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martedì 30 luglio 2019

Quark Europa #5

 Fine serie.

Spero vi sia piaciuta.

L'ho trovata interessante, arguta, preveggente, asciutta, rigorosa e seria.

E voi?


mercoledì 3 luglio 2019

Quark Europa #1

Comincia con il presente post una nuova serie.

Riguarda alcune delle puntate prodotte dalla RAI durante gli anni '80 per introdurre il grande pubblico al tema dell'Europa.

Tralasciando le dubbie finalità politiche e sovraniste del canale youtube che le ha caricate, il rigore adoperato dal conduttore, Piero Angela, ne fa un utile e spendibile prodotto da utilizzare nei vari segmenti di Cittadinanza e Costituzione.

Buona visione!


sabato 5 agosto 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #6

"l’Europa non è morta, l’Europa non può morire del tutto; essa agonizza. Perché l’Europa è forse l’unica cosa – nella Storia – che non può morire del tutto, l’unica cosa che può resuscitare. Questo principio di resurrezione sarà anche quello della sua vita e della sua transitoria morte"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 30)

(continua)


(url: http://www.portaleletterario.net/archivi/immagini/2016/M/maria-zambrano-disegno.jpg)

sabato 15 luglio 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #7

"La storia umana è la disperazione umana. La storia è storia delle angosce, del perenne disastro. Disperazione dell'uomo perché è transitorio e frustrato, per l'umiliazione di fronte a Dio. Disperazione per farsi un mondo dal suo nulla. Se l'uomo è cenere, polvere, nulla, deve anch'egli crearsi un suo mondo, come fece Dio quando era solo"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 47)

(continua)



(url: http://www.tropismi.it/wp-content/uploads/2015/09/3193979.jpg)

venerdì 7 luglio 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #5

"E’ ciò che avvertiamo di fronte alla scomparsa dell’Europa, di ciò che è europeo. È il nostro sentimento più profondo. Ma di questo sentimento che ci opprime, forse a causa della sua stessa profondità, non siamo giunti ancora a un’idea chiara. Non appiamo in che cosa consiste quel quid che ci apparenta con tutto ciò che è europeo e che in questo istante ha più vigore di qualsiasi tratto nazionale, particolare o individuale"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 24)

(continua)



(url: http://fotos02.laopiniondemalaga.es/2016/04/11/646x260/m011ma011.jpg)

lunedì 5 giugno 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #4

"Cos’è stata l’Europa? Cos’è, nella sua complessa e  ricchissima realtà, l’irrinunciabile? Oggi la nostalgia ci spingerebbe a prenderla integralmente senza rinunciare a nessuna cosa, se la evochiamo nei suoi tempi di grazia e pienezza, rimembrando ciò che ci dicono sia morto. Non v’è rimedio migliore, d’altra parte, per intrattenere lo sconforto rodente. Sommergersi il più lucidamente possibile nel corso della vita che è appena passata, indovinarne la struttura intima, il segreto alimento"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 21)


(url: http://www.enciclopediadelledonne.it/wp-content/uploads/2014/03/106zambrano24.jpg)

lunedì 29 maggio 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #3

"L’uomo europeo, in larga maggioranza, sembra aver perso completamente questo potere di astrazione, questa aspirazione eroica che lo spingeva a rifiutare la prima cosa che gli si parava dinanzi per andare in cerca di qualcosa di più stabile, fermo, permanente e chiaro cui servire. Ha perduto la radica del suo eroico idealismo"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 14)


(url: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/79/Zambrano_late_years.jpg)

giovedì 25 maggio 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #2

"Indubbiamente, l’Europa ha smesso di avere una sua faccia; indubbiamente si è guastata, e la sua precedente fermezza ha ceduto il posto a un rammollimento. Senza dubbio, alcuni germi occulti nella radice stessa dei principi che la tenevano in vita hanno lentamente corroso questi ultimi"

(M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 20138, p. 13)

(continua)


(url: http://www.bnnonline.it/getImage.php?id=867&w=148&h=220)

martedì 16 maggio 2017

Zambrano sull'agonia dell'Europa #1

Zambrano scriveva nel 1940 ma le sue parole sono inusualmente attuali. Sembra, infatti, che scriva oggi nel 2017 ed invece si riferiva a quello stato, culturale e morale, del Continente alle prese con l'ennesimo, il secondo durante il medesimo secolo, conflitto di dimensioni globali. Eppure, sembra così attuale, così viva, così vera, sembra parlare a ciascuno di noi, e con quella forza che solo i classici senza tempo possiedono.

Lasciamo, allora, che le sue lievi parole ci interpellino, ci parlino, ci comunichino qualcosa ...

"Da parecchi anni si va ripetendo: l’Europa è in decadenza. Adesso non sembra più necessario dirlo. Molte persone che lo credono si riferiscono a questo fatto con frasi velate e sorriso ironico, come chi allude a un segreto talmente divulgato che cercare di mascherarlo diventa perfino elegante e misericordioso, seppure così facendo lo si diffonda in un modo ancor più umiliante"


(url: https://img.ibs.it/images/9788831797214_0_0_302_80.jpg)

domenica 10 luglio 2016

Literacy

"la competenza è un richiamo a ripensare l'esperienza di studio dell'alunno, che dovrà essere vista come percorso in cui egli stesso costruisce conoscenza, acquisendo quelle abilità e avvertendo quel senso di benessere che lo fa sentire adeguato, quindi competente, rispetto ai compiti che deve affrontare"

(N. Capaldo - L. Rondanini, Il sistema italiano di istruzione e formazione. Memoria, progetto e nuovi compiti, Erickson, Trento, 2012, p. 459)


(url: http://www.rizzolieducation.it/wp-content/uploads/2014/02/competenze-wordle-ok.gif)


Il costrutto fatale ...

Il concetto che sfida le normali convinzioni del docente italico ...

La nostra scuola avverte una sfida cogente e confusa al varco della concorrenza continentale ...

Le competenze vs. le conoscenze ...

Eppure così non dovrebbe essere dato che senza conoscenze non possono esservi competenze ...

E tuttavia le idee sono poche e confuse ...

Le indicazioni rare e dispendiose ...

Come spesso accade, l'Europa decide e noi arranchiamo dietro ...

In realtà, a difettare non sono né il rigore metodologico né le capacità per progettare curricoli pensati per competenze, ma il divario di mentalità, lo iato di senso e funzione del servizio scolastico, la separazione tra l'idea di costruzione di un capitale umano (il cittadino futuro) e l'idealistico elogio nei confronti delle (sacre) discipline (le materie, con le loro baronali tradizioni accademiche) ...

A noi docenti si richiede un surplus di progettazione didattica, uno sforzo nel ricordarci che una conoscenza non è mai formativa di per sé, ma che lo diventa se, e solo se, attiva uno sviluppo di competenza negli alunni, ovvero di adeguatezza non rispetto ai singoli contenuti disciplinari studiati, ma nelle concrete circostanze della vita, nel vivere utilizzando quanto sa ...

Cartina di tornasole di detta difficoltà o iato o differenza di atteggiamento è l'esito funesto nelle rilevazioni nazionali e standardizzate degli apprendimenti. Infatti, noi insegniamo conoscenze, quelle rilevano competenze ...

mercoledì 2 luglio 2014

Burnout ...



Sembra che il Governo stia lavorando ad un corposo aumento dell'orario di lavoro dei docenti di ogni ordine e grado, per tutte le scuole del regno ...


Qui è possibile trovare i ragguagli del caso, per parte mia, però, avanzerò adesso solo alcune riflessioni ...


La mia impressione è che la finalità della scuola non sia affatto apprendere, come magari ed erroneamente perduriamo a credere, ma solamente accompagnare educandi lungo lo sviluppo corporeo. Forse, l'equivoco di fondo sta tutto qui, nell'affidare alla scuola una mission formativa che non le compete più, e ignorando i suoi attori che la sua unica funzione è di tenere a bada i ragazzini terribili, la meglio gioventù, gli anarcoidi educandi mentre i rispettivi genitori possono tranquillamente lavorare senza doverci pensare su un attimo o, peggio, preoccuparsi di cosa possano combinare i propri pargoli ... Sì, la scuola è un'impresa collettiva di baby sitteraggio. Ergo, perché dovrebbe costare tanto? O più del costo attuale? E vi aggiungo, allora: se questa è la finalità della scuola, che non si pretendano però dei risultati formativi (da valutare tramite INVALSI) ... altrimenti, che valuti?


D'altra parte, è sicuramente vero che i nostri giovani si formano altrove, mica a scuola. Le mie recenti esperienze mi hanno confortato in questa impressione, sconfortante e disillusa: lifelong learning vuol dire semplicemente che la scuola deve accogliere tutti i figli degli adulti, o presunti tali, ed occuparsene, in qualche modo, anche per sei giorni la settimana, possibilmente anche al pomeriggio e se possibile anche d'estate. 


Ora, per il Governo, tutto ciò è fattibile, ma solo a parità di spesa. Infatti, non considero veritiera l'ipotesi dei tremila euro. Peraltro, bisognerebbe vedere se al netto o, come penso, al lordo. In quest'ultimo caso, oltre al danno, la beffa: riceveremmo alla fine una mancia per un peso enorme ed incrementato di responsabilità e di carico di lavoro ...


Poi, in ogni caso, e comunque, saranno i dirigenti a decidere a chi che cosa ... E questo mi dà da pensare ... la coorte magari potrà pure ricevere qualcosina in più, senza però aumentare davvero il proprio lavoro, mentre il lavoro sporco, quello vero, lo faranno fare alle fasce deboli della catena nelle singole istituzioni scolastiche, vale a dire gli ultimi arrivati e i precari. 


Per concludere, forse, ma ormai non lo credo più, le cose potrebbero ancora essere sopportabili nei licei, almeno da un punto di vista di utenza di riferimento, ma posso solo lasciare immaginare cosa significhino 36 ore settimanali, più il pomeriggio, più giugno e luglio, negli istituti professionali o tecnici ... insomma, parliamo di 36 ore al bar o a dirigere il traffico per il bagno o a evitare i lanci di zaini e fluidi corporei ... e per uno, come il sottoscritto, che per una di queste eventualità appena esposte quest'anno si è sorbito 13 giorni di infortunio sul lavoro (ovviamente, a parità di salario, e, forse, devo anche ringraziare di essere stato pagato regolarmente ...), scusate se lo dico, non è affatto un aumento di poco ...



Del resto, però, qualcosa di simile, come tipologia di servizio, la fan quasi tutti in Europa. Quindi, a questo punto, potrebbe essere legittima la chiosa finale: e se ce lo chiedesse l'Europa?



Quindi, il triste destino dei docenti è solo quello del burnout, vale a dire lo sviluppo di qualche patologia psichiatrica ... ergo, potremo finalmente, almeno questo, picchiare i nostri alunni?  Almeno quelli, e son tanti, che se lo meritano? Ah, dolce futuro ...!



(url immagine: http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS0fRTbguEm954RjmAoheWykfEuxZ2KIv_6JIrE_F12C_us-ob2)

lunedì 10 giugno 2013

Ce lo chiede l'Europa? Seconda parte



La ricchezza sul pianeta è a mercato chiuso nel senso che al momento non è possibile commerciare con Marte o Giove ragion per cui, di necessità, sullo stesso pianeta alcuni sono ricchi, altri sono poveri, alcuni esportano, altri importano. É la lezione ultima dell'economia classica: due attori che commerciano tra loro non sono equipotenti, ma uno dei due è più ricco mentre l'altro è più povero. Ma una ricchezza asimettrica nella sua distribuzione significa una cosa soltanto: una sproporzione del livello di vita vissuta dai singoli. La nuova frontiera attuale, infatti, si presenta agli occhi di Canfora come l'inveramento di antiche dottrine politiche, in primo luogo della schiavitù. Oggi certamente “ritorna la schiavitù”[1]. D'altra parte, “nuove schiavitù e virulento ritorno del razzismo si sorreggono a vicenda: sono due facce della stessa medaglia”[2]. Questo curioso fenomeno di ritorno all'antico e di attuali sue declinazioni coevi consente di attingere alle lezioni del passato, anche al fine di “alimentare la coscienza e la sete di giustizia dei moderni”[3].

Ma mentre l'asimettria economica del mondo moderno consente di riabilitare la conoscenza del passato, al fine di interpretare il mondo attuale, un'adeguata, quanto appropriata coscienza storica, consente anche di scorgere i limiti del nostro modello economico, altrimenti, quanto impropriamente, definito nei termini di 'modello di sviluppo'. In altri termini, il profitto non è affatto sacro. Anzi, ed ancor più radicalmente, il profitto non è affatto l'approdo definitivo della storia umana. Appare, allora, del tutto ingenuo a Canfora “immaginare che le società abbiano raggiunto il punto di arrivo, oltre il quale c'è solo la ripetizione in eterno”[4]. Il capitalismo, e con esso la teoria economica classica, è solo un momento, peraltro contingente, della storia umana, e non il suo termine.

É possibile scorgere, allora, una polarizzazione costante attorno a due visioni concorrenti: l'idea in forza della quale il capitalismo è la forma definitiva della storia umana e l'idea secondo la quale, al contrario, il capitalismo è solo uno dei tanti modi “di produzione”[5] scelti dagli uomini nel corso dei secoli, e come tanti altri che lo hanno preceduti, cedrà il passo a sua volta ad un altro, del tutto differente. Tuttavia, l'effetto ottico della fine del socialismo reale ha consentito che, nell'animo dei più, apparisse vincente, quanto eterna, l'idea dell'eternità del capitalismo. Invece, la “crisi che dura ormai da anni sta demolendo, nelle persone in buona fede, questo dissennato idòlum”[6].

Veniamo così al caso presente, ossia al nauseante ritornello con il quale i nostri governanti hanno imposto le imposizioni impopolari della BCE alle esistenze quotidiane di ciascuno di noi.

É l'Europa che ce lo chiede, è lo slogan con il quale è stata sdoganata una sostanziale marcia indietro per i nostri stili di vita, un ritorno a condizioni di lavoro e di vita precedenti al XX secolo. E siamo adesso impegnati nella difficile transizione, nel transito della “terra di nessuno”, dall'era precedente, tutelata e garantita, a quella attuale, povera e insicura. Già qualcuno, ed anche a livello istituzionale, ha cominciato a fiutare il nuovo corso delle cose e si è esposto in nove solenni dichiarazioni di principio. Improvvisamente, allora, scopriamo che il lavoro, proclamato al contrario come tale anche dalla nostra veneranda Costituzione, non è un diritto[7].

Sostanzialmente, allora, si può affermare sensatamente che si fa sta facendo avanti una nuova concezione dei diritti, non più stabiliti dalla coscienza degli uomini, ossia dalla loro sfera morale, ma dall'economia. A guardar bene, però, e Canfora è attento a far scorgere la differenza, la situazione vigente è il risultato dello scollamento moderno di 'morale' e di 'economia': due teorie in principio unite, hanno allontanato reciprocamente i rispettivi passi.

Così, i diritti non sono affatto un puno di approdo, se non definitivo almeno a lungo duraturo, ma una tappa dell'inesorabile cammino dell'età.

Adesso, e tristemente, “sappiamo che è possibile anche una marcia all'indietro, e che essa è cominciata. «Ce lo chiede l'Europa!»”[8].

Anche se non è vero. Anche se sappiamo come, invece, siano i soliti noti a chiderlo, chi è maggiormente favorito dall'attuale possesso del potere economico. Ma giustificare una marcia indietro sui diritti è cosa ardua, senza ricorrere alla strategia del falso nemico, del vertice sommo dal quale è impossibile difettare e con l'utile cappello terroristico della crisi economica.


(immagine tratta da: http://www.slowfood.it/slowine/assets/crisi-economica.jpg)


Note

[1] [1] Cfr. L. Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Laterza, Roma – Bari, 2012, p. 52.
[2] Ivi, pp. 52 – 3.
[3] Ivi, p. 54.
[4] Ivi, p. 56.
[5] Ivi, p. 58.
[6] Ibidem.
[7] Ivi, p. 69.
[8] Ivi, p. 76.

giovedì 6 giugno 2013

Ce lo chiede l'Europa? Prima parte

(Semi-)Recensione a: L. Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Laterza, Roma – Bari, 2012


Il presente volume di Canfora, grande indipendente del mondo accademico, sempre più prono nei confronti del potere, di qualsivoglia risma esso sia fatto realmente, smonta pezzo per pezzo la retorica pubblica con la quale siamo stati amministrati negli ultimi cinque anni.

Dire che “è l'Europa che ce lo chiede” significa spostare metaforicamente il topos del potere, e, quindi, anche delle stesse decisioni politiche, dalle loro sedi istituzionali consone, e a ciò poste, in un imprecisato “altrove” geopolitico che presenta indubbiamente due vantaggi, irrelati ma coevi: 1) far digerire provvedimenti altrimenti impopolari come imposizioni calate dall'altro; 2) non sforzare nemmeno un pochino le meningi politiche nostrane nel mandare ad effetto richieste comunitarie ma compatibilmente con la nostra sovranità popolare.

Per Canfora, l'antifona degli ultimi due anni, in misura più esplicita che nel passato recente, ci ha consentito di veder “abbattere governi, farne nascere di novi, ordinare la nascita di coalizioni, vietare referendum in paesi apparentemente sovrani”[1].


La Comunità Europea si è così trasformata, nella vulgata massmediale, e nella comodità viscerale del popolino, da “madre”, magnifica e generosa, in “matrigna”, brutta, arcigna ed avara. Al punto tale che le sue stesse raccomandazioni, trasmesse ai Governi nazionali tramite le “veline” di lettere semi – segrete a firma della BCE, della Banca Comune Europea, una banca in assenza di uno Stato, minano la sovranità stessa dei Governi, rimescolando dall'alto la composizione stessa delle locali società politiche. É accaduto in Grecia, è accaduto anche da noi l'anno scorso …

Additare così l'amico-nemico del Continente, che decide e dispone per noi, consente di imporre alle popolazioni programmi poderosi di (auto-)limitazione della spesa pubblica, con tagli, più o meno, lineari a quel che concerne il finanziamento dei diritti. Ma consente anche di non doversi nemmeno industriare nel cercare soluzioni originali, creative, impegnative, le quali non scontentino la BCE ma nemmeno le popolazioni che devono subirle. Ecco il punto: qual è il margine di autonomia dei governi nazionali rispetto alla politica economica decisa dalla BCE per tutta la Comunità? Secondo (quasi-)tutti: nessuno. Secondo me, invece, i margini, sebbene ristretti nella somma finale che impongono, vi sono. Il problema, forse, è che la nostra attuale classe dirigente appare incapace di pensare in grande, impreparata a ragionare in termini sistemici, a relazionarsi in chiave internazionale, a coordinare tra “centro” e “periferia” del Continente.

Se la BCE chiede una diminuzione del debito pubblico e consiglia alcune misure, perché mai il Nostro Governo dovrebbe tradurle immediatamente in pratica senza neanche tentare di adattarle alle nostre capacità produttive e sociali?

Canfora dà sfogo in questa sede agli umori negativi nei confronti della matrigna europea, tutto sotto il giogo diretto di Berlino: “l'eurozona è il suo mercato”[2]. É la Germania che impone a tutti i paesi del Continente asfitttiche politiche di rigore economico, dimenticando che in tempi di riflusso economico, al contrario, bisogna spendere, non diminire la spesa pubblica. Pena ristagno e disoccupazione, effetti puntualmente verificatisi, e soprattutto in quei paesi, occupanti la “periferia” dell'Impero tedesco, come Portogallo, Spagna, Grecia e, immancabilmente, il Nostro.

Nemmeno appare praticabile la misura della svalutazione monetaria, strada invece percorsa nei mesi scorsi da USA e Giappone perché “detronizzerebbe la Germania dalla sua posizione dominante”[3].

Peraltro, a quanti osano chiedere un dilazionamento dei tempi di suddetti provvedimenti contenitivi della spesa pubblica, si obietta subito che sarebbe una china pericolosa, evocando “gli anni finali della Prima Repubblica”[4].

E Canfora se la prende caldamente anche con la cosiddetta sinistra, ridotta ormai a propaggine improduttiva dell'attuale sistema politico, delegato della BCE ….

Per l'autore, infatti,sarebbe preferibile svalutare la moneta comune al fine di stimolare la produzione, e, quindi, anche l'occupazione, con ricadute a cascata sui bilanci pubblici e sulla redistribuzione fiscale della ricchezza, dal momento che ciò “renderebbe concorrenziali le nsotre merci”[5]. E solo una sana socialdemocrazia, tornata sé stessa, “potrebbe farsi promotrice di questa rinascita”[6].

Anche perché perdurante l'attuale equilibrio continentale, la Comunità Europea appare poco meno di un “gigantesco feudo tedesco”[7], e non un Paese a 27.

Ma dopo aver dato sfogo agli umori viscerali del popolino, assai più incline a veder complotti ovunque, per spiegare una gestione della propria vita improvvisata sfuggitagli di mano, che a comprendere le reali dinamiche complesse della burocrazia continentale e della finanza globale.

D'altro canto, è proprio l'insicurezza che promana da un mondo in divenire, senza pause nel suo sviluppo, più liquido che solido, che offusca l'acume dei più. In realtà, il mondo cambia sotto i nostri stessi occhi e in genere facciamo non poca fatica ad inseguire, con una comprensione possibile solo a posteriori, questi mutamenti. Ma se i maneggioni dell'alta finanza filano e disfano la tela economica mondiale, i nostri governanti riesumano una tecnica politica vecchia, ma ancora efficace: “l'individuazione del falso bersaglio”[8]. Si tratta della politica economica seguita, più in parole, e per fortuna, che in pratica, negli ultimi anni: spostare l'attenzione dagli squilibri ai vertici della piramide sociale alla base della stessa ed indicare in chi è già occupato stabilmente, e protetto da dei diritti, personali e sociali, come il responsabile della crisi economica, o, perlomeno, dei suoi deleteri effetti umani. Si tratta di un modo sofisticato per adoperare il “ricatto” nella contesa politica ed economica, gettando fumo negli occhi dei poveri disperati dalla congiuntura economica particolarmente severa. Così, “l'operaio occupato, che giustamente difende i diritti che ha conquistato nel corso di un secolo di lotte, è oggi bersaglio di una compagna ostile, truccata nei suoi termini e ricattatoria nei metodi. Gli viene ingiunto di rinunciare alle sue conquiste, la cui ostinata difesa penalizzerebbe (p questa la paradossale accusa) le generazioni future”[9]. É, insomma, per colpa di chi oggi ha (la fortuna di avere ancora) un lavoro, e che non accetta aumenti di produttività (altro modo per dire 'precarietà'), che molti altri, giovani, non lo avranno domani, e nemmeno dopodomani.

D'altro canto, prosegue implacabile siffatta retorica, “abbarbicato ai suoi “privilegi”, a quei poco più di mille euro mensili che nei casi migliori guadagna e a quelle garanzie previdenziali e statutarie che ha ottenuto, egli viene presentato come il cieco egoista che di disinteressa del destino delle generazioni a venire”[10]. La colpa, insomma, non è del sistema economico in generale, incapace di rinnovarsi e di competere con altri attori e scenari internazionali, oltre che, beninteso, della furberia imprenditoriale delle alte sfere, ma del lavoratore dipendente che non vuole cedere nulla della sua attuale agiatezza in favore di chi un lavoro al momento non l'ha. Si aggiunge anche, più o meno implicitamente, che questa sua mancata rinuncia condanna il futuro occupazionale dei giovani. Come se fosse davvero una sua colpa …

Perché si dice questo? Ancora qui per conseguire un doppia risultato: i) additare un nemico (inventato), reo delle difficoltà occupazionali, ed economiche pubbliche, attuali; e, (ii) far accettare ai futuri lavoratori condizioni di vita e di lavoro certamente peggiori delle attuali (se vogliono pur lavorare …). L'operaio, garantito è “il nemico che toglie loro il futuro e preclude il loro presente”[11]. Mai come negli ultimi anni si è registrata una simile insistenza sulla disoccupazione giovanile, peraltro mica una novità dalle nostre parti, e della necessità di un nuovo patto sociale (tra le diverse generazioni). Solo che, e questo è il nocciolo vero della questione, tale rifondazione viene richiesta “al ribasso”, ossia con un sostanziale ritocco in direzione peggiorativa e di condizioni di lavoro (salari; orari; convenzioni; prestazioni sociali; servizi socio – assistenziali; etc.) e di condizioni esistenziali (incertezza sugli orari; incertezza sulla durata dell'impiego; futuro incerto sulle indennità d'infortunio e sul futuro fuori dalla vita attiva; etc.). Come chiosa Canfora “Lungi dal riconoscere che è l'intangibilità del profitto […] che scaraventa intere generazioni fuori dal mercato del lavoro, si ricorre all'abile e ricattatoria denuncia contro l'egoismo (!) di chi, per sua fortuna, non è ancora stato estromesso e non si rassegna ad autoridursi il salario ed appesantire, per «salvare l'euro», le condizioni di lavoro”[12]. Infatti, se banchieri e magnati si riducessero i loro profitti, “il che vuol dire ridurre l'orario di lavoro a pari salario e aumentare i posti di lavoro”[13], il problema dei giovani inoccupati sarebbe avviato a soluzione. Ma questa strada viene respinta da quanti difendono, forse con lo stesso egoismo del lavoratore dipendente che difende il suo posto di lavoro, e le sue garanzie, la sacralità del profitto personale.

Ma se il profitto deve quanto meno restare intatto o, magari anche, accrescere, allora o si addita il falso nemico del dipendente che non si autoriduce il salario oppure si ricatta un'intero Paese con la minaccia della delocalizzazione degli impianti di produzione verso i paesi dove minori sono i salari, le tutele, le garanzie, insomma tutti quei costi che incidono, più o meno direttamente, sul profitto finale del capitano d'impresa.

Il futuro, fosco nei termini e nei contenuti, è forse quello di una nuova schiavitù? Ovviamente, se il profitto deve rimanere vantaggioso per chi imprende un'attività produttiva, allora cosa resta al sottoposto (al primo legato dalla disparità di posizione dei contraenti in un rapporto di lavoro)? Meno, ma meglio per il primo se ancora meno. Ecco, allora, spiegata la nemmeno tanto oscura dinamica delle scelte politiche ed economiche degli ultimi anni.

Ma, forse, non c'era nemmeno il reale bisogno di scomodare il gigante silente europeo. Infatti, l'Europa non ci ha chiesto affatto tutto questo, è stata l'economia a farlo, e quasi impunemente.

....


(Continua)


(immagine tratta da: http://ecx.images-amazon.com/images/I/41GmJIM2BQL._SL500_AA300_.jpg)


Note

[1] Cfr. L. Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Laterza, Roma – Bari, 2012, p. 25.
[2] Ivi, p. 36.
[3] Ivi, p. 37.
[4] Ibidem.
[5] Ivi, p. 38.
[6] Ivi, p. 39.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, p. 48.
[9] Ivi, pp. 47 – 8.
[10] Ivi, p. 48.
[11] Ibidem.

[12] Ivi, pp. 48 – 9.

lunedì 19 novembre 2012

Triste storia ...

In questo libro viene tentata per la prima volta una prognosi della storia. Ci si è proposti di predire il destino di una civiltà e, propriamente, dell’unica civiltà che oggi stia realizzandosi sul nostro pianeta, la civiltà euro – occidentale e americana, nei suoi stadi futuri

(O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano, 1957, p. 13)

Progetto ardito, ma problematico: la storia è un corpo evolutivamente programmato, e, quindi, anche, prevedibile? Forse Spengler è rimasto abbagliato dalla novità e dalla potenza delle cd. scienze umane le quali, accoppiate a quelle esatte, possono aver sortito l'impressione che (quasi) ogni cosa, sotto il cielo, sia prevedibile.


Bene, Spengler rimarrebbe sorpreso, allora, di conoscere l'attuale epistemologia storica secondo la quale la storia non esiste punto, se non, almeno, dal momento in cui il singolo storico si pone domande ricostruttive della sua realtà presente, e, nel farlo, investe il passato di ipotesi e ricostruzioni, procedendo, dunque, a ricostruirlo. Del futuro, invece, nulla al momento può dirsi.


Ovviamente, però, non era affatto questa la prospettiva singolare dalla quale muoveva, ma quella sorta di "filosofia della storia" che intende fornire, o suggerire, ipotesi ermeneutiche intorno al destino delle civiltà. Sui data è possibile convenire, ma sulle interpretazioni, forse, no. E questo a maggior ragione se, più che di valutazioni su facta, si tratti di meri sogni, ad opera di visionari.


E tuttavia, forse, su un punto Spengler aveva ragione: nel predire la fine del centralismo mondiale dell'Europa, relegata, da lì in poi, al mesto ruolo di "parte" tra le "parti" del globo terracqueo. 


Ma per fare ciò non era, forse, nemmeno necessario produrre quella mole di pagine che è suddetto Tramonto.





(immagine tratta da: http://usnlombardia.files.wordpress.com/2012/08/spengler.jpg)