mercoledì 24 luglio 2013

La difficile arte della mercatura ...



(immagine tratta da: http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/240/892/9788870188929.jpg)

Davvero può dirsi come sia asfittico il dibattito filosofico italiano, stretto tra il territorio di periferia entro il quale giocoforza si trova a doversi muoversi e la reale assenza di contenuti "forti" attorno ai quali allestire conferenze e/o dibattiti genuini.

Ho detto forse "reale"? Mia colpa: da secoli nessuno più, o quasi, si permette di adoperare tale vetusto termine ... che importanza ha il reale quando abbiamo l'interpretazione? In fin dei conti, conta più come interpretiamo il mondo di come quest'ultimo sia.

Il mondo è una sorta di "realismo interno", ossia una narrazione bella e buona ...

Recentemente Ferraris ne parla criticamente nei termini di un realitysmo, una finzione che si sostituisce alla realtà.

Parere condivisibile, pur con alcuni distinguo.

Ma ecco il fuoco di sbarramento: la via del nuovo (ritorno all'antico) realismo è impraticabile!

E se sfogli il volume di Di Cesare, Ocone e Regazzoni in cerca di argomenti resti deluso.

Il new realism viene rifiutato non per la bontà o meno sua propria, ma per la natura "strumentale" dell'operazione imbastita da Ferraris: agire sulle insicurezze della gente per fornire nuove certezze (e prenderne il plauso).

Pertanto, si sentenzia, dal momento che Ferraris non pone in essere alcun reale dibattito filosofico né tantomeno argomenta in maniera filosofica, che prendiamo a fare sul serio la sua topica? La sua invenzione? Il suo brand? Il marchio con il quale cerca di trarre profitto? Peraltro, senza alcuna etica?

Volpone d'un Ferraris, verrebbe da dire! Ma gli autori collettanei serrano le loro fila per "distrarre" dallo scomodo invito all'inemendabile di Ferraris, dicendo tra di loro quant'è bello il caro disincanto e com'è commovente produrre sensibili effetti di realtà tramite il linguaggio ...

Lacan, e non più Lacan!

Foucault, venerando e terribile!

Deleuze, simulacro di simulacri!

Freud, divino e decostruttivo!

Ma viene decisamente voglia di chiudere in fretta il volume, d'interrompere la lettura, non per l'inquietudine che ti provoca, ma perché si registra l'assenza di reali argomentazioni filosofiche. 


Si dice solo che Ferraris vende bene e questo è male. Nient'altro! 


Per quale motivo il decostruzionismo dovrebbe essere migliore del Nuovo realismo? Nessuna tesi, nessun argomento.

Figli del loro tempo, i collettanei non han bisogno di reggersi su ragioni, perché mai dare e rendere conto? La nostra conoscenza è il frutto ineluttabile del tempo presente, che senso avrebbe tirarsi fuori dalla storia?

Ecco così l'elogio stucchevole della critica, della decostruzione, della costruzione di realtà, degli effetti ontologici del desiderio, degli inganni veridici dell'inconscio, lo smaccato gusto per la provocazione quasi sino all'insulto personale.

Ed allora, sconsolato, ma disincantato, ti chiedi infine: cosa distingue pertanto i collettanei dal loro idolo polemico, il Ferraris? Non lo sdegno, non il risentimento, non l'afflizione, non l'ermeneutica, solo il "potere", lo stesso che logora quanti lo possiedono e quanti non lo possiedono. Ma se il "nuovo realismo" è un'operazione di marketing filosofico per quale motivo non dovrebbe esserlo anche il contra il nuovo realismo? In fin dei conti, non è in discussione la deriva populistica della filosofia, via la superficialità dell'operazione Ferraris, a parole posta a "manifesto" del pamphlet, ma il voler mettersi lungo la medesima scia, e godere indirettamente dei medesimi profitti!

I miei cari collettanei anelano al riconoscimento, ai meriti, ai guadagni, al profitto di Ferraris e per farlo sentono decisamente il bisogno di prendere posizione "contro" al fine di vivere un po' di luce riflessa ...


O forse no?

Sogno o son desto?

Sveglio o svengo?

Più non so e più non importa ...

Chiudo il libro, spalanco la finestra e mi butto giù.


Volo.


No? E chi può dirlo? Voi, oh collettanei?

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