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lunedì 27 febbraio 2012

Anatomia di una vignetta (satirica)



L’immagine che desidero qui commentare brevemente, tratta dalla rassegna stampa che il LabOnt ha dedicato al cosiddetto “nuovo realismo”, sintetizza, a mio modesto modo di vedere, in maniera efficace il “succo” del postmodernismo filosofico, nei suoi eccessi e nei suoi meriti, ma anche nei suoi innegabili difetti.
Infatti, abbiamo una situazione iniziale, un soggetto A che calpesta il collo di un soggetto B, che viene sviluppata in maniera del tutto particolare, anche giungendo ad una interpretazione della stessa del tutto paradossale, e negatrice della realtà stessa che sta accadendo (che A preme con il piede sul collo di B).
Il soggetto B, nella prima vignetta, lamentandosi con A, riassume icasticamente la situazione per come tutti noi possiamo vederla: il soggetto A gli calpesta il collo con il piede destro. Nella vignetta successiva, il soggetto A, significativamente rappresentato in doppio petto, pomposamente risponde “Bene, questo è un punto di vista, ma qualcuno potrebbe rispondere che tu stai cercando di trascinarmi con il tuo collo”. Questa è una premessa, assai significativa, per quanto lo stesso sta per dire nella terza vignetta: “Vedi, nella condizione postmoderna creiamo la nostra propria realtà sulla base delle nostre precognizioni interiorizzate cosicché non c’è più alcuna verità obiettiva, ma siamo liberi di creare la nostra verità … come vedi, non c’è giusto o sbagliato, ma un numero infinito di storie egualmente valide”.
Quanto il soggetto A dice nella terza vignetta, a mo’ di risposta a quanto lamentato dal soggetto B nella prima vignetta, è, a mio modesto modo di vedere, proprio il succo di quanto sostenuto dal postmodernismo nelle sue varie forme: non v’è alcun dato oggettivo, ma tutto viene narrato da vari narratori senza che ciascuna storia possa arrogarsi il diritto di essere più vera delle altre. Così inteso il processo conoscitivo, molto prossimo al nichilismo gnoseologico gorgiano, e non a caso aggiungerei, è inevitabile che l’intera realtà venga ridotta ad un insieme caotico di precondizioni che ciascuno di noi interiorizza nel corso della suo sviluppo al punto da costruire una “realtà soggettiva”, tanto vera quanto quella di altri come noi. Anzi, la realtà non c’è di per sé, ma è il frutto della nostra costruzione fantasmatica, come frutto delle introiezioni che evolutivamente non possiamo fare a meno di avere, o subire. Quindi, una sorta di nichilismo ontologico fa il paio con il precedente nichilismo gnoseologico. Manca ancora la terza tesi gorgiana: se anche le cose non fossero così, nulla è comprensibile. E difatti, ecco che nella quarta, ed ultima vignetta, il soggetto B torna a lamentarsi con il soggetto A: “Ma stai ancora calpestando il mio collo!”. Ma il soggetto A risponde laconico: “Mai stato al college, vero?”. Quanto il soggetto A risponde è significativo: se tu avessi frequentato il college, non ti fermeresti ad una conoscenza così approssimativa, e “comune”, ma la penseresti come me. Se sapessi cosa sono i condizionamenti psicologici, sociali, culturali, e così via, non penseresti affatto che ti sto calpestando il collo, e potresti offrirmi altre narrazioni, magari anche più appetibili. Ecco qui riassunta anche la terza tesi gi Gorgia: ammesso, e non concesso, che qualcosa sia e che questo qualcosa sia conoscibile, è comunicabile? Il soggetto A e il soggetto B non comunicano affatto, si limitano a condividere un medesimo spazio ristretto, offrendo però descrizioni di realtà diverse … o almeno questo è quello che pensa il postmodernista soggetto A mentre il soggetto B, con il collo dolente, potrebbe pensarla molto diversamente.
In un altro post, avevo considerato il neorealismo attuale come una sorta di ripresa del parmenidismo, e non a caso: il nichilismo gorgiano, del tutto ripreso, e sviluppato ulteriormente, dal postmoderno, è la negazione esatta della filosofia eleatica. Mentre Parmenide ci parla di una realtà che esiste oggettivamente, che è conoscibile intersoggettivamente, e che è anche descrivibile oggettivamente, Gorgia, e con lui i postmoderni, ci dicono l’esatto contrario: una realtà che non sappiamo se c’è, una realtà che certamente conosciamo ciascuno in maniera diversa, e, infine, una realtà che non è comunicabile, almeno non nella forma di un senso condiviso.
È peraltro significativo anche l’abbigliamento dei due soggetti: elegante, e formale, il soggetto A, sportivo, e informale, il soggetto B. Infatti, ciò significa che la visione portata avanti dal primo è quella attualmente maggiormente in voga, quella più ricca di riconoscimenti, mentre quella sostenuta, anche per difendersi dalla brutale aggressione, dal secondo soggetto è meno ricca di condivisione, e, quindi, meno attuale presso i dipartimenti accademici. Cosa ci dice questo? Che, forse, la suggestione, maggiore nel caso della prospettiva del soggetto A, ha preso il posto del rigore speculativo nella storia moderna della filosofia, giungendo anche sino all’estremo paradossale di una situazione che non è quella che appare, ma che potrebbe pure essere altrimenti. E che posto hanno allora le lamentele del soggetto B calpestato? Sta forse sognando? Si inganna?
La cosiddetta svolta retorica (rethoric turn) del XX secolo in filosofia ha consentito anche l’allargamento, oltremisura, delle maglie della riflessione filosofica, portando anche ad un misconoscimento della realtà in forza di una sua controfigura metaforica. Ma questo, scusateci, appare solo un mero errore e per di più non è nemmeno segno di serietà scientifica: nessuno dubita del fatto che il processo conoscitivo è molto meno razionale di quanto appaia nella sue ricostruzioni e che anzi sia influenzato da moventi psicologici, sociali e culturali, ma pensare da qui che neanche vi sia una realtà appare quanto meno problematico. Andate pure a dirlo al povero soggetto B, chissà cosa potrebbe rispondervi. Anche se, ovviamente, la vignetta è volutamente satirica e, quindi, va presa con le dovute cautele.
Forse, allora, è giunto il momento di scrollarsi di dosso l’abulia e il sonno post sbornia postmoderna, e tornare a pensare cosa siano il mondo, la conoscenza e il linguaggio.
Che è quanto dire che sarebbe meglio tornare ai classici problemi della filosofia, lasciando le tentazioni metaforiche ai poeti, agli esteti, ai romanzieri.

Deontic Paradoxes and Moral Theory

Deontic Paradoxes and Moral Theory: Deontic Logic can be serve to Moral Theory? This is present topic that debates rational fountations of moral states. In fact, generally, Moral theory neeeds of non contradictions but Deontic logic makes paradoxes. So, what happens for moral theory if do we apply it to moral discourse? What are the results for a rational moral theory? Are there solutions?

domenica 26 febbraio 2012

Paradossi


(immagine tratta da: http://3.bp.blogspot.com/_29wiFklIoDw/S0ppM8db8JI/AAAAAAAAAPk/OmAyfofMZ-w/s400/copertina+Paradossi.jpg)

Le presenti note prendono le mosse dal recente testo di F. D’agostini, Paradossi, Carocci, Roma, 2009, pp. 210 del quale non costituiscono una recensione.

Il presente volume della nota epistemologa Franca D’Agostini, testo notevole anche per le argomentazioni che vi sono addotte e per il corposo impianto documentario messo in campo, affronta, ma forse sarebbe più corretto affermare che introduce, il tema complesso e molto problematico, nonché storicamente consistente, dei paradossi.
Cosa sono? Come hanno origine? A cosa sono dovuti? Sono risolvibili? Secondo un filosofo a me caro, Georg Henrik von Wright, purtroppo poco noto in Italia, se non all’interno di un determinato contesto minoritario, i paradossi altro non sono che formidabili sfide per l’intelligenza umana, sia perché ne mettono a nudo i difetti, altrimenti occulti, sia perché la costringono a fare i dovuti conti con loro, conti che mettono in questione il pensiero stesso, che sono in grado di mostrare senza alcun pudore i limiti epistemici stessi del pensiero umano. E d’altra parte, in ciò ritengo consista il loro fascino perverso, non ci si può esimere dall’affrontarli: un pensiero che voglia fregiarsi dell’importante qualifica di ‘razionale’ non può concedersi il loro avere luogo, non può permettersi di tollerarli né tantomeno accettarne la presenza. Al contrario, un pensiero, proprio per dirsi razionale, deve fare di tutto per rimuoverli, magari anche facendo i conti con qualche passaggio andato non a buon fine all’interno delle catene inferenziali in forza delle quali tutti noi pensiamo, parliamo e agiamo.
Secondo l’autrice in questione, il paradosso, in senso tecnico, è intendibile sotto due forme, differenti ma non eterogenee: (a) un argomento apparentemente corretto, ma con una conclusione inaccettabile; e, (b) una domanda con due (o più) risposte (oppure: un problema con due (o più) soluzioni (p. 19). Le due forme, volendo, s’integrano a vicenda nel mettere a fuoco una costruzione epistemica altamente problematica: l’ammettere una contraddizione come vera. Detto altrimenti, sussiste, nel caso dei paradossi, l’«obbligo logico di accettare qualcosa che non vogliamo accettare» (p. 20), «di fronte a un paradosso si generano sempre e quasi meccanicamente (almeno) due vie, due risposte, due soluzioni, e siamo tipicamente indotti a dire: è così, ma anche nel modo opposto; è così, ma nello stesso tempo non è così» (p. 20). Una contraddizione inaspettata che, però, va accettata come vera oppure una duplicità di risposte che, per quanto incompatibili l’una con l’altra, appaiono entrambe vere. Una conseguenza, se vera, deve essere considerata razionalmente accettabile; anzi, va accettata senza indugio. Nel caso dei paradossi, però, si genera una situazione che la D’Agostini denomina di «eccesso epistemico» (p. 20): due possibilità, normalmente escludentisi a vicenda, sono considerata ambedue come vere, ossia razionali. Una risposta di troppo, una possibilità non prevista, ma vera, un conflitto del quale non riusciamo a disfarci, almeno non così su due piedi. Ecco, allora, cos’è un paradosso: una «contraddizione resistente» (p. 21), una condizione data da una contraddizione che per quanto imbarazzante (quando mai il pensiero, se razionale, può accettare un fatto simile?) «per qualche ragione risulta ineliminabile» (p. 21).
Esistono certo molti tipi di paradossi così come molte classificazioni possibili, sui quali l’autrice si sofferma nei capitoli successivi al primo (capp. IV – X).
Comunque, per quanto mi riguarda, mi soffermerò esclusivamente su una considerazione di carattere generale sui paradossi, quella che, dal mio punto di vista, considero interessante, e non solo in questa ridottissima sede.
Prendiamo in considerazione le seguenti proposizioni:

(1)   Niente è vero;
(2)   Questo enunciato è falso;
(3)   È obbligatorio (Uccidere Giorgio)&(Salvare Giorgio).

Cosa possiamo dire in merito?
Concentriamoci, per il momento, sull’enunciato (1). È un enunciato vero o falso? Già il solo porre questa domanda fa sorgere i primi problemi. Infatti, se è vero che niente è vero, allora abbiamo che l’enunciato (1) è falso (se è vero che niente è vero, allora tutto è falso). Lo stesso accade se pensassimo che sia falso che l’enunciato (1) sia vero: se è falso che niente è vero, allora tutto è vero. Cosa sta accadendo? Dal valore di verità che inizialmente possiamo attribuire all’enunciato in questione deriva, in maniera davvero inopinata, il valore opposto … il che è quantomeno strano: dal vero deriviamo il falso, e dal falso il vero.
Prendiamo, adesso, in considerazione l’enunciato (2). Cosa ci dice siffatto enunciato? Che l’enunciato (2) è falso … siamo, cioè, in presenza di un enunciato che predica di sé stesso la falsità. Bene. Allora, cosa accade se ci poniamo la questione della sua falsità o verità? Beh, inopinatamente accade lo stesso che accade per l’enunciato (1): applicando ad esso un valore di verità, deriviamo il valore di verità opposto il quale, per parte e bontà sue, dovrebbe, invece, non essere derivato per mera incompatibilità vero-funzionale, per non dire razionale. Così, se l’enunciato (2) è vero, allora deriviamo che l’enunciato in questione è falso; invece, se è falso, allora inferiamo che l’enunciato (2) è vero.
Ma, volendo, le cose potrebbero pure non fermarsi qui. Infatti, una volta ottenuto il valore di verità opposto a quello inizialmente applicato, ecco che abbiamo ancora un rovesciamento: se falso, allora è vero; e se è vero, allora è falso … Un paradosso va, dunque, inteso quale una particolare enunciazione linguistica la quale dice di sé in partenza di essere vera o falsa. La sua natura è, però, di comportare un’inversione dei valori verofunzionali, di vero e di falso. La pietra dello scandalo è tutta qui: nel fatto che un dato valore di verità implichi il valore opposto.
Prendiamo adesso in considerazione l’enunciato (3). Si tratta di un enunciato normativo, o deontico, secondo il quale è obbligatorio compiere non due azioni semplicemente diverse, ma ben due azioni tra loro contraddittorie. Certo visto così, l’enunciato (3) sembra una sciocchezza. Infatti, solo un legislatore pazzo potrebbe prescrivere di mandare ad effetto due azioni tra loro contraddittorie. Purtroppo, le cose non stanno affatto così. Infatti, la storia della logica deontica presenta enunciati di questo tipo all’interno di catene inferenziali. Per cui, essendo valido l’argomento generale, la conclusione finale, per l’appunto l’enunciato (3) è inaccettabile eppure, essendo stato validamente derivato, va accettato come valido …
La D’Agostini mette in luce le caratteristiche proprie di enunciazioni paradossali e che possono essere riassunte succintamente nel modo seguente:

a)      Autoreferenza;
b)      Circolarità;
c)      Contraddizione.

La prima caratteristica indica il riferimento interno che un enunciato compie su sé stesso (es. un enunciato del tipo “Questo enunciato è falso” predica di sé stesso la falsità).
La seconda caratteristica indica la circolarità dei valori di verità che uno stesso enunciato compie su sé stesso (es. un enunciato del tipo “Questo enunciato è falso” applica circolarmente i valori di verità: dal vero al falso, e dal falso al vero …).
La terza caratteristica, invece, indica la contraddizione in cui incorrono enunciati del tipo (1) – (3) qui enunciati. Infatti, se davanti a enunciati siffatti si ottiene una contraddizione tra valori di verità opposti, allora s’incorre nell’inconsistenza caratteristica dei paradossi.
Tuttavia, a mio sommesso parere sembra che comunque due siano gli aspetti che la presenza di paradossi mette in luce e che andrebbero adeguatamente illuminati se si desidera affrontare alla radice il problema: (i) la (costituzionale) ambiguità del linguaggio umano; e, (ii) la non perspicuità delle nostre affermazioni intorno al mondo. Su (i) valga quanto segue: linguaggio e realtà non sono equiparabili, sono due “entità” del tutto differenti tra loro, ragion per cui è quasi naturale pensare a possibili tensioni tra il primo e il secondo, o mancate adeguate rappresentazioni. Di conseguenza, dato che il mondo non è certo riducibile al linguaggio, ecco che quest’ultimo è necessariamente ambiguo: lascia nell’ombra vaste zone d’essere. Come poter evitare ignorando ciò il sorgere di paradossi? Su (ii), invece, bisogna tener conto che il linguaggio perché costruzione umana fallisce nel render conto del mondo. Le cose, poi, si complicano ogniqualvolta il linguaggio tenta di riferire a sé stesso: in questo caso, infatti, si dà luogo al ben noto fenomeno dell’autoreferenza, il linguaggio opera circolarmente su sé stesso generando … beh … confusione! Un valore di verità che si predica in partenza di un enunciato che parla di sé stesso complica le cose nel senso che non è più chiaro il piano della discussione: si parla dell’enunciato oppure d’altro? La confusione tra piani d’enunciazione porta alla circolarità e, possibilmente, alla contraddizione (dalla confusione a quest’ultima il passo è molto facile).
Tanto su (i) quanto su (ii) si può dire che un corretto, e saggio, uso del linguaggio, accompagnato a chiarezza sulle finalità stesse del parlare, consentirebbe di evitare d’incorrere in paradossi. Così come la logica enumera le regole per il pensiero corretto, la stessa logica dovrebbe dettare le regole per un corretto uso del linguaggio O almeno questo è quanto pensa il sottoscritto che, naturalmente, si assume la responsabilità di quanto scritto e/o detto in questa sede.

venerdì 24 febbraio 2012

Pubblicazioni...aggiornato

Elenco delle pubblicazioni, dalla più recente alla più remota.



Elenco dei prodotti della ricerca

PIZZO A. (2012). Deontic Paradoxes and Moral Theory, p. 1-48, ISBN: 9788891014184
PIZZO A. (2012). Nodi critici dell’informatica giuridica. DIRITTO & DIRITTI, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2011). Logica deontica. APHEX, vol. 3; p. 1-22, ISSN: 2036-9972
PIZZO A. (2011). Recensione a Roberta De Monticelli, La questione morale
PIZZO A. (2010). Logica del linguaggio normativo. Saggi su logica deontica e informatica giuridica. ROMA: Aracne, p. 1-200, ISBN: 978-88-548-3638-9
PIZZO A. (2010). Viaggio al centro della logica. ROMA: Aracne, p. 1-64, ISBN: 978-88-548-3031-8
PIZZO A. (2010). Logica si dice in molti modi. Un viaggio concettuale dentro la ragione umana. DIALEGESTHAI; p. 1-15, ISSN: 1128-5478
PIZZO A. (2009). La tutela dei diritti nella società dell'informazione: dalla condivisione di dati alla realtà virtuale del cyberspace. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-13, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2009). Recensione a: P. Flores D'Arcais, A chi appartiene la tua vita? Una riflessione filosofica su etica, testamento biologico, eutanasia e diritti civili nell’epoca oscurantista di Ratzinger e Berlusconi, Ponte alle Grazie, Milano, 2009. vol. 9, p. 137 - 141, Su "Questioni di Bioetica" ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2009). Recensione a: P. Binetti, La vita è uguale per tutti. La legge italiana e la dignità della persona, Mondadori, 2009. vol. 9, p. 133-137, Su "Questioni di Bioetica" ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2009). Recensione a: M. Aramini, I confini della vita. scienza e fede di fronte alla morte, Piemme, Casale Monferrato, 2009. vol. 10, p. 165-167, Su "Questioni di Bioetica" ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2009). Recensione a Ermanno Bencivenga, La dimostrazione di Dio. Come la filosofia ha cercato di capire la fede, p. 1-8
PIZZO A. (2009). Recensione a: V. Mancuso, Il dolore innocente. L'handicap, la natura e Dio, 2009, p. 1-7
PIZZO A. (2009). Recensione a: E. Bianchi, Per un'etica condivisa, 2009, p. 1-6
PIZZO A. (2009). Argomento ontologico. Una storia convergente per una lettura divergente. ROMA: Aracne editrice, p. 1-104, ISBN: 978-88-548-2856-8
PIZZO A. (2009). Aborto ed embrione. Un esercizio ontologico su una controversa nozione bioetica. QUESTIONI DI BIOETICA, vol. 10; p. 63-83, ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2009). Deontic Paradoxes and Moral Theory. DIALEGESTHAI; p. 1-11, ISSN: 1128-5478
PIZZO A. (2009). Le argomentazioni bioetiche. DIALEGESTHAI; p. 1-15, ISSN: 1128-5478
PIZZO A. (2009). L’argomentazione logica nell’unum argumentum di Anselmo d’Aosta Una storia e una riformulazione parziali dell’argomento ontologico. GIORNALE DI FILOSOFIA; p. 1-68, ISSN: 1827-5834
PIZZO A. (2009). Un settore problematico della logica: la logica deontica. SYZETESIS; p. 1-9, ISSN: 1974-5044
PIZZO A. (2008). Informatica giuridica: un inventario di problemi. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-10, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2008). Recensione a G. R. Timossi, Prove logiche dell'esistenza di Dio da Anselmo d'Aosta a Kurt Godel, Marietti, Genova, 2005, p. 1-25
PIZZO A. (2008). Logica e sistemi normativi. Prolegomeni all'informatica giuridica. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-24, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2008). La definizione di bioetica. Un contributo epistemologico. QUESTIONI DI BIOETICA; p. 1-10, ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2008). Recensione a D. Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, Einaudi, Torino, 2007, p. 1-7
PIZZO A. (2008). Metafisica come logica deontica. Dallo studio della logica dell'essere alla logica del dover essere. DIALEGESTHAI; p. 1-14, ISSN: 1128-5478
PIZZO A., BATIA G (2008). Un caso bioetico: l’attribuzione degli status personae e la deduzione dei corrispondenti munera nella filiazione a seguito di surrogazione di maternità. QUESTIONI DI BIOETICA; p. 1-32, ISSN: 1970-7932
PIZZO A. (2008). Diritto, società e sistemi giuridici. Dall'antropologia del diritto all'informatica giuridica. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-14, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2007). Che cos'è la logica deontica?. L'INATTUALE; p. 1-12, ISSN: 1828-6429
PIZZO A. (2007). Recensione a Guido Rossi, Il gioco delle regole, Adelphi, Milano, 2006, p. 1-6, DIALEGHESTAI
PIZZO A. (2007). Lettura modale dell'argomento ontologico di Anselmo. L'INATTUALE; p. 1-8, ISSN: 1828-6429
PIZZO A. (2007). Recensione a Monica Dal Maso, Pensare Dio dopo Auschwitz? Il pensiero ebraico di fronte alla Shoah, p. 1-5, DIALEGESTHAI
PIZZO A. (2007). Armonia, musica, ricezione. In: GENNARO TALLINI. Storia della musica dal Medioevo al novecento. p. 79-85, ROMA: Aracne, ISBN/ISSN: 978-88-548-1149-2
PIZZO A. (2007). Antropologia e "nuovi diritti". DIRITTO & DIRITTI; p. 1-8, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2007). Recensione a Filippo Costa, Logica e verità I. Ricerche informali, ETS, Pisa, 2005, p. 1-6, DIALEGHESTAI
PIZZO A. (2007). Recensione a Giovanni Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, Milano, 2005, p. 1-9, DIALEGHESTAI
PIZZO A. (2007). Un diritto per l'intelligenza artificiale. Ancora su logica e diritto. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-10, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2007). Il sostegno alle disabilità. SPAZI E MODELLI; p. 77-92
PIZZO A. (2007). Pensiero pratico e logica deontica: presenza o assenza di razionalità?. WWW.FILOSOFIA.IT; p. 1-31, ISSN: 1722-9782
PIZZO A. (2006). Recensione a Ermanno Bencivenga, Dio in gioco. Logica e sovversione in Anselmo d'Aosta, p. 1-4, DIALEGESTHAI
PIZZO A. (2006). Recensione a Francesca Brezzi, Antigone e la Philia. Le passioni tra etica e politica, p. 1-2, DIALEGESTHAI
PIZZO A. (2006). Luoghi della socialità: l'idea di cooperazione tra etica e diritto. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-12, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2006). Il diritto tra cultura e azione umana. Frammenti di antropologia del diritto. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-12, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2006). Diversità e integrazione. L'immagine antropologica rispetto alla diversabilità nella legislazione italiana sull'integrazione scolastica delle persone in situazione d'handicap. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-18, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2006). Il rapporto tra la logica, il diritto e il linguaggio nella prospettiva dell'informatica giuridica. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-13, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2006). Informatica giuridica: repertorio teorico. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-21, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2006). Una questione bioetica: la maternità surrogata. Problematica e prospettive. DIALEGESTHAI; p. 1-10, ISSN: 1128-5478
PIZZO A., GIOVANNA BATIA (2006). Il contratto di maternita' per surrogazione - profili giuridici. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-19, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2005). Logica, informatica, scienze normative: rappresentare la conoscenza. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-16, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2005). Stato, società, diritti. Quale cittadinanza?. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-27, ISSN: 1127-8579
PIZZO A. (2005). Una possibile definizione di «normativo». Lettura a partire dalla spiegazione di Ross. DIALEGESTHAI; p. 1-6, ISSN: 1128-5478
PIZZO A., GIOVANNA BATIA (2005). La tutela dell’imputato. DIRITTO & DIRITTI; p. 1-41, ISSN: 1127-8579

giovedì 23 febbraio 2012

Questione morale...



Il recente testo della De Monticelli affronta da un punto di vista teorico un argomento che, a proposito o, molto probabilmente, a sproposito, ha riguardato lo spazio pubblico delle retoriche della comunità nazionale negli ultimi anni.
Ne prendo spunto, però, non per ripresentare la recensione fattane in altra sede, ma per condurre alcune riflessioni sulla moralità generale degli italiani.
Piuttosto, appare davvero difficile rispondere alla questione seguente: cos’è la questione morale? Infatti, lo spettacolo pubblico che ci viene offerto, e quasi brandito, è di un tema utile ai più, per non dire a tutti. C’è chi lo utilizza contro gli avversari politici, chi, invece, ne fa una ragione di vita; chi, ancora, lo adopera quale instrumentum regni, come strumento per continuare a prosperare, chi invece lo intende in maniera molto “larga”, comprendendovi elementi del tutto estranei.
Succintamente, allora, possiamo dire che, in maniera molto confusa sul suo reale significato, gli uni lo usano contro gli altri per affermare una loro (presunta) superiorità morale; gli altri lo utilizzano, a loro volta, a fini livellatori contro gli uni; gli uni lo adoperano per unire (contro un nemico comune), gli altri, invece, per dividere. La questione morale diventa così mero strumento retorico alla stessa stregua di un altro argomento cult di questi anni: la casta (ma qual è davvero una casta? La politica? Prospettiva davvero riduttiva, per non dire risibile rispetto alla concentrazione di poteri in mano a pochi altri …).
La storia repubblicana degli ultimi vent’anni è percorsa da segnali preoccupanti di retoriche divisioniste, v’è persino un partito politico che ne fa ampio uso anche in senso chiaramente eversivo senza che un movimento di reprimenda si sia fatto vivo sinora, l’argomento della cosiddetta questione morale sembra rientrare in tale logica di potere o, se si preferisce, di “lotta per il potere”.
La De Monticelli se la prende con un costume italico che può vantare una ben precisa eredità vetusta e pesante, ma, a mio sommesso parere, il punto saliente non sarebbe neanche questo in quanto non sussiste, credo, alcuna struttura, alcuna istituzione di per sé votata ad agire non moralmente. Piuttosto, ritengo che il problema non sia nemmeno di mentalità, ma di volontà ai vertici e di strumenti di controllo e, se è il caso, anche di sanzione. Se davvero vogliamo esagerare, e pensare di conseguenza, che un malcostume sia davvero così generalizzato da meritare l’appellativo di “questione morale”, è bene concentrarsi piuttosto sulle sue cause, non si può far finta di nulla. Dalle mie parti si dice “senza il gatto i topi ballano”, lo stesso motto può essere traslato in chiave platonica e chiedersi “che fine hanno fatto i guardiani della Repubblica”? e non penso affatto agli intellettuali i quali, al massimo, possono solo limitarsi a meditare sulla situazione presente, senza però offrire alcuna proposta di soluzione né tantomeno un intervento diretto di soluzione del problema.
Insomma, penso che il problema stia tutto nella scomparsa degli organi di controllo, di vigilanza, di tutela. In loro assenza, ciascun s’ingegna più o meno come può: il piccolo nel piccolo, il grande nel grande. Così, lungi dal realizzarsi la metafora smithiana dell’autogoverno della società, si realizza la metafora negativa di Hobbes: homo homini lupus! Vale a dire che, ad esempio, e lo considero l’unico esempio davvero approssimabile all’argomento in questione di una vera e propria questione morale, se il fisco omette di controllare, di verificare, di indagare, perché il piccolo esercente dovrebbe pagare tutto quel che sarebbe dovuto? Chi lo costringe a non risparmiare almeno un po’? E il grande industriale perché dovrebbe pagare per intero quanto dovuto se può risparmiare, magari per la vecchiaia? Così, la scomparsa dei controllori, e dei relativi controlli, ha come effetto di sanzionare positivamente le differenze di nascita che dividono i membri di una società affatto orizzontale, ma verticale, ossia gerarchica, per elezione. In questo modo, i più forti diventano solo più forti, e i più deboli ancora più deboli. Poi però tra i più deboli ci sono comunque i più forti, e allora, a cascata, questi ultimi prevaricheranno a loro volta sui i più deboli, e così via.
Non è solo egoismo, è confusione sui valori. Infatti, mancando la necessaria chiarezza sui fini e sui valori, non tutti eguali, alcuni superiori, altri inferiori, altri nemmeno diritti dei soggetti, ciascuno può sentirsi autorizzato a fare come meglio crede, come se la propria libertà non avesse effetti sugli altri. Mancati i controllori, i controllati fanno come preferiscono. Ma l’interesse privato quasi mai, da solo, coincide, o può coincidere, con quello generale. La confusione tra “privato” e “generale”, tra “mio” e “pubblico” genera il malcostume italiano, per la vastità del fenomeno, dell’evasione fiscale, o, se si preferisce, dell’egoismo contributivo. Solo che finché a rubare sono in pochi, anche se su somme elevate, l’effetto è minore per la collettività. Ma se a rubare sono anche i piccoli, su somme esigue, ecco che l’effetto per la comunità è devastante: la mancanza di liquidità, anche per pagare le spese correnti. In questo scenario diventa difficile anche solo garantire i diritti essenziali.
Questa potrebbe essere la questione morale in Italia, ma temo che non sia la sola, o che, piuttosto, sia uno dei tanti comportamenti scorretti che vengono mandati ad effetto con relativa noncuranza.
Vi sono soluzioni? Certo che vi sono, a patto, però, di mettere da parte il proprio “particulare”, e guardare al pubblico non più come al nulla in comune, ma al tutto di tutti. Siamo in grado di fare ciò?
Dalla risposta che diamo, dipende il futuro che assicuriamo ai nostri figli, un mondo migliore o un mondo peggiore nel quale vivere.

lunedì 20 febbraio 2012

Briciole di (stralunata) storia della filosofia occidentale..1.0

Quanto segue è lo studio di un lavoro in progress sulla storia della filosofia occidentale ... dalla resa finale dipenderà l'eventuale pubblicazione cartacea. Buona lettura!


Talete


Cos’è la filosofia?

La parola filosofia, derivante dal greco philein, “amare”, e sophia, “sapienza”, si è configurata sin dai suoi inizi come un’indagine critica e razionale intorno agli interrogativi di fondo che l’uomo si pone circa se stesso e la realtà che lo circonda.
Qualcuno diffiderà da questa definizione, altri storceranno, e non poco, il naso, altri ancora vi si riconosceranno, altri concorderanno all’inizio per poi subito allontanarsene, ma intanto è la prospettiva di fondo a partire dalla quale parleremo a puntate (altrimenti che piacere c’è?), in maniera poco seria, a mo’ di ludus, della storia della filosofia occidentale.
Il fine, però, non è il mero sollazzo di chi legge, ma invitare in maniera leggera ad accostarsi, da non esperti, ad un sapere certo complesso ma che, se ben compreso, apre scenari ed orizzonti insperati in precedenza. Il tono scherzoso, dunque, non deve trarre in inganno: non ci facciamo beffe della filosofia né intendiamo ridicolizzarla, ma avvicinarci a lettori che nulla o molto poco sanno in materia e che intendono accostarvisi senza però perdere subito il senno … almeno all’inizio! Poi … beh, poi si vedrà!

Il problema della sostanza primordiale

Il pensiero dei primi filosofi s’incentra soprattutto sul problema della realtà primaria. Di fronte allo spettacolo multiforme e cangiante del mondo, i primi filosofi, gli ionici (i primi filosofi operarono nella colonia greca di Mileto, nella Ionia, una regione dell’attuale Turchia) si convincono che, al di sotto di tutto, esiste una realtà unica ed eterna di cui tutto ciò che esiste è solo una passeggera manifestazione.
Essi denominano tale realtà, considerata sostanza di tutto, arché (= principio) intendendo, con questo concetto sia la materia da cui tutte le cose derivano sia la forza o legge che spiega la loro nascita e morte.
Allora, i primi filosofi che incontriamo lungo la nostra strada, Talete (lo stesso dell’omonimo teorema), Anassimandro ed Anassimene, ci dicono che tutto ha avuto origine da un unico principio (principiava tanti secoli fa …). La grandezza dei precursori milesii (da Mileto, è ovvio), se non altro perché a cominciare da loro si suole parlare di filosofia, è tutta qui nel formulare un discorso, più o meno razionale, in grado di spiegare l’origine di tutte le cose[1]. Tutti i primi tre concordano nell’ipotizzare un unico principio (da qui qualcuno tende a chiamarli monisti, volendo distinguerli da filosofi posteriori i quali, invece, postularono l’esistenza di più principi, e così chiamati, allora, pluralisti).
E sin qui quel che tutti e tre condividono. Da adesso in poi, però, i passi dell’uno divergono da quelli degli altri due. Infatti, abbiamo sì un unico principio, ma non per forza lo stesso. Allora, per Talete tutto ha origine dall’acqua[2] … - sissignori, avete capito bene: dall’acqua! In fondo, avete mai pensato ad un mondo senz’acqua? Certo non dovete pensare all’elemento acqua (quello, per intenderci, con la formuletta chimica H2O), ma ad una (per quanto è cosa ardua) sostanza umida, “ciò da cui tutte le cose derivano e in cui tutte si dissolvono”[3]. Difficile? Bene, perché adesso le cose si fanno subito più difficili, più ardue da comprendere: per Anassimandro tutto ha origine dall’apeiron (ossia, dall’infinito, dal non – determinato, dall’illimitato)[4]. Si badi, il giochetto è facile facile: se le cose che vediamo, e quel che noi stessi siamo, sono determinate, ossia circoscritte, ben delimitabili, possiedono una forma, allora esse sono determinazioni dell’infinito, sue determinazioni concrete; ma, se l’infinito ha natura diversa dalle cose, le quali sono sue determinazioni, allora esso è il non – determinato; anzi, l’indeterminato … 



Anassimandro


Difficile? Neanche per idea a confronto con Anassimene (non ridete, please!). Come mai? Beh, egli sostenne che tutto avesse origine dall’aria[5]…sì, avete capito proprio bene, dall’aria! Che c’è di strano? Sissignore: cosa accadrebbe se non avessimo l’aria? Vivremmo? Credo proprio di no. E voi? Il medesimo ragionamento di Talete è seguito da Anassimene: tutto è retto, ossia pervaso, da una stessa sostanza, l’aria, che fa essere (percepisco lo stridore di denti dei lettori), ossia esistere (nel lessico filosofico: essere può equivalere ad esistere … sul perché di ciò si dirà in seguito, al momento più opportuno), tutte le cose[6] .


Anassimene


Detto così, la filosofia sembra una barzelletta – e vi fu chi si fece beffe dei filosofi, come la giustamente famosa servetta tracia, assurta agli onori della cronaca per aver riso di Talete il quale, malauguratamente cadde dentro un pozzo a causa della sua mania di guardare la volta stellata[7] – ma, credetemi, non lo è, a patto, ovviamente, di ben intenderla.
Così si conclude la prima puntata di questa stralunata storia della filosofia occidentale. A presto con la seconda.


[1] Cfr. R. Laurenti, Introduzione a Talete, Anassimandro, Anassimene, Laterza, Roma – Bari, 20005, p. 30.
[2] Cfr. A. Lami (a cura di), I presocratici. Testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle, Bur, Milano, 20087, p. 120.
[3] Cfr. P. Rossi – C. A. Viano (a cura di), Storia della filosofia. 1. L’Antichità, Laterza, Roma – Bari, 1993, p. 7.
[4] Cfr. A. Lami (a cura di), op. cit., p. 130.
[5] Ivi, p. 140.
[6] Cfr. P. Rossi – C. A. Viano, op. cit., p. 20.
[7] Cfr. A. Lami (a cura di), op. cit., p. 122 (9).