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giovedì 23 aprile 2020

Risorse video su Aristotele


Quella che segue è un mio modesto contributo alla DAD!

Un elenco di risorse video sui vari aspetti della filosofia di Aristotele.

Spero tu possa trarne giovamento. In caso positivo, non esitare ad iscriverti al canale e a divulgare queste risorse ad altri che pensi possano averne bisogno.

E' un periodo difficile per tutti quanti, ma ciascuno può dare il suo piccolo contributo. In fondo, il mare è costituito da tante goccioline d'acqua ...


martedì 21 aprile 2020

Etica aristotelica

Della DAD, forse, rimarrà questo: i furiosi e compulsivi tentativi da parte dei docenti di sopperire alle mancanze degli alunni.

La presentazione che segue, uno dei tanto decantati in passati OL, è una prova di questi tentativi.

Buona lettura!


lunedì 20 aprile 2020

Aristotele e la DAD ...


A seguire una breve sintesi su Aristotele.

Sapete, in tempi di DAD ...


E se non incontra il vostro apprezzamento, c'è sempre la playlist dei video didattici prodotti per la DAD!

lunedì 6 aprile 2020

Aristotele, il logico!

Prosegue l'epidemia.

Prosegue il confino domiciliare.

Proseguono le attività della DAD!

Questo l'ultimo esemplare di volontariato artigianale dei docenti della vituperata scuola pubblica italiana.


mercoledì 11 marzo 2020

Didattica a distanza ... senza didattichese!

Didattica a distanza ... ce la faremo? Sopravviveremo? Chissà! Intanto, bisogna provare a non perdere terreno, anche a distanza, pur tra mille difficoltà (e tanti errori in postproduzione).




domenica 7 aprile 2019

Lo scettico dimostra il principio di non contraddizione ...

Amena modesta videolezione (breve) dello scrivente.

Stavolta sulla dimostrazione elenctica del principio di non contraddizione.

Spero possiate, in qualche modo, trovarne giovamento nello studio e, più in generale, nella cura delle vostre persone.


lunedì 12 marzo 2018

domenica 17 dicembre 2017

Cantami, Diva #2


Questo l'esergo del volume collettaneo.


ILIADE

con note e commenti di Danilo Campanella

ISBN – 9788899303587

c. 780 pagine.

Sì, avete letto bene: ben 780 pagine! Un volume ponderoso. Potete, quindi, immaginare la mole di lavoro dietro ad un'opera siffatta!

Incuriositi?

Stupiti?

Indifferenti?

Diceva il buon saggio Aristotele, "gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia".


(url: http://www.enigmaedizioni.com/wp-content/uploads/2017/12/iliade-496x700.jpg)


Continua ...

martedì 7 novembre 2017

Protrettico

"Similmente è chiaro che l'uomo dotato di capacità intellettuali si deciderà per la filosofia, perché il filosofare è compito di quella capacità. Da questo giudizio, espresso con la maggiore sicurezza possibile, risulta chiaramente che la capacità dell'intelletto è il più alto di tutti i beni. Con ancora maggiore chiarezza la verità di questa tesi risulta dai seguenti argomenti. La riflessione e la conoscenza sono desiderabili dagli uomini di per sé, in quanto senza di esse non è possibile vivere una vita degna di un uomo. Ma esse sono anche utili per la vita pratica, perché nulla ci appare buono, se non è portato a compimento con la riflessione e mediante un'attività avveduta. Ora, la vita felice, può consistere nella gioia e nel benessere, o nel possesso dell'eccellenza morale, o nell'esercizio della capacità intellettuale: in ognuno di questi casi, comunque, bisogna dedicarsi alla filosofia, perché un giudizio chiaro su queste cose si può conseguire soltanto mediante la filosofia"

Esortazione ... e tu che farai?


(url: http://catalogo.museogalileo.it/images/cat/biografie_944/7293_3253_2160-001_944.jpg)

mercoledì 25 ottobre 2017

Briciole sui paradossi



(url: http://slideplayer.it/12/3661896/big_thumb.jpg)

Dei suoi paradossi contro il movimento il più famoso è quello detto di Achille e della tartaruga.


(url: https://s.deascuola.it/animali_costruttori/images/Achille-e-la-Tartaruga-700x210.jpg)

 Chi vincerà la gara? Il pie' veloce o la flemmatica turtle? Il primo direbbero i più, la seconda asserisce inopinatamente Zenone. E il ragionamento, per quanto arduo e sfidante il buon senso comune, sembra filare ... Ma è davvero così? Per Aristotele, si tratta di un ragionamento che ha efficacia solo teorica, non pratica. Ergo, Achilles wins, e la tartaruga perde.

Ma è davvero così? Lasciamo perdere l'esempio zenoniano, e prendiamo in considerazione la vignetta seguente:

(url: http://www.mathisintheair.org/wp/wp-content/uploads/2015/07/I-paradossi-di-ricchezza-e-povert%C3%A0.jpg)

Bene. E ora come la mettiamo?

giovedì 12 ottobre 2017

Stupore!

Cantami, oh Aristotele, della divina meraviglia!

"Πάντες ἄνθρωποι τοῦ εἰδέναι ὀρέγονταιφύσει. σημεῖον δ' ἡ τῶν αἰσθήσεων ἀγάπησις·καὶ γὰρ χωρὶς τῆς χρείας ἀγαπῶνται δι'αὑτάς, καὶ μάλιστα τῶν ἄλλων ἡ διὰ τῶνὀμμάτων. οὐ γὰρ μόνον ἵνα πράττωμεν ἀλλὰκαὶ μηθὲν μέλλοντες πράττειν τὸ ὁρᾶναἱρούμεθα ἀντὶ πάντων ὡς εἰπεῖν τῶν ἄλλων.αἴτιον δ' ὅτι μάλιστα ποιεῖ γνωρίζειν ἡμᾶςαὕτη τῶν αἰσθήσεων καὶ πολλὰς δηλοῖδιαφοράς. φύσει μὲν οὖν αἴσθησιν ἔχονταγίγνεται τὰ ζῷα, ἐκ δὲ ταύτης τοῖς μὲν αὐτῶνοὐκ ἐγγίγνεται μνήμη, τοῖς δ' ἐγγίγνεται. καὶδιὰ τοῦτο ταῦτα φρονιμώτερα καὶμαθητικώτερα τῶν μὴ δυναμένωνμνημονεύειν ἐστί, φρόνιμα μὲν ἄνευ τοῦμανθάνειν ὅσα μὴ δύναται τῶν ψόφωνἀκούειν (οἷον μέλιττα κἂν εἴ τι τοιοῦτον ἄλλογένος ζῴων ἔστι), μανθάνει δ' ὅσα πρὸς τῇμνήμῃ καὶ ταύτην ἔχει τὴν αἴσθησιν. τὰ μὲνοὖν ἄλλα ταῖς φαντασίαις ζῇ καὶ ταῖςμνήμαις, ἐμπειρίας δὲ μετέχει μικρόν· τὸ δὲτῶν ἀνθρώπων γένος καὶ τέχνῃ καὶλογισμοῖς"

(Aristotele)

giovedì 21 luglio 2016

Verso il saggio #1

"Si riflette in questa costruzione un'idea di simmetria ed equilibrio del cosmo"

(M. M. Sassi, Le cosmogonie ioniche, in U. Eco - R. Fedriga (curr.), La filosofia e le sue storie. L'antichità e il Medioevo, Laterza, Roma - Bari, 2014, p. 9)

Le linee di sviluppo della sapienza antica mantengono la loro spinta originaria all'equilibrio del tutto e dell'uno ...

Cosmo, d'altra parte, nella cultura greca significa 'ordine', un insieme organizzato secondo principi e cause primi, magari invisibile agli occhi dei più, che regge assieme il 'molteplice' e il 'singolo', un'unità che rende conto della somiglianza così come della differenza ...

Da questa sorgente comune, in seguito le strade della sapienza si dividono, la poesia da una parte, la filosofia dall'altra ...

Chissà com'è stata questa separazione. Se indolore o cruenta ...

Platone ed Aristotele, ancora tra V e IV secolo tengono memoria della curiosa disputa tra i filosofi e i poeti ...

Eppure, per diversi secoli sono esistiti sia i poeti filosofi sia i filosofi poeti ...

Poi, progressivamente, gli uni si sono specializzati gli altri si sono settorializzati, e la filosofia ha preso congedo dalla poesia!

Salvo i vari e sporadici tentativi, tra l'età moderna l'età contemporanea, di recuperare un'unità perduta di filosofia e poesia ...


(url: http://www.partecipiamo.it/Poesie/Immagini/introduzione_alla_poesia/introduzione_alla_poesia_00003.jpg)



martedì 23 dicembre 2014

Non contraddizione aristotelica? Una replica!

Non è mia abitudine, ma stavolta lo faccio: il presente post è la risposta ad un commento che recentemente ho ricevuto al mio post da titolo Aristotele ... l'ingannatore!, e che trovate anche nella stessa sede come risposta.


(url immagine: http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/20111007101103.jpg)


La ripropongo qui perché la trovo particolarmente "illuminante", e non me ne vogliamo i miei telchini!

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Aristotele ... l'ingannatore! Dialettica nell'elen...": 

E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?

Oppure la distinzione Pensiero / Incontraddittorietà è essa stessa una distinzione contraddittoria, in quanto pensare è pensare-incontraddittoriamente o non è pensare (ossia sono un medesimo: e distinguere un medesimo, come tu fai, è assurdo perché impossibile).

Ma un altro aspetto:
"L'interlocutore (B) cade proprio dove avrebbe dovuto tenere, passando, e contraddittoriamente, da un atteggiamento negativo ad un atteggiamento affermativo, prima nega, poi afferma, il (PDNC)."
Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?
Se è reale, allora il principio è realmete negato (e non è affatto riaffermato, ma appunto è invalidato);
se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica.

Come ne esci?

Caro Kumpel Marco, innanzitutto ti ringrazio per il tuo commento: vuol dire che il post, benché pessimo, è stato oggetto di lettura, peraltro attenta, da parte di qualcuno.
Ma veniamo a noi, dato che non è affatto mia intenzione ignorare le obiezioni di terzi, oltre a non essere mia abitudine farlo.
Mi chiedi: “E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?”. Trovo che sia una reduplicazione, di per sé inutile, del problema. Infatti, potremmo, e provocatoriamente, riformulare il quesito nella forma seguente: il pensiero – con la ‘p’ minuscola – fonda il PDNC oppure è fondato dal PDNC? Così posta la problematica non ne usciamo. Infatti, qual è, se vi è, la distinzione tra pensiero e PDNC? Il pensiero è pensiero se, e solo se, funziona in conformità al PDNC, altrimenti abbiamo altro che non sia pensiero, ossia poesia, mito, narrativa, etc. Ma se il pensiero incorpora il PDNC, viene meno l’obiezione: non è che il PDNC fondi il pensiero e/o il pensiero sia fondamento del PDNC. No?
Ma passiamo alla seconda obiezione, di per sé, più interessante. Citando un mio passo, argomenti: “Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?”. Bene. Assumiamo che la negazione sia reale, di conseguenza, dici, il PDNC sarebbe realmente negato, e, quindi, invalidato. Problema: negare non equivale ad invalidare. La negazione, proprio in quanto tale, deve essere dimostrata, cioè reggere l’onere della prova. Onere che lo svolgimento stesso del movimento elenctico in Aristotele esclude in partenza. Detto altrimenti, per quale motivo ammesso, e non concesso, che la negazione del PDNC sia reale, dovremmo concludere che sia inutile proseguire il discorso dato che il PDNC verrebbe meno? E, per di più, chi o cosa ci assicura che così procedendo noi non si stia adoperando propriamente il PDNC che si nega e che vorremmo non più valido? Di conseguenza, la negazione del PDNC dovrebbe essere ipotetica. Ma, sostieni tu, “se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica”. E per quale motivo, che possa dirsi sensato? Peraltro, mi pare che tu stia equivocando tra dimostrazione elenctica e sussistenza del PDNC iuxta propria principia. Intendo dire: Aristotele ha l’ardire di dire l’indicibile, vale a dire elevare alla dimensione di parola quanto quest’ultima, per virtù, presuppone. In altri termini, il logos non può parlare di sé stesso, pena o l’equivoco o il fraintendimento o l’errore o il girare a vuoto … la parola non può parlare dei presupposti o fondamenti della parola stessa! Tant’è che lo stagirita, infatti, evita questo problema partendo dal negatore del PDNC, senza in prima persona assumere l’onere dell’inevitabile prova che, in caso contrario, gli verrebbe, e giustamente, richiesta (parli del PDNC, bene dimostralo!). Ora, la dimostrazione elenctica nega la posizione del negatore del PDNC. Ci troviamo, cioè, in una posizione derivata e indiretta di confronto sul PDNC, oggetto al di fuori della portata stessa della parola o logos … Ma concediamo che la tua obiezione sia fattibile, ecco come ne esco: non è forse vero che per poter distinguere, e in maniera sensata, tra le due alternative, e per cogliere anche la presenza stessa di eventuali contraddizioni e incoerenze, non necessitiamo appunto del PDNC? Dunque, ti chiedo: possiamo davvero uscire dallo spazio di parola concessoci dal PDNC?

Chiusa finale: il gioco retorico di Aristotele è chiaramente una finzione, ma è drammaticamente efficace non tanto per la confutazione del confutatore del PDNC, il quale, a rigore, manco potrebbe sognarsi di costituirsi in quanto tale, dato che, a sua volta, dovrebbe proprio far uso del PDNC; ossia di quel che vorrebbe negare, ma nel momento iniziale del movimento elenctico, vale a dire quando pone l’unica condizione essenziale per lo spazio del discorso: dire cose che abbiano senso e per me e per te, pena il silenzio delle piante.



lunedì 20 gennaio 2014

Anteprima

(anteprima tratta da: A. Pizzo, Parva Logicalia. Volume I. Didattica, logica e filosofia, Roma, ISBN: 9788891067074, pp. 95 - 113)





Di', se riesci.
Il dilemma della “prima mossa” nell'elenchòs aristotelico

Il ruolo “positivo” della contraddizione, e del suo corrispettivo divieto, nella costruzione di una teoria filosofica è difficilmente sottostimabile, benché si registri oggi una tendenza piuttosto consolidata a rivalutarne il ruolo “negativo”. Infatti, è solo grazie al suo divieto che diventa possibile edificare un'architettonica del “vero”, del “credibile”, del “sensato”, e così via. Sostanzialmente, per ruolo “positivo” s'intende l'esclusione della con­traddizione, e, di conseguenza, anche dell'incoerenza, dalla teoria. Di con­verso, diventa così anche comprensibile cosa s'intenda con ruolo “negati­vo”, valutazione che incontra certamente i gusti, la sensibilità e i desideri di una certa tendenza in filosofia. Personalmente, però, m'interessa esclu­sivamente il ruolo “positivo” della contraddizione, e segnatamente il suo divieto, per la natura fondamentale che vi ravvedo nella costruzione di un pensieri coerente, il che equivale a dire sensato, razionale, coerente[1].

In effetti, un pensiero è coerente se funzione secondo le coordinate es­senziali definite, rispettivamente, dal principio di non contraddizione e del principio del terzo escluso. Nella presente ricognizione parleremo sol­tanto del primo. Concludendo questa riflessione inaugurale, ripetiamo con Da Costa che le formulazioni di questi due principi sono le seguenti:

  1. Principio di non contraddizione: fra due proposizioni contradditto­rie A e non A, una è falsa.
  2. Principio del terzo escluso: fra due proposizioni contraddittorie A e non A, una è vera[2]
Il principio di non contraddizione, allora, consente di distinguere tra proposizioni vere e proposizioni false, esattamente come consente di av­vertire la presenza di errori, magari non del tutto riconosciuti come tali. Ma dove viene formulato il principio di non contraddizione? Dove trova piena espressione il divieto di contraddizione, ruolo “positivo” svolto da quest'ultimo?


Il topos classico, per quanto concerne il principio di (non) contraddi­zione (PDNC) è certamente Metafisica IV ove Aristotele cerca di dimo­strare la natura fondamentale dello stesso, evitando nel contempo di cade­re in una facile petitio principii, data la sua strutturazione esigenziale.


Possiamo leggere, nella traduzione del Reale, come

Ci sono alcuni […] i quali affermano che la stessa cosa può essere e non essere, e, anche, che in questo modo si può pensare […] Noi, invece, abbiamo stabilito che è impossibile che una cosa, nello stesso tempo, sia e non sia; e, in base a questa impossibilità, abbiamo mostrato che questo è il più sicuro di tutti i princi­pi. Ora alcuni ritengono, per ignoranza, che anche questo principio debba essere dimostrato: infatti è ignoranza il non sapere di quali cose si debba ricercare una dimostrazione e di quali, invece, non si debba ricercare. Infatti, in generale, è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto: in tal caso si procederebbe all'infi­nito, e in questo modo, per conseguenza non ci sarebbe affatto dimostrazione. Se, dunque, di alcune cose non si deve ricercare una dimostrazione, essi non po­trebbero, certo, indicare altro principio che più di questo non abbia bisogno di dimostrazione[3]

Solo chi ignora il (PDNC) potrebbe, a detta dello stagirita, desiderarne anche una dimostrazione. Questo, però, è impossibile dato che esso è il principio alla base di tutto. 


Anzi, Aristotele sembra anche dire che è pro­prio grazie all'esistenza del (PDNC) che è possibile fornire dimostrazione di altri principi. Di conseguenza, il (PDNC) regge l'intero edificio specu­lativo, assicurando sensatezza, coerenza, credibilità, verità alle proposi­zioni di quest'ultimo. La stessa metafisica, in quando scienza che mira a studiare l'essere in quanto essere, si fonda sul (PDNC), a sua volta, per­tanto, garanzia di dimostrazione. 


Pertanto, come può il (PDNC) esaudire i desideri degli ignoranti i quali, non convinti della bontà dello stesso, chie­dono una sua dimostrazione? Simpliciter, il (PDNC) non può dimostrare il (PDNC): un procedere in questo modo sarebbe vizioso, circolare. Se il (PDNC) cercasse di dimostrare sé stesso avremmo la situazione parados­sale, quanto innaturale, seguente: lo strumento della dimostrazione che desidera dimostrare sé stesso. Come può il (PDNC) dimostrare il (PDNC)? Come può lo strumento farsi a sua volta fine? E come può darsi, in ultima istanza, questo fine se si dovesse realizzare la condizione se­guente: uno strumento che si fa strumento di sé? 


Per questo motivo, solo per ignoranza, dià apaideusían, si può volere una dimostrazione del (PDNC), chiederne una prova: è solo in virtù del (PDNC) che è possibile dare dimostrazione. Come chiedere dimostrazione dell'organo di ogni di­mostrazione? Semplicemente, non è possibile, è insensato farlo.



In precedenza, sempre Aristotele aveva sottolineato la natura essenzia­le del (PDNC) per una scienza dell'essere in quanto essere, episthéme tis hé theoreî tò òn hê òn[4], e, per lo stesso motivo, i medievali hanno conia­to la famosa espressione firmissimum principium, ossia il principio più saldo (di tutti), peraltro traduzione latina dell'espressione aristotelica be­baiotáte archè, principio saldissimo[5].


(continua)

Note
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[1] Cfr. F. Berto, Teorie dell’assurdo. I rivali del Principio di Non-Contraddizione, Carocci, Roma, 2009, p. 37: «le sfide più cogenti al (PNC) nel pensiero contemporaneo vengono dai paradossi logici». In questa sede, non ci occuperemo dei paradossi ma è rilevante osservare come l'attuale messa in que­stione del principio di non contraddizione si leghi ad un discreto gusto per il paradosso, non visto più come una minaccia per la coerenza di sistemi teorici, ma come una conseguenza inevitabile della fragi­lità umana. Si tratta, invariabilmente, di un gusto consono ai molteplici e vari atteggiamenti postmoder­ni. Peraltro, comunque, il fascino stesso dei paradossi nasce dalla constatazione di trovarsi di fronte una contraddizione la quale, per svariati motivi, risulta inemendabile. Cfr. F. D’Agostini, Paradossi, Ca­rocci, Roma, 2009, p. 21: «è abbastanza intuitiva l’idea che l’aspetto interessante e caratteristico dei pa­radossi sia il fatto imbarazzante (e sorprendente) di una contraddizione che per qualche ragione risulta ineliminabile».
[2] Cfr. n. c. a. da costa, Prefazione, a: n. grana, Contraddizione e incompletezza, Liguori, Napoli, 1990, p. 9.
[3] Cfr. aristotele, Metafisica, Bompiani, Milano, 2000, p. 145 (1005b 35 – 1006a 1 – 10).
[4] Ivi, p. 131 (1003a 20).

[5] Ivi, p. 143 (1005b 15).

domenica 5 gennaio 2014

Qualcosa di determinato ...



"Il passo immediatamente seguente (21 – 31) incomincia a sua volta con un gár («infatti»), e ciò significa che tale passo indica determinatamente il fondamento dell'affermazione che il principio che è stato qualificato come il più saldo di tutti possiede il diorismós consistente nella necessità che intorno a tale principio l'uo­mo si trovi sempre nella verità, si trovi sempre all'interno di tale principio – cioè possiede il diorismós consistente nell'impossibilità che la conoscenza umana sia mai un contraddirsi"

(E. Severino, Fondamento della contraddizione, Adelphi, Milano, 2005, p. 25)

venerdì 27 dicembre 2013

Aristotele deontico

"l'espressione: ciò che deve essere, ha infatti un duplice significato. Noi indichiamo con essa sia ciò che è necessario […] sia quanto è bene"

(Aristotele, Confutazioni sofistiche, in Aristotele, Organon, Adelphi, Milano, 2003, p. 651)

Ambiguità deontiche ante - litteram.

La costitutiva ambiguità delle formulazioni deontiche prima di von Wright.

Problema: come possiamo distinguere nettamente tra uso descrittivo ed uso prescrittivo delle medesime proposizioni che fanno uso di nozioni normative?

martedì 17 settembre 2013

Argomenti ...

"nel caso in cui un argomento proposto da una persona non sia creduto buono da un'altra persona, è normale che la prima persona cerchi di argomentare a favore della bontà dell'argomento o della verità della sua conclusione, e che la seconda cerchi invece di argomentare nella direzione contraria. Argomentare nella direzione contraria significa fornire ragioni per pensare che la conclusione dell'argomento non sia vera o che l'argomento non sia buono. Una confutazione è appunto un argomento nella direzione contraria a quella di un altro argomento, cioè un argomento sulla base del quale si può sostenere che la conclusione dell'altro argomento non è vera o che l'altro argomento non è buono"

(A. Iacona, L'argomentazione, Einaudi, Torino, 2010, pp. 75 – 76)

Molto spesso ho trattato la dimostrazione aristotelica del principio di non contraddizione.

Adesso vorrei, se posso, spezzare una lancia a favore del sofista, idolo polemico della dimostrazione stessa.

Cosa significa argomentare? Semplice: fornire ragioni per credere buona o vera una tesi.

Aristotele argomenta per difendere quella che ritiene essere la bontà del principio di non contraddizione. E, per evitare l'errore della circolarità, fare appello a quel che si dovrebbe prima dimostrare, fa in modo che quest'ultima ricada sulle spalle del sofista stesso.

Ma questo povero uomo cos'ha fatto davvero di male se non richiedere umanamente e razionalmente una prova, almeno una, della tesi affermata?

Il problema, però, mio caro sofista, è quanto richiesto è semplicemente impossibile! Del principio di non contraddizione non può darsi alcuna dimostrazione diretta!

That's All, Folks!


(immagine tratta da: http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ6QQgqyuV2nPdW-oVtH-L2y1xnYIo_nuTm4R5Fsw5mQEbabV--)

mercoledì 11 settembre 2013

Disputatio et confutatio ...

"[…] per via di confutazione: a patto, però, che l'avversario dica qualcosa [échonta lógon]. Se, invece, l'avversario non dice nulla, allora è ridicolo cercare una argomentazione da opporre contro chi non dice nulla, in quanto, appunto, non dice nulla: costui, in quanto tale, sarebbe simile ad una pianta. E la differenza fra la dimostrazione per via di confutazione e la dimostrazione vera e propria consiste in questo: che, se uno volesse dimostrare, cadrebbe palesemente in una petizione di principio; invece, se causa di questo fosse un altro, allora si tratterebbe di confutazione e non di dimostrazione. Il punto di partenza, in tutti questi casi, non consiste nell'esigere che l'avversario dica che qualcosa o è, oppure che non è […] ma che dica qualcosa che abbia un significato e per lui e per gli altri; e questo è pur necessario, se egli intende dire qualcosa. Se non facesse questo, costui non potrebbe in alcun modo discorrere, né con sé medesimo né con altri; se, invece, l'avversario concede questo, allora sarà possibile una dimostrazione. Infatti, in tal caso, ci sarà già qualcosa di determinato. E responsabile della petizione di principio non sarà colui che dimostra, ma colui che provoca la dimostrazione: e in effetti, proprio per distruggere il ragionamento, egli sia avvale di un ragionamento. Inoltre, chi ha concesso questo, ha concesso che c'è qualcosa di vero anche indipendentemente dalla dimostrazione"

(Aristotele, Metafisica 1005b 11 - 15)


Quanta storia c'è in queste stringate parole?



Quanta verità si raccoglie entro ciascun rigo?



Quanto respiro si nasconde dietro ogni parola?



Quanti sospiri ci celano all'ombra di una prosa contratta?



Quanti luoghi polemici sono appena indicati allusivamente?



E dove cadono queste nostre domande?



Aristotele delinea il quadro d'insieme della sua confutazione del negatore del principio di non contraddizione ma, per ragioni più che ovvie, non può soffermarsi più di tanto sulla dimostrazione di quest'ultimo.



Per pudore, preferisce tacere sul render conto della richiesta dell'avversario e far ricadere su quest'ultimo tutto l'onere della prova!



E d'altra parte, come avrebbe potuto far diversamente? Pena l'auto-contraddizione, non si dà dimostrazione del principio alla base di qualsiasi dimostrazione ...



Aristotele evita appunto la circolarità ricorrendo alla polarità del gioco dialettico e rendendo responsabile dell'errore proprio l'avversario che chiede conto del principio.



Una soluzione forse capziosa, a dir poco "bizantina", ma efficace: dì almeno qualcosa di determinato, mio caro sofista, se riesci (senza adoperare quel che vorresti negare)!



E questo proprio perché adopera quel che vuol negare, il sofista riesce a negare il principio medesimo. Ma questo è già un dire qualcosa di determinato, appunto che cade sotto il principio stesso. Allora, come fai a negare ed affermare assieme? Solo per ignoranza, puoi far ciò, dice Aristotele, dal momento che già per dire qualcosa bisogna utilizzare quel che si vorrebbe negare ...



Non convince del tutto? Eppure la contesa dialettica inchioda entrambe le parti:


1. l'assertore del principio, dal momento che non può né farne a meno né dimostrarlo direttamente, pena l'auto-contraddizione (o, il che è lo stesso, la circolarità);
2. il negatore del principio, dal momento che non può né farne a meno, pur volendolo negare, né richiederne dimostrazione diretta, pena l'auto-contraddizione.



L'unico ad uscirne però con le ossa davvero rotte è il (2): in ogni caso, colui sul quale ricade la responsabilità della petitio principii. Paradossalmente, deve poter utilizzare quanto vorrebbe negare ..



E così si conclude la nostra storia, folks! Aristotele wins, il sofista perde.





(immagine tratta da: http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ78YKfgFvTOw_x8hCpWmwLJXrPXB_KCdpl14yG8BnoGrYGSTky)