero di tali ferie senza comportare aumenti di spesa? Semplice, solo quando la scuola è, per vari motivi, chiusa: Natale; Pasqua; e così via! Beffa su beffa! Concedi una carota di cui non puoi comunque usufruire. Contemporaneamente, però, stabilisci anche come le ferie non godute, per motivi vari, non saranno più liquidate economicamente … c'è decisamente profumo di fregatura!
[3] Mi sia concessa, al riguardo, un po' di libertà narrativa: le parole non sono state esattamente queste, ma rendono bene l'idea.
[4] Valga quanto precisato nella nota precedente. In più si aggiunga questo: la forza di una rappresentanza sindacale dipende dalla percentuale di adesione alle forme di mobilitazione. Se questa latita, il sindacato semplicemente non ha alcuna forza. E la ragione è semplice, dipendente dalla natura stessa dello sciopero in quanto tale: provocare un disagio tale da costringere la controparte sindacale quantomeno ad ascoltarti. Altrimenti, perché mai dovrebbe perdere del tempo prezioso per sentire le tue lamentele?
[5] Valga la precisazione di due note fa. In più si aggiunga questo: il meccanismo della delega a rotazione produce questo effetto di scaricabarile, i problemi restano per chi ha ancora molti anni davanti. L'idea perversa, che accomuna molti lavoratori della scuola, è che gli eventuali disagi da affrontare riguarderanno sempre altri, mai noi in prima persona. Per cui, se il datore di lavoro riduce gli organici, si finisce sempre con il pensare che la stretta sarà per altri, non per me. Se il datore di lavoro riduce il salario, si finisce sempre con il pensare che il taglio varrà per altri, mai per me. E se malauguratamente dovessi accorgermi che sono stato fregato, penserò sempre che ciò è accaduto perché i sindacati non mi hanno difeso.
[6] Come sopra.
[7] Valga quanto detto nella nota precedente visto che le proposte (2) e (3) sono tratte dall'intervento di un collega che ha preso la parola, nella medesima assemblea, dopo la replica della delegata alle parole della collega pasionaria.


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