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mercoledì 30 aprile 2014

Pinocchio, che bischero! Tre ...

Ricordate la "famosa" mail inviata a Matteo Renzi e della quale non avevo alcuna nuova, come riportato nell'ultimo post apposito? Bene, quest'oggi ho ricevuto la notifica automatica di avvenuta "lettura" della mail, come reso evidente dalle immagini seguenti:





Un buon segno?

O niente di più?

Chissà, la risposta la conosce il vento ...

post scriptum

certo che se ci vogliono più di due mesi per leggerla ...

martedì 29 aprile 2014

Immorale



"Attribuire a un essere umano un livello di vita meramente animale, un livello di vita in cui le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità sono completamente svuotate, è immorale e inammissibile"

(citazione in esergo a: M. C. Nussbaum, Giustiza e aiuto materiale, Il Mulino, Bologna, 2008)


Cos'è immorale se non ridurre le esistenze umane ad una condizione non umana?

Regredendo all'assenza animale di scelta e/o di cooperazione sociale, l'esistenza di esseri umani diviene nulla.

Far regredire le esistenze umane ad esistenze solamente animali, per scelta o per dolo, è tanto immorale quanto inammissibile!



(url immagine: http://2.bp.blogspot.com/-fvhxIyp_8is/T-hHfc25usI/AAAAAAAAEEs/SVJsI71UMMM/s1600/libero+arbitrio.jpg)

sabato 26 aprile 2014

Ampliamenti



"è noto che lo sviluppo della filosofia analitica successivo alla sua fase strettamente neopositivistica ha portato all’ampliamento di significanza del discorso, riconoscendo la sensatezza di diverse forme di enunciazione non dichiarativa. L’analisi del discorso prescrittivo costituisce, insieme alla logica deontica, il risultato principale di questo allargamento del campo di indagine"



(B. Celano, Per un’analisi del discorso dichiarativo, “Teoria”, 1, 1990, p. 166)



Più rileggo questo passo e più mi convinco che il discorso sia vero in buona sostanza.



Ciò non significa ovviamente che ne condivida ogni singola parola e/o passaggio.



Peraltro, esiste un'incredibile congerie di proposte logiche inerenti all'ampliamento dell'analisi del discorso che sfugge alla sintesi presente, pur non denotando nel contempo un livello qualitativo davvero inferiore.



/(url immagine: http://3.bp.blogspot.com/-_IOd2eYrbTI/UsamRQ-TRZI/AAAAAAAAABg/LQEqXL11D_Q/s320/foto2.JPG)

mercoledì 23 aprile 2014

Una recensione ...


S. Petrosino, Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza, Il Melangolo, Genova, 2013, pp. 98, € 12,00


L’idea di fondo della presente trattazione è che le fiabe danno un nome al possibile consentendo di parlare dell’impossibile che giace sul fondo di qualsiasi esperienza umana. Non tutto appare dicibile nell’esperienza umana, soprattutto quella quotidiana, costellata da dubbi, incertezze. latenze, paure, seduzioni, contraddizioni, e così via. Elevare a dignità di parola, invece, consente al soggetto di «uscire dalla circostanza che lo inchioda alla nuda vita» (p. 11), emancipandolo dal limite stesso del vivere e consentendogli di cogliersi non solamente nei termini di «un mero vivente» (p. 11).



Questa è la verità più certa intorno all’umano: il soggetto è certamente un individuo, ma «non si risolve mai nell’esserlo» (p. 11), la sua esistenza «si dispiega e si afferma secondo delle modalità d’essere che non sono più quelle che caratterizzano l’individuo» (p. 11). Attraverso la narrazione, l’esperienza viene raddoppiata, e nel mostrare quanto accade, il soggetto si eleva al di sopra del suo mero esistere, cogliendosi come un soggetto umano, e non semplicemente nei termini di un essere vivente.  La narrazione, dunque, si pone come antidoto alla mera processualità del vivere e come possibilità concreta di liberazione per il soggetto umano, un potente strumento nelle sue mani per costruirsi nei termini di una persona. A condizione, però, che riesca a dire l’indicibile, che riesca a nominare l’innominabile, che elevi alla dimensione del dire quell’impossibile che, proprio perché tale, è privo di consistenza, è estraneo alla dimensione ontica descrivibile. Peraltro, la parola è «il luogo originario dell’abitare all’interno del quale e grazie al quale il sentire si trasforma nell’esperire» (p. 12). La parola, dunque, mette in contatto con l’altro da sé, in quanto «sempre abitata ed inquietata dal rinvio all’altro» (p. 13), essa è tanto strumento quanto fine dell’esperire. E del fluire immediato del tempo, espressione di una trama, di nessi di esistenza. Infatti, «l’esperienza è parola e risposta» (p. 15), non per ordinare l’esperienza, compito di per sé indisponibile, ma nuova vita della propria esperienza.



Narrare ad altri la propria esperienza significa, né più né meno, ri – viverla «come altra» (p. 16). Così, può ben dirsi che «nel racconto abita l’esperienza» (p. 16), che attraverso il racconto «il soggetto abita la propria esperienza» (p. 16). Questo narrare, che è nel tempo stesso, ri – provare la propria stessa esperienza, di per sé non attuale perché passata, adopera parole, ossia un luogo del soggetto che «chiama sempre ed ovunque una risposta» (p. 19). Raccontare non è, allora, una fuga nel sogno, un isolarsi nell’immaginazione, un evadere dalla realtà e dalla relazione con altri, ma, al contrario, un mettere in azione la «scena dell’intersoggettività» (p. 19). Infatti, i soggetti non parlano solamente per comunicare qualcosa, un pensiero, una tesi, un’idea, un ricordo, un’emozione, ma per provare una soddisfazione, un godimento, per «poter continuare a godere» (p. 27). Seguendo Lacan, Petrosino giunge a questo filone interpretativo sia del linguaggio sia della logica interna delle narrazioni, o del gioco del narrare.



Il linguaggio è il modo d’essere del soggetto, è il luogo del godimento. Ma le fiabe, che tramite il linguaggio sono narrate, a cosa servono? Per Petrosino, esse «non temono l’esperienza» (p. 37), ma «fanno di tutto per dare voce a delle verità» (p. 37), altrimenti prive di parola, prive di espressione, prive di indicazione verbale. Verità al fondo dell’esperienza e, per ciò stesse, trascendenti quest’ultima. Ma come poterle, dunque, e di conseguenza, esprimere? Narrare? Mostrarle? Indicarle? A questo servono le fiabe, non a sollazzare chi le legge o ascolta, ma a attrarre all’interno del linguaggio le verità indicibili dell’esperienza. Il soggetto, infatti, fa «esperienza dell’impossibilità stessa di tradurre tutta la sua esperienza in un concreto e trasparente atto comunicativo» (p. 41). Al rigore e alla razionalità lessicale sfugge la verità non verbale dell’esperienza umana, sfugge la trascendenza della verità esperienziale stessa, manca la capacità di dire quel che l’esperienza comunica. L’esperienza è, per il soggetto, «luogo di parola/parole e al tempo stesso come un luogo, segreto, di radicale solitudine» (p. 41). Ecco come si consuma il dramma del soggetto umano. Egli abita la parola, come luogo designato di «verità del soggetto» (p. 44), ma sconta l’impossibilità stessa di elevare a dignità linguistica le profonde e trascendenti verità della sua stessa esperienza. Pur anelando a queste ultime, e pur cercando con animo puro di dirle, egli s’inganna, egli produce solo menzogne. Narrandosi, il soggetto finisce quasi sempre con il raccontare «una storia che non è affatto la sua» (p. 44). Nella narrazione, dunque, il fatale gioco degli attori della personalità umana prendono il sopravvento perpetrando la medesima opera di occultamento delle verità dell’esperienza che ben conosciamo.



A questa ferale contesa, sfugge la fiaba, come modalità narrativa che non cede alle lusinghe degli attori della personalità e lascia essere alcune verità inconfessabili dell’esperienza umana, che lascia emergere queste ultime, che non occulta più di tanto quel che altrimenti la psiche eviterebbe bene di dire. Ora, le «fiabe non pretendono in alcun modo di dire tutta la verità sull’esperienza umana ma si accontentano di portare alla luce solo alcuni snodi essenziali […] del vissuto soggettivo» (p. 49). La fantasia che alimenta le fiabe, è «strumento per eccellenza attraverso il quale esse, pur restando racconti di finzione, parlano della verità stessa del soggetto» (p. 49). Nel loro articolare parole, che stanno per finzioni ed oggetti simbolici, cui rinviano le inconfessabili verità del soggetto che fa esperienza, le fiabe tentano «di rispondere all’impossibile che si agita al fondo di quell’esperienza che il soggetto abita più come ospite che come padrone» (p. 51). Di sicuro, però, le fiabe «non sono dei racconti per bambini» (p. 51).



La fiaba mira all’essenziale dell’esperienza umana, e, dunque, «semplifica e tipicizza» (p. 52). Nel favolistico, quindi,  il fantastico non appare mai «fine a se stesso» (p. 53), presentandosi, piuttosto, come al servizio «di quel vissuto esperienziale di cui vuol essere la voce» (p. 53). In genere, essa narra di un viaggio, quello eterno del soggetto in quanto tale il quale non ha mai deciso «di venire alla vita» (p. 54) e che, comunque, non può «vivere da uomini senza decidere di esserlo» (p. 54). Il rimosso o nascosto o celato al fondo di ogni esperienza umana, quell’impossibile verità che è tale proprio perché non contempla la possibilità di venir detta mediante parole né di essere imbrigliata in alcun ordine lessicale o di conoscenza, trabocca nel simbolismo favolistico, lasciando che un barlume di verità emerga dal racconto, di viaggio, di trasformazione, di accettazione di quel che (già) si è. Questo occorre a Cappuccetto rosso e, in misura analoga, ma non uguale, a Biancaneve. Si narra di iniziazioni primordiali, di primitivi rituali di accettazione della condizione umana che è scandita dal passaggio attraverso fasi differenti. La fiaba narra, dunque, di «una metamorfosi» (p. 58). Viene, cioè, narrata la trasformazione di una bambina in una donna. E questo perché uomini non si nasce, ma lo si diventa, gradualmente e tra mille difficoltà. Ma altre figure affollano la scena, il lupo, simbolo del maschile tentatore e pericoloso, la nonnina, simbolo della maturità femminile, insensibile alle lascive lusinghe del lupo, il cacciatore, il simbolo del maschile che accudisce e protegge moglie e prole …



Che verità narra la favola di Cappuccetto Rosso? Sicuramente, che una cosa è il tempo della natura, il divenire naturalmente donna, e un’altra cosa è il tempo dell’esperienza, il sentirsi e vivere consapevolmente da donna, il primo non coincide con il secondo (p. 69). Il bosco, il suo perdersi labirintico, non può essere evitato, è là e bisogna pur attraversarlo se si desidera evolvere a forme ulteriori di esistenza. Bisogna, cioè, «prestare particolare attenzione al richiamo della foresta» (p. 73), tanto «voce del sangue» (p. 73) quanto «sangue stesso in quanto unica parola e voce» (p. 73).



Anche Biancaneve narra di antichi riti di passaggio, di perenne metamorfosi umana. Facendosi memoria di ciò, la favola omonima esprime questa verità intima, di per sé indicibile, e, quindi, impossibile. Ma tematizza anche, e in misura diversa da Cappuccetto Rosso, il tema della contesa tra donne, della relazione con l’altro, e della possibilità dell’invidia. La strega invidia Biancaneve secondo un cliché ben noto. L’invidioso, infatti, soffre di fronte all’espropriazione non di un bene, che peraltro non gli è mai appartenuto, «ma di un possibile che originariamente gli apparteneva» (p. 82). Vederlo realizzato in altri significa soffrire per un possibile che ha cessato di essere tale. La regina è matrigna, ma non madre e scoprire l’avvenuta maturità sessuale della figliastra riattiva la memoria «della maternità mancata» (p. 84). Certo continuerà a regnare come regina «ma non più, mai più come madre» (p. 84). La regina è invidiosa, non gelosa, non brama la bellezza di Biancaneve, ma la «sua nascente fertilità» (p. 84). La visione di quest’ultima «le fa venire alla mente ciò che anch’ella avrebbe potuto essere e che ormai non potrà più essere» (p. 84). Quel che vede nello specchio e che attiva la sua invidia, non riguarda il passato o il presente, ma «un futuro» (p. 84), l’essenza stessa del suo futuro, non divenir mai madre. Mentre i nani, uomini senza fallo, proteggono Biancaneve dalle insidie della pericolosa rivale, solo il Principe presenta tutti i caratteri necessari alla definitiva trasformazione in donna di Biancaneve. Per essi, infatti, Biancaneve è davvero morta, avendo scelta la parte rossa della mela, essa «mette fine alla sua storia con i nani» (p. 91), aprendo, invece, «alla storia con un altro uomo, con un uomo – uomo» (p. 91). Il Principe «non solo vede Biancaneve […] ma la guarda, riconoscendola così come donna» (p. 92). Il significato finale della favola è presto detto: i desideri cattivi non sono solo quelli «dal contenuto cattivo» (p. 93), ma «anche quelli che si affermano con ostinazione, ad ogni costo, per l’appunto fino alla morte» (p. 93).



Le fiabe, dunque, non raccontano favole, ma, al contrario, narrano l’esperienza.



post scriptum



Caro Ugo Marchetta, con la presente, considero estinto il mio debito nei tuoi confronti ...



Più riguardo a Le fiabe non raccontano favole

lunedì 21 aprile 2014

Olivetti vintage ... cui prodest?


Emozioni vintage!

Quanti ricordi!

Altri tempi!

E quanta frustrazione con quel Basic là!

Per non parlare dell'inusuale procedura di caricamento diretto dei programmi da dischetto (SHIFT+BREAK) ... mah!

Nostalgia canaglia .... Sniff!

Olivetti Prodest PC128S


(url immagine: http://hierax.altervista.org/prodest/images/olivettiprodest.gif)

venerdì 18 aprile 2014

La dittatura del P.I.L. ...



"Queste cifre sono senza dubbio notevoli, ma cosa significano per Vasanti? Non toccano la sua vita, non risolvono i suoi problemi [...] Per lei, sentire che il Pil pro capite è cresciuto è come apprendere che da qualche parte nel Gujarat c'è un dipinto meraviglioso, che tuttavia lei non potrà vedere, o una tavola imbandita con cibi prelibati, che tuttavia lei non potrà gustare. La crescita della ricchezza sarebbe qualcosa di buono se permettesse al governo di adottare politiche pubbliche che incidessero sulla vita di Vasanti. Ma questo non è mai successo, e non dobbiamo sorprendercene. In generale, i vantaggi di un incremento di ricchezza risultante da investimenti stranieri finiscono anzitutto nelle tasche di gruppi privilegiati, e questo non solo perché il Pil è una cifra che rappresenta una media, trascurando la distribuzione effettiva"

(M. C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Il Mulino, Bologna, 2012, pp. 21 - 22)

A chi va la ricchezza statistica?


(url immagine: http://www.borsainside.com/finanzainside/images/composizione-pil.gif)

martedì 15 aprile 2014

Il disagio della postmodernità ...



"aleggia sul mondo lo spirito di un’incertezza di nuovo tipo, motivata non tanto da una sfiducia nella propria ingegnosità e astuzia, ma dalla perplessità circa la forma futura del mondo, circa l’idea che si avrà domani di una vita ragionevole e dei criteri che dopodomani valuteranno la giustezza delle decisioni vitali"

(Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p. 26)


La moderna consunzione del nesso tra identità personale e destino futuro ben colta, a mio modo di vedere, da Bauman ...



(url immagine: http://www.glocalismjournal.net/imgpub/144922/0/0/bauman.jpg)

lunedì 14 aprile 2014

Chi è libero, eguale e indipendente?





Qui l'articolo su Martha Nussbaum e la sua riflessione inerente al rapporto stretto tra la disabilità e la giustizia sociale. Spero possa piacervi.


venerdì 11 aprile 2014

La disfida sulla "posizione originaria"



"la famosa posizione originaria di John Rawsl […] immagina in gruppo di uomini e di donne che si uniscono per stipulare un contratto sociale […] uomini e donne con gusti normali, talenti, ambizioni e convinzioni, ma ciascuna di esse è temporaneamente all’oscuro di tali caratteristiche della propria personalità, e deve accordarsi su un contratto prima di tornare ad avere questa consapevolezza"

(R. Dworkin, Giustizia e diritti, in M. Ricciardi (ed.), L’ideale di giustizia. Da John Rawls a oggi, Università Bocconi Editore, Milano, 2010, p. 69)




Ecco qua la finzione ideale della più "robusta" teoria della giustizia ...




Solo che immaginare una situazione così e così nulla dice sulla o in nulla può garantire dalla mancata cooperazione di singoli associati (free rider) o sulle inevitabili distorsioni e disfunzioni della società politica, sotto ogni aspetto un sistema complesso, e per numero di associati e per livelli di funzionamento ...




Peraltro, è davvero razionale optare per una determinata serie di principi politici fondamentali a partire dall'ipotizzata situazione originaria? Dworkin non è di questa idea, e meno ancora lo sono Sen e Nussbaum ... come a dire che Rawls ... beh, lascio che finisca tu, lettore, la frase ...






(immagine tratta da: http://www.thewatchdogonline.com/wp-content/uploads/2012/11/john_rawls.jpg)

martedì 8 aprile 2014

Nussbaum su disabilità e diritti

Prendendo le mosse dal post Nussbaum su disabilità e giustizia  immaginiamo ora di condurre delle riflessioni conclusive.



La filosofia statunitense prende sì le mosse dalla teoria politica contrattualista, a suo dire la più robusta tra tutte le teorie politiche le quali intendano coniugare la cooperazione sociale con ampi margini di libertà individuale, ma se ne discosta cercando, in maniera originale, di calare la bontà teorica della costruzione ideale all’interno delle concretezze storiche, e quotidiane, che viviamo. 


Solo così, infatti, diviene possibile comprendere appieno il tipo di discorso che la Nussbaum compie intorno alla disabilità e alla corrispettiva giustizia dovuta. 


Le persone disabili non vanno viste come persone in qualche modo, e in qualche misura ,“limitate”, e, per ciò stesso, anche meno produttive rispetto a tutte le altre, ma vanno considerate come soggetti politici la cui dignità va commisurata agli specifici bisogni delle singolarità, e non ad un modello normalista solo presuntivamente la “norma”. 


Al modello onnipresente, e poggiante su una razionalità rarefatta ma non reale, della normalità di funzionamento, fisico e psichico, suggerisce l’autrice, dobbiamo sostituire un altro modello, più aderente alla realtà quotidiana e che leghi lo sviluppo personale a dieci soglie minime di capacità. 


In modo particolare, possiamo notare come il suo famoso elenco di capabilities non sia affatto un gioco al ribasso, ma, al contrario, lo stabilimento di una soglia minima di garanzia pubblica nei confronti dei bisogni speciali di ciascuno essere umano. Ogniqualvolta le istituzioni pubbliche non garantiscono perlomeno il raggiungimento di una sola di tali soglie, esse commettono delle ingiustizie sociali e, per di più, appaiono essere delle istituzioni nemmeno decenti. 



Come si vede, allora, l’approccio della Nussbaum è non solo innovativo, ma anche migliorista dal momento che, ponendo un limite sul ribasso delle prestazioni pubbliche, impone di conseguenza un rilancio progressivo sulle libertà individuali e sullo sviluppo delle persone.



Un tal discorso generale, che vale per ciascun animale umano, vale a maggior ragione nei confronti delle persone disabili per le quali, proprio a causa dell’enorme svantaggio sociale di partenza, in misura maggiore s’impone una politica pubblica tesa a garantire anche a loro il raggiungimento delle soglie minime nell’elenco delle capacità personali.




Una volta che siano stati definiti i contorni degli orizzonti morali e politici della disabilità umana, prende origine il correlato dibattito pubblico inerente ai diritti dei soggetti disabili all’interno di una comune cornice sociale e sul come garantirli e promuoverli in sede giuridica.




Anche se, a dire il vero, Nussbaum non si addentra in tale discorso, lasciando che siano le realtà sociali e giuridiche a stabilire come realizzare concretamente le dieci soglie individuate.





(url immagine: http://www.superando.it/files/2012/11/nussbaum-martha.jpg)

venerdì 4 aprile 2014

Pinocchio, che bischero! Due ...

Con riferimento alla mail inviata a Matteo Renzi il 27 Febbraio 2014, alla data attuale del 4 Aprile 2014 (quando scrivo il presente post), nessuna nuova dal fronte occidentale! Ah, che bischero!!! Mai una personalità al vertice che voglia davvero ascoltare i propri dipendenti ... già, meglio sentire gli studenti e i loro coretti, di certo più graditi! :)

Vi terrò aggiornati!




(immagine tratta da: http://www.empaticamente.it/wp-content/uploads/2010/01/pinocchio3.jpg)

giovedì 3 aprile 2014

Editoria predatoria ...

Stamane ricevo la seguente mail:




"Gentile Dott. Alessandro Pizzo,

Nell’archivio elettronico del Universita di Palermo è presente un lavoro dal titolo "-------" di cui Lei è autore.

Stiamo pianificando di pubblicare libri proprio in questo campo e saremmo lieti di poter annoverare anche il Suo lavoro nelle nostre pubblicazioni. Edizioni Accademiche Italiane è membro di un gruppo editoriale internazionale, che ha quasi 10 anni di esperienza nella pubblicazione di ricerche di alta qualità supportate da noti istituti in tutto il mondo.

Oltre a pubblicare e a stampare libri scientifici li distribuiamo attraverso più di 80.000 librerie.

La preghiamo di confermare il Suo interesse a ricevere informazioni più dettagliate.

In attesa di un Suo gentile riscontro, cogliamo l’occasione per inviarLe i nostri migliori saluti.

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Cordiali Saluti/Freundliche Grüße 

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Editrice 

EAI Edizioni Accademiche Italiane è una marca commerciale di: 
OmniScriptum GmbH & Co. KG

Heinrich-Böcking-Str. 6-8, 
66121, Saarbrücken, Germany 
v.ursu (at) edizioni-ai. com / www. edizioni-ai. com 

Handelsregister Amtsgericht Saarbrücken HRA 10356 
Identification Number (Verkehrsnummer): 13955 
Partner with unlimited liability: VDM Management GmbH 
Handelsregister Amtsgericht Saarbrücken HRB 18918 
Managing directors: Thorsten Ohm (CEO)"


Cosa dovrei fare, secondo voi?

Intanto, mi pare strano che una casa editrice (pur esistente) s'interessi ad una tesi dottorale depositata presso l'ateneo di afferenza e che voglia, di conseguenza, pubblicare non un'opera inedita, ma un'opera già editata ...

In secondo luogo, la mail pare standard ... prova ne siano pure gli errori grammaticali ...

In terzo ed ultimo luogo, quanto mi costerebbe siffatta pubblicazione? Ecco il punto: con internet si sono moltiplicate le possibilità di pubblicazione "a pagamento" ... paghi tot, ed ottieni copie contate vergate di codice isbn ... in passato anch'io mi sono valso di questo servizio ma scottato dall'esperienza ASN credo non ne valga la pena ...

Così, pur combattendo con il mio narcisismo, decido di lasciar perdere ...


(immagine tratta da: http://a.mytrend.it/blog/2013/02/447796/o.157004.jpg)