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giovedì 29 novembre 2012

... solitudine ...

Abbarbicati sui davanzali,
accigliati senza un perché,
violenti senza ma,
li vedi tutti i giorni,
e speri che non sfoghino su di te la loro bile

Alunni soli,
specchio di una realtà decadente,
senza se e senza ma,
soprattutto senza perché,
così soli,
così abbandonati

Se comprendessimo la nostra società attraverso loro,
metà ne avremmo completato di percorso,
ma così non è,
neanche a volerlo.

Loro sono soli,
e noi pure,
loro si sentono, giustamente, abbandonati,
noi, inavvertitamente, lo siamo.

Come pesi, scaricati,
come spesa, evitati,
come privilegiati, vilipesi,
come ricchi, sfregiati.

La scuola è al termine della notte,
un attimo prima della fine,
un momento dopo l'abbandono

la solitudine sola c'è compagna,
tra una lagrima d'occasione e una di coccodrillo,
in tanti declamano, in pochi sostengono,
nessuno aiuta.

Se ne stanno ancora lassù,
spavaldi contro l'autorità,
ultimo baluardo della legalità,
sul confine sottile del pericolo,
sul bordo sfumato della soglia senza ritorno
ma fragili dentro,
come foglie secche,
come gusci vuoti,
come buche nel terreno,
come vasi andati in frantumi,
spigolosi, taglienti, ma delicati.

Il tempo di sciogliere al vento questi versi soli,
e loro restano là,
sono ancora là,
per vedere meglio il mondo, forse,
per trarsene fuori, probabilmente,
per caderne fuori, sicuramente.

E noi?
Cosa resta di questo tempo?
Cosa scende dal cielo?


La solitudine è la sola cifra adeguata al nostro riconoscimento sociale,
l'abbandono la sola cifra adeguata al desiderio sociale delle nuove generazioni.

venerdì 23 novembre 2012

Indizi ...


Per millenni l’uomo è stato cacciatore. Nel corso di inseguimenti innumerevoli ha imparato a ricostruire le forme e i movimenti di prede invisibili da orme nel fango, rami spezzati, pallottole di sterco, ciuffi di peli, piume impigliate, odori stagnanti. Ha imparato a fiutare, registrare, interpretare e classificare tracce infinitesimali come fili di bava. Ha imparato a compiere operazioni mentali complesse con rapidità fulminea, nel fitto di una boscaglia o di una radura piena di insidie

(C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in C. Ginzburg, Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino, 2000, p. 166)

Il discorso di Ginzburg è semplice quanto efficace: da sempre, l’essere umano è stato caratterizzato dalle capacità di risalire, a partire da mere tracce materiali, ai fatti che li hanno provocati. 

Detto altrimenti, l’uomo riesce a ricostruire fatti avvenuti in sua assenza a partire da semplici «indizi». Ciò è esattamente quel che fa lo storico: a partire da tracce, più o meno complete, più o meno frammentarie, di un passato non direttamente disponibile, egli cerca di ricostruire il flusso temporale, di azioni, di agenti, di moventi, che le hanno prodotte. 


Quel che, detto ancora con altre parole, fa lo storico è adoperare un vero e proprio «paradigma indiziario» che, peraltro, lo accomuna anche allo psicologo e all’antropologo: risalire da poche tracce alla situazione iniziale che le ha prodotte.

Ma Ginzburg pecca, forse, di ottimismo in quanto dà voce da una ragione onnipotente. La pensiamo diversamente da lui, una ricerca storica indiziaria è, e resta immancabilmente, parziale nel senso che non può davvero ricostruire tutto, ma si limita a ricostruire solo parti del passato. Anche se questo è già molto.


(immagine tratta da: http://www.sscnet.ucla.edu/history/ginzburg/ginzburg.jpg)


mercoledì 21 novembre 2012

Pensare al passato per comprendere il presente ...


Gli storici hanno sempre saputo […] che la storia si costruisce dalla prospettiva del presente, che il viaggio che lo storico intraprende verso il passato non finisce lì, ma torna necessariamente al punto di partenza, che le sue elaborate costruzioni teoriche volte a dar conto di quanto successo in altri tempi sono prive di valore se non dicono nulla agli uomini di oggi

(M. Cruz, I brutti scherzi del passato. Identità, responsabilità, storia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010, p. 108)


E' proprio vero: non si dà storia che in direzione inversa al flusso del tempo, dal presente verso il passato


E tuttavia, una volta giunto laggiù, lo storico torna incessantemente avanti e indietro nel tempo, per vagliare ipotesi, per controllare dati, per verificare fonti...


Il tutto nella ferma convinzione che il passato, in quanto cose occorse in altri tempi, e ad altri uomini, sarebbe infine privo di valore se non parlasse agli uomini di oggi, se non dicesse qualcosa che interessi anche chi vive nel presente. Se il futuro è di chi ha un passato, è pur vero che il problema del passato se lo pone solo chi è interessato a spiegare il proprio presente.



Pertanto, se oggi il nostro Paese ha smarrito la via stessa del presente, cosa ne è stato del suo passato? Cosa è andato storto? Cosa non ha funzionato? Ma queste sono domande scomode, domande che non interessano, questioni che restano come parole scritte sulle acque ...



(immagine tratta da: http://giotto.ibs.it/cop/copj170.asp?f=9788833921396)


lunedì 19 novembre 2012

Triste storia ...

In questo libro viene tentata per la prima volta una prognosi della storia. Ci si è proposti di predire il destino di una civiltà e, propriamente, dell’unica civiltà che oggi stia realizzandosi sul nostro pianeta, la civiltà euro – occidentale e americana, nei suoi stadi futuri

(O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano, 1957, p. 13)

Progetto ardito, ma problematico: la storia è un corpo evolutivamente programmato, e, quindi, anche, prevedibile? Forse Spengler è rimasto abbagliato dalla novità e dalla potenza delle cd. scienze umane le quali, accoppiate a quelle esatte, possono aver sortito l'impressione che (quasi) ogni cosa, sotto il cielo, sia prevedibile.


Bene, Spengler rimarrebbe sorpreso, allora, di conoscere l'attuale epistemologia storica secondo la quale la storia non esiste punto, se non, almeno, dal momento in cui il singolo storico si pone domande ricostruttive della sua realtà presente, e, nel farlo, investe il passato di ipotesi e ricostruzioni, procedendo, dunque, a ricostruirlo. Del futuro, invece, nulla al momento può dirsi.


Ovviamente, però, non era affatto questa la prospettiva singolare dalla quale muoveva, ma quella sorta di "filosofia della storia" che intende fornire, o suggerire, ipotesi ermeneutiche intorno al destino delle civiltà. Sui data è possibile convenire, ma sulle interpretazioni, forse, no. E questo a maggior ragione se, più che di valutazioni su facta, si tratti di meri sogni, ad opera di visionari.


E tuttavia, forse, su un punto Spengler aveva ragione: nel predire la fine del centralismo mondiale dell'Europa, relegata, da lì in poi, al mesto ruolo di "parte" tra le "parti" del globo terracqueo. 


Ma per fare ciò non era, forse, nemmeno necessario produrre quella mole di pagine che è suddetto Tramonto.





(immagine tratta da: http://usnlombardia.files.wordpress.com/2012/08/spengler.jpg)


domenica 18 novembre 2012

Elegia per una cara scomparsa ...



Una crepa si allarga sulla parete esterna,
un'altra, più estesa, occupa la parete interna,
dei ragazzi fumano davanti l'uscio, ma a nessuno importa.


Una blatta scivola via lesta lungo il pavimento.
Beata te, mia amica, almeno tu riesci a sopravvivere!
Il neon del soffitto fa i capricci, gli scalini sono alti e ripidi,
le volte dell'antico edificio ci abbracciano ad ogni nostro passo
come bare accoglienti.


Il sifone alle pareti è posticcio: fa scena, ma a niente serve.
Il vetro delle porte è incrinato, ma importa che la lavagna sia multimediale …
Tuttavia manca la connessione alla rete, così fingiamo di essere alla moda!



Le zanzare nidificano in cortile, evviva la natura!
Un gabbiano solitario cammina goffamente sul tetto esterno,
beato anche lui che la gara per la sopravvivenza può vincerla,
questi ragazzi qua, invece, no.
E buon per loro che non lo sanno …



Un banco improvviso vola per aria,
una parabola breve, ma intensa, solca l'aria,
come una lagrima sul viso che riga la calma apparente dei corridoi bui,
chi è stato? Urli, quasi ringhi, ma è tutto inutile!



A nessuno importa sapere chi sia stato,
a nessuno importa cosa sia stato,
a nessuno importa che danno sia seguito.



Trascorriamo il tempo come foglie morte sugli alberi,
in attesa della brezza lieve del vento,
a porti più accoglienti condurci.



Non vediamo futuro, ma antichità.
Non scorgiamo speranza, ma ansietà.
Non desideriamo un domani, ma solo di permanere lungo il viale della vita.



Chi sono io?
La risposta la conoscono i venti agili e i torrenti sotterranei,
ultimi depositari di una vita che lieve scorre via, e giunge lontano da noi …



Io sono la scuola, alla fine della decadenza,
la nottola, triste e solitaria, che accompagna la notte dei nostri tempi bui,
il silenzio che morente scende su quel che fu umano.



Una scintilla che squarci il velo oscuro, ed opprimente, del buio, i miei poveri occhi spenti non vedono.
Una voce gioiosa che rallegri la tristezza di questi luoghi, le mie povere orecchie mute non odono.
Una margherita giovane, segno di rinascita in mezzo a tanta sciagura non nasce.



Siamo, ahinoi, così giunti al termine del giorno?
Solo la polvere concima questi silenzi.


(immagine tratta da: http://beataignoranza.files.wordpress.com/2009/05/squola_rovina.jpg?w=468)

sabato 17 novembre 2012

Perché le 24 ore sono solo una “trappola” ordita dalla crisi e da un’opinione pubblica in cerca di vittime sacrificali (per tacere del masochismo del personale)



La “farsa” che ha interessato il mondo della scuola nelle ultime settimane è doppiamente significativa, a patto, però, che si desideri davvero coglierne le valenze intrinseche a prescindere dalla vulgata, in genere distorta e/o menzognera, offertane dai media, più o meno interpreti del consensus gentium, ossia di quell’elettore medio italiano che sempre più assomiglia allo stereotipo americano incarnato – nel vero senso della parola – dal personaggio cartoon  Homer Simpson, ossia l’ignorante che abbocca alla TV e che vota per un ‘sì’ o per un ‘no’, occorsogli nell’arco della giornata. Aggiungerei ancora qualche qualifica a tale nozione idealtipica, ma credo sia possibile fermarsi qui senza troppe remore.



(immagine tratta da: http://www.iscalolziocorte.it/Ortofrutta/images/620806p1.jpg)


Partiamo dall’inizio, ossia dal provvedimento di revisione della spesa approvato nel luglio 2012 e che prevede un risparmio da ottenere dalla scuola di 700 milioni circa da qui a tre anni. Dove trovare le risorse? Già la riforma Gelmini, L. n. 133/2008, innovava l’organizzazione didattica in conformità a mai riscontrate e/o suffragate opzioni didattiche ed educative (basti pensare alla giustificazione, chi la ricordi, della soppressione del curricolo articolato sull’alternanza tra tre maestre: “i bambini si confondono, le ricerche (quali?) dimostrano che i minori hanno bisogno di un’unica figura di riferimento”), prescrivendo per il comparto scuola un risparmio complessivo di economie pari a 8 miliardi di euro circa. Quella riforma, non si è mai saputo se opera più del dicastero della (ex) Pubblica Istruzione o del dicastero dell’Economia, ha comportato un taglio lineare di personale pari a 140mila operatori, tra docenti e personale ATA.

Fatta cassa con la scuola allora, si procedette in seguito a “congelare” il rinnovo del contratto di settore, scaduto nel 2009, dopo il rinnovo nel 2006 per il biennio economico 2007 – 2009, per altri due anni e non riconoscendo più in automatico, come era invece previsto da suddetto contratto, l’anzianità di servizio, che si concreta in un incremento salariale per fasce di anzianità. Taciamo della riforma delle pensioni, dell’omologazione dell’età di genere, a mere esigenze di risparmio, e vediamo come in seguito tale blocco del rinnovo contrattuale, che consisterebbe solamente ad un incremento dei salari fermi al tasso d’inflazione attesa per il 2007 (!), recuperando un poco – sempre troppo meno – il potere d’acquisto eroso dall’inflazione, è stato esteso ancora sino al 2014 – ora si parla di estenderlo ancora sino al 2017 - .

Si è trattato, in altri termini, di un’entrata “a gamba tesa” da parte del dicastero economico sull’analogo dell’Istruzione, accorpato nel generico e vacuo M.I.U.R., il mare magno del terzo settore, con espropriazione indebita delle relative funzioni di progettazione, di pianificazione, di organizzazione, di scelte didattiche, etc. Questa progettualità politica era ben chiara in mente all’allora Ministro Tremonti che prevedeva una sorta di (super-)potere del proprio dicastero su tutti gli altri, incarnando una sorta di premierato, esecutore tecnico delle decisione del Presidente del consiglio dei ministri, non più capo del governo e coordinatore dei vari ministeri.

La decisione di “tagliare” la scuola pubblica italiana, senza pensare minimamente ai danni che nel tempo verranno prodotti e che si verificheranno a cascata nel corso del prossimo trentennio, per tacere qui delle ripercussioni sul PIL, è frutto senza dubbio in parte dalla precisa volontà di personaggi digiuni del mondo della scuola – oggi, non quando la frequentavano loro cinquant’anni fa – e in parte dalla precisa volontà degli stessi personaggi di intercettare gli umori “profondi” dell’elettorato … qui comincian le dolenti note a farmisi sentire, direbbe Dante. Infatti, l’elettorato italiano, esattamente come tutti gli altri dei paesi occidentali, ha subito una profonda, e dolorosa, involuzione a vari livelli: culturale; sociale; psicologica; economica; etc. Intorno al 2003 si parlava di declino del nostro Paese, parlarne oggi forse non è più di moda – siamo poi passati alla casta, categoria polimorfa e plurivantaggiosa, e ai recentissimi choosy – ma non è detto che quella caduta non sia più in atto … anzi! Perché dico questo? Perché penso fermamente che i nostri amministratori siano perfettamente rappresentativi della volontà degli elettori nel senso che sono specchio fedele dei loro umori e ne rappresentano adeguatamente la volontà. Chi dice che la democrazia (rappresentativa) sia morta, incalzata da nuovi modelli e/o paradigmi, a mio sommesso parere, pecca di ottimismo: la democrazia (rappresentativa) funziona! Eccome! Solo che nel funzionare non esprime ideali o valori da conseguire e/o declinare in concreto, ma solo dare sfogo a volontà viscerali, emozionali, non discusse, non problematizzate – ma perché perderci sopra del tempo prezioso? - degli elettori. Solo così si spiegano provvedimenti tanto penalizzanti, tanto offensivi, così poco giustificati – ma v'è una giustificazione ulteriore da produrre oltre a quella di dare corso ai desiderata degli elettori? - , così poco meditati eccetto la fretta di dover rispondere a precise sollecitazioni, nazionali e comunitarie – Patto di Stabilità – e di comunicare agli elettori una capacità di risposta rapida – la politica del “fare” … - che descrive la chiarezza di obiettivi e di strategia dei nostri stessi rappresentanti. Poi, pazienza se i provvedimenti varati fanno acqua da più parti o se vari tribunali amministrativi hanno da ridire. Intanto si iscrivono in bilancio i risparmi conseguiti, e poi si vedrà. Come a dire: intanto tagliamo, poi chi dovrà piangersi e tagli – leggi: personale e famiglie – e conseguenze – leggi: future generazioni – si vedrà a suo tempo!

La miopia governativa è pari alla superficialità degli elettori. In nessun Paese civile si consente che la FIAT faccia quel che vuole, in nessuno eccetto il Nostro, così morbido nei confronti dei potenti, del Potere. E in nessun paese civile un Governo parla male dei propri dipendenti (quelli della P.A.), bollandoli senza mezzi termini “fannulloni”, “parassiti”, “fancazzisti”, etc., ad ogni occasione di esposizione mediatica. Se non è ricerca di visibilità, e di consenso questa, cos'è?

Giungiamo così al balletto sulle 24 ore per il personale docente della Scuola Secondaria (ossia, Medie e Superiori). Il ministro Profumo, che quando venne insediato nella coorte di tecnici, parlò di “dialogo”, “confronto”, etc., si presenta una mattina con un piano già scritto – quindi, elaborato a suo tempo … - che prevede una sorta di baratto tra Ministero, ossia il datore di lavoro – come mai questa locuzione? Si capirà in seguito … - , e il relativo personale, ossia i lavoratori dipendenti, acconciato, alla meno peggio, in questa maniera:

1)      a partire dal settembre 2013, l'orario settimanale del personale docente della Secondaria, di Primo e Secondo Grado, si articola in 24 unità orarie settimanali, e non più in 18, a parità di retribuzione;
2)      in compenso: il personale docente avrà diritto a giorni n. 15 di ferie aggiuntive rispetto a quelle già disponibili.

Quindi, si interviene, tramite Decreto Legge – e le ragioni di urgenza dove sono? -, essendo inserito come comma all'art. 3, credo, della Legge di Stabilità – bella questa moda di cambiare nome alle cose … prima si parlava di Legge Finanziaria, l'atto principale di qualsiasi maggioranza parlamentare -, sul contratto, integrandolo ope legis e scavalcando qualsiasi principio di confronto e di dialettica tra parti in causa, datore di lavoro e lavoratore. Peraltro, in regime di vacanza contrattuale, essendo l'attuale contratto di lavoro scaduto e non rinnovato, s'interviene normativamente modificandolo di fatto, avocando alla parte datoriale del rapporto di lavoro la modifica unilaterale dei termini dello stesso. Saltato il confronto con le parti sociali, il datore di lavoro stabilisce ad un certo punto che l'orario di servizio aumenta di sei unità orarie, senza, però, alcun intervento sulla parte economica dello stesso. E qui sorge un altro problema: si possono modificare parti di un contratto di lavoro senza rinnovarlo del tutto? A quanto pare sì, dato che già il precedente Governo Berlusconi – ho perso il conteggio progressivo della numerazione … -, con il ministro di punta, Brunetta, aveva provveduto ad integrare la disciplina contrattuale con medesimi interventi “a gamba tesa”. Cosa bisogna imparare da quest'atteggiamento? Secondo me, alcune cose importanti:

i)        la contrattazione sindacale viene rigidamente compressa a mere questioni di organizzazione del singolo turno di lavoro all'interno della singola sede di servizio (altrimenti non avrebbe senso sminuire la contrattazione collettiva e, al contrario, enfatizzare quella decentrata);
ii)       il rapporto di lavoro viene ulteriormente sbilanciato in favore del datore di lavoro e a scapito dei lavoratori (altrimenti non avrebbe senso parlare di “prerogative datoriali”, come felicemente ebbe a dire sempre il Brunetta);
iii)     l'insistenza sul privilegio accordato alla parte datoriale di poter modificare, senza alcun contrappeso reale, parti, anche rilevanti, del precedente accordo di lavoro (leggasi: contratto collettivo nazionale di lavoro) accorda per il futuro ben altre possibilità per la stessa: (non in rigido ordine d'importanza) a) poter modificare unilateralmente l'orario di servizio; b) poter decidere unilateralmente sulla composizione oraria; c) poter decidere unilateralmente sulla retribuzione media oraria; d) poter decidere unilateralmente sulla durata del rapporto di lavoro; e) poter decidere  unilateralmente sul dimensionamento del settore di servizio; f) poter decidere unilateralmente sulla composizione organica dei propri dipendenti; g) etc.; etc) ....

Come si vede, allora, non solo è definitivamente tramontata l'idea della contrattazione tra parti sociali, come strumento di compensazione all'abolizione della scala mobile, all'interno delle politiche di contrasto dell'inflazione, ma è scomparsa dall'animo dei più l'idea della tutela della parte debole all'interno dei rapporti di lavoro. Se questo accadesse solo nel privato, stante la separazione tra giustizia commutativa, propria di quest'ultimo ambito del lavoro, e giustizia retributiva, propria dell'ambito pubblico del lavoro, le cose sembrerebbero un poco “normali”. Invece, se a muoversi in questa stessa maniera, lungo questo stesso solco, è il Governo, è il Ministero, è la direzione della P.A., qualcosa non torna! Forse, allora, dovremmo aprire gli occhi sulla definitiva privatizzazione dei rapporti di lavoro: il contratto pubblico viene soppiantato, in toto o in parte, da subito o progressivamente, da forme privatistiche di regolazione dei rapporti di lavoro. Detto in soldoni, chi detiene il maggior potere tra le due parti, decide le regole del gioco e può modificarle  unilateralmente a proprio piacimento.



(immagine tratta da: http://www.gildacuneo.it/wp-content/uploads/2011/04/docente_stanco11.jpg)


Dopo alcune settimane di caos, di panico, di balletti, di balbettii, di farsa tragicomica sugli orari del personale docente, viene alla fine approvato un emendamento che sopprime suddetto aumento orario. Ma per finanziare, dato che non è prevista alcuna possibilità di ripensamento su quel totale di risparmio previsto in estate (leggasi: spending review), il mantenimento dell'attuale orario si procede a togliere risorse al fondo d'istituto, ossia a quel fondo che integra i già miseri stipendi dei docenti per le funzioni aggiuntive … cambiano forse i musicisti, ma la musica non cambia. E la scuola paga ancora per tutti! Tuttavia, permane ancora una minaccia, neanche tanto velata, di futuro aumento dell'orario … magari già in primavera! Mente nel frattempo si vocifera di un ulteriore slittamento in avanti della vacanza contrattuale sino al 2017, come se l'inflazione reale invece se ne stesse anch'essa in vacanza!

Ma torniamo alla proposta. Sono, a mio parere, almeno tre gli elementi da tener in considerazione:

a) il contratto collettivo di lavoro, benché non rinnovato, ma ancora in vigore, viene modificato da fonti del diritto eterogenee;
b) il governo, senza confronto con le parti sociali, modifica  unilateralmente e orario di lavoro e ripartizione delle ferie;
c) il datore di lavoro aumenta  unilateralmente l'orario di lavoro senza, però, provvedere contestualmente a finanziarlo.

Questi elementi, già di per sé sconfortanti, e mortificanti per un operatore del settore, sono evidentemente dettati da esigenze contabili, senza peraltro evincere alcuna conoscenza del mondo della scuola. Infatti, emerge esclusivamente la preoccupazione di contrarre la spesa corrente, infischiandosene altamente di destini personali, di vite umane, di bontà del servizio, e quant'altro a vario titolo chiamato in causa, non ultimo il destino formativo delle future generazioni. Allora, penso che questa farsa sia goffa anche perché il tentativo ragionieristico di beccare (almeno) tre piccioni con una sola fava:

1)      riduzione del personale precario (a nessuno deve sfuggire che un aumento dell'orario settimanale di servizio di n. 6 ore, cancella definitivamente l'annoso problema dei precari: li tagliamo definitivamente e avanti così! Dimenticandosi, però, che non siamo solo dei numeri, come capitoli di bilancio, ma abbiamo un nome, un cognome, una storia personale, magari anche dei figli …);
2)      riduzione del personale in organico (a nessuno sfugga che la riconduzione delle cattedre a 24 ore anziché a 18 comporta la perdita di un terzo del numero totale di cattedre in organico di diritto. Così facendo, però, ci si dimentica che non siamo solo dei numeri, come capitoli di bilancio, ma abbiamo un nome, un cognome, una storia personale, magari anche dei figli …);
3)      riduzione dello stipendio del personale in organico (a nessuno sfugga infatti come, a conti fatti, la presente non sia un mero aumento dell'orario di lavoro del personale docente, ma una mera diminuzione del salario per unità oraria lavorata)[1].

Il piccione (3) è sicuramente quello meno preso in considerazione (ma già Brunetta intendeva diminuire gli stipendi attuali per finanziare con briciole solo quelli di alcuni scelti meritocraticamente ….). Infatti, interpretando gli umori bassi e volgari degli elettori, il Governo agisce duramente sui propri dipendenti aumentando l'orario limitato che per privilegio spettava loro. Invece le cose non stanno così, magari stessero così! Il medesimo provvedimento punisce due volte in una il personale: la clausola di parità di salario tra 18 o 24 ore significa inequivocabilmente che a parità di ore lavorate il dipendente verrà retribuito meno! Allora, non è affatto vero che il dipendente scolastico lavori poco, mentre è verissimo che percepisce pochissimo! Ma queste cose l'opinione pubblica le sa? Come sa che il dipendente scolastico non lavora per le mere 18 ore settimanali di servizio (ossia, di lezione in classe)? Penso proprio di no altrimenti non avrebbe avallato così a buon cuore un provvedimento tanto balzano quanto iniquo[2]

Ma veniamo alla parte più interessante delle mie riflessioni: il personale docente! Penso sinceramente che ciascun popolo abbia il governo che si merita. Ed anche che in nessun Paese civile, eccetto il nostro, i dipendenti si facciano trattare così male. Sì, è colpa nostra se chi ci governa pensa di poter decidere così facilmente quanto unilateralmente dei nostri destini occupazionali. Se ci trattano così male, forse, ce lo meritiamo. Perché? E' semplice: i tagli passano senza nessuna concreta azione di contrasto da parte nostra, tranne, forse, qualche mozione approvata da vari Collegi docenti oppure alcune rimostranze verbose. Poi nient'altro! Passa così il taglio di 140mila unità, senza colpo ferire, eccetto uno sciopero dell'autunno 2008, e sarebbero passate anche le 24 ore se … se … il governo non fosse in scadenza e l'attuale composizione parlamentare dovesse ripresentarsi da qui a pochi mesi alle urne. Per questo motivo, penso che un'occasione tanto ghiotta di far cassa sulle nostre spalle verrà riproposta successivamente, che la partita sia tutt'altro che chiusa. E l'occasione è ghiotta perché il personale della scuola è l'unico che non si preoccupa del proprio destino, che non considera il proprio lavoro meritevole di tutela, forse perché la cosa pubblica è concepita, e considerata di conseguenza, come cosa di nessuno. D'altra parte, anche il docente è espressione, a sua volta, della società di appartenenza: se la pensa così la massa, perché non dovrebbe fare altrettanto il singolo docente? Solo che stavolta non si tratta del marciapiede o del fiume o della spiaggia, ma del proprio lavoro, dal quale, volente o nolente, dipende il suo stesso destino futuro, e, forse, anche quello dei suoi figli e dei suoi nipoti.

In fin dei conti, sulla base della mia, seppur breve esperienza personale, l'operatore scolastico è per nulla attaccato professionalmente al suo lavoro: se non fosse per il magro stipendio che percepisce, non sarebbe affatto interessato, poniamo, a lottare per esso! Così, malgrado sporadiche lamentele verbali, e nient'altro, l'operatore scolastico digerisce, più o meno agevolmente tutti i provvedimenti che il datore di lavoro fa passare sopra la sua testa e che, pur interessandolo direttamente, dal dimensionamento scolastico alla progressione di carriera, dal salario alla sicurezza del luogo di lavoro, e così via, non suscitano in lui più di una preoccupazione teorica transitoria. Che significa questo? Semplice: se si chiede di scendere in piazza per protestare, lui non lo farà! Se si proclama un'agitazione sindacale, fino al momento in cui resterà vaga e non prevederà un suo coinvolgimento diretto, lui vi aderirà. Se, ancora, ad abundantiam, si proclama una giornata di sciopero, lui non vi aderirà, trincerandosi, in genere, dietro due scuse risibili: (1) non possiamo danneggiare gli alunni; e, (2) lo sciopero non serve a nulla. La motivazione (1) appare di un certo peso ma solo nella misura in cui l'operatore scolastico non ha cuore l'amor proprio, e considera i problemi che lo interessano direttamente come grane da delegare ad altri. A ciò si aggiunga che proprio chi adduce tale motivazione è poi magari il primo operatore a non agire di conseguenza: a considerare cioè gli alunni una gran seccatura (e poco altro)! Chi adduce ciò, comunque, mostra di non aver compresa la natura, appunto conflittuale, dello sciopero: se non si arrecano disagi, quale forza può legittimamente aspirare ad avere una mobilitazione? Peraltro, ancora, chi si nasconde dietro la motivazione (1) fa propria una frase fatta che intercetta un umore comune in seno all'opinione pubblica, e secondo il quale chi può permettersi di scioperare, lavora davvero poco. Per tacere dell'umore concorrente secondo il quale non è ammissibile che una categoria scioperi danneggiandone altre. Un'idea che, se condivisa davvero, costringerebbe all'immobilismo professionale e priverebbe i lavoratori dipendenti di qualsiasi voce in causa sui provvedimenti che li interessano. Ma solo l'operatore della scuola è masochista al punto da preferire di gran lunga essere danneggiato in maniera permanente che danneggiare provvisoriamente l'utenza.
La motivazione (2), invece, è vera nella misura in cui l'80% del personale in questione non aderisce a forme di mobilitazione, sciopero compreso, per grette esigenze personali, perdendo di vista l'obiettivo del bene comune scuola (al cui interno rientra anche lui come categoria professionale). Una giornata di sciopero costa alla categoria, a seconda dell'anzianità di servizio, dagli 80 ai 120 euro. Certo su una baste stipendiale davvero misera (e magari con qualche mutuo sul groppone) la cifra appare elevata e comunque tale, vista la sproporzione in atto tra salario mensile e distribuzione forfettaria dello stesso in rapporto ai singoli giorni costituenti il mese, da scoraggiare qualsiasi adesione a scioperi. Chi ha previsto, per legge, lo sciopero ha fatto in modo di danneggiare chi sciopera con disincentivi economici molto forti e tali comunque da non rendere vantaggioso il rapporto, peraltro aleatorio, tra vantaggi futuri (tutti da verificare) da partecipazione e danno economico immediato (tutto da assorbire nel tempo). E comunque resta il nodo della visibilità governativa della categoria lavoratori dipendenti della scuola: anche uno sciopero del 90% non è detto che influenzi minimamente le scelte del Governo.

Ecco, allora, che si delinea il piano di sproporzione netto tra i dipendenti pubblici e il datore di lavoro pubblico: i primi devono subire quasi tutte le decisione del secondo mentre quest'ultimo non li consulta quando deve decidere le linee guida da seguire (per non parlar del resto).


Ma vi sono comunque alcune altre riflessioni che vanno fatte. Infatti, da qualche anno a questa parte si avverte e si manifesta sempre più spesso una certa disaffezione nei confronti dei sindacati che, come parte sociale rappresentativa dei lavoratori, dovrebbero, in teoria, confrontarsi con il datore di lavoro concertando, contrattando, determinate misure. Ora, se tali sindacati proclamano uno sciopero, sempre più colleghi mi dicono cose del genere “non credo più nei sindacati” oppure “prima si pappano tutto allegramente e dopo mi chiedono di rinunciare alla paga di un giorno?”. Tutte queste affermazioni esprimono un'idea di base molto pronunciata e secondo la quale il sindacato è una corporazione – o una casta, vera e propria – che non difende affatto i diritti dei lavoratori, ma partecipa alle spartizioni ordite dalla politica. Secondo tale idea, peraltro, il sindacato non rappresenta affatto il lavoratore, anche perché è oramai lontano, come sede, come “struttura”, dal mondo del lavoro, non cogliendone più le problematiche, le difficoltà, le potenzialità, e così via. Siffatta idea, di per sé già abbastanza sconfortante, assume connotazioni dirompenti se in assemblea sindacale territoriale si assiste alla scena seguente che mi dilungo a narrare perché, a mio onesto modo di vedere, istruttiva dell'errata percezione delle relazioni sindacali che il lavoratore della scuola, proprio perché parte ed espressione della società cui pur appartiene, subisce e trasmette a sua volta. Dopo che i vari delegati sindacali hanno detto la loro con pochi e timidi applausi al termine di ciascun intervento, prende la parola una collega di mezza età, apparentemente sportiva, che assume subito le sembianze della pasionaria e, rivolgendosi direttamente ai (malcapitati) delegati sindacali presenti, dice loro “ve lo chiedo provocatoriamente, ma devo porvi la questione, prima di ora dov'eravate? Mentre ammazzavano la scuola, voi che facevate?”[3]. L'intervento viene interrotto da una salva di applausi scroscianti, eccetto il mio mancante. Così muoiono le democrazie: tra gli applausi!


Non condivido l'intervento per due motivi: (i) non era quella la sede per reprimende nei confronti dei propri rappresentanti sindacali; e, (ii) la stessa domanda, per prima, andrebbe posta a noi stessi: dov'eravamo noi prima che smantellassero la scuola? Cosa abbiamo fatto per opporci? Per difendere la dignità, umana, professionale, civile, del nostro posto di lavoro? E come abbiamo lottato per il nostro bene comune? Il meccanismo della delega può distorcere la rappresentanza per categoria, ma non ci esime dalla responsabilità diretta. Chi accusa i sindacati evita di accettare, e riconoscere conseguentemente, proprie responsabilità, propri errori, proprie colpe. In fondo, è facile incolpare i sindacati di non aver fatto abbastanza … ma se il lavoratore è il primo a non scendere in piazza per sé stesso, il primo a non scioperare perché non può/vuole rinunciare al giorno di lavoro, per non danneggiare (sic!) i propri studenti (ben lieti al contrario di saltare la giornata), chi va incolpato? L'assemblea, comunque, riconosce nell'intervento della collega una consonanza d'idee secondo le quali, grosso modo, ci troveremmo in questa situazione perché il sindacato ha finito per fare interessi diversi da quelli della categoria professionale. In fin dei conti, per la collega i sindacati non rappresentano più né la categoria cui idealmente si riferiscono né i lavoratori stessi, lavorando magari per interessi più privati di corporazione in quanto tale. Eppure la replica da parte di una delegata presente è stata, a mio onesto modo di vedere, puntuale e disarmante: “non volete scioperare, va bene, e allora che forza ci date per rappresentarvi presso le sedi appropriate?”[4]. Vero: se non si aderisce alla mobilitazione, con quali numeri i sindacati possono rappresentare i propri lavoratori presso il datore di lavoro? La stessa, comunque, visti i mogugni sortiti nella sala alla replica, aggiunge: “se non volete adoperarvi per difendere i vostri stessi diritti, a me va bene ugualmente! Tanto, egoisticamente, vi dico che tra cinque anni non sarò più in servizio!”[5]. A queste parole, si elevano pochi applausi, compreso il mio: se non siamo noi a difendere i nostri diritti, chi lo farà per noi? Pensarla come la collega di prima significa sostanzialmente due cose: (a) non avere alcuna idea della natura propria della rappresentanza (il sindacato sta al lavoratore = il datore di lavoro sta alla società civile); e, (b) ignorare l'attuale compressione datoriale delle relazioni sindacali ad ambiti marginali della pratica lavorativa.


Ecco il nodo vero e proprio: come mai i sindacati appaiono privi di forza contrattuale? Perché il datore di lavoro non contratta più nulla con loro, manco li consulta, al massimo li informa a cose fatte, rinviando al dibattito parlamentare eventuali modifiche esigendo, però, nel contempo l'enigmatico mantenimento del saldo finale. E ciò accade, molto probabilmente, proprio perché per inerzia colpevole il lavoratore ha finito, lui per primo, a non credere più nella democrazia, nel proprio lavoro, nella dignità che dovrebbe competergli per natura. Non difendendo più il proprio lavoro, come può pretendere di mantenerne nel tempo i crismi della dignità? Gioco forza, il Governo interpreta bene gli umori della pubblica opinione che non vede di buon occhio il lavoratore della scuola, non dando peso alle organizzazioni di settore e facendo passare sopra di lui tutte le decisioni. L'invenzione del ministero della Funzione Pubblica, a guida di Brunetta, è altamente significativa da questo punto di vista: riscrivere la natura propria delle relazioni sindacali, equiparando, al ribasso, l'impiego pubblico all'impiego privato. E dovremmo forse lamentarci? Siamo stati noi stessi a revocare peso in sede di contrattazione ai nostri rappresentanti di categoria …


V'è, però, ancora un aspetto da considerare prima di passare alle proposte vere e proprie – sì, ve ne sono: per questo spesso, ma non sempre, ho l'impressione di essere un alieno tra i miei simili -: delle problematiche di questo lavoro, l'opinione pubblica cosa sa davvero? Quando quest'ultima dice di sì ai provvedimenti iniqui che castigano senza giusta causa – si colga al proposito la provocazione – il personale scolastico, cosa sa davvero del lavoro di quest'ultimo? Qui veniamo al problema di maggior difficile soluzione. Quando la proposta cominciò a circolare, il mio edicolante si è sentito autorizzato alla seguente invasione di campo: “fanno bene ad aumentarvi l'orario di servizio perché, in proporzione, per tutte le ore di lavoro che svolgo dovrei guadagnare molto più di quanto invece guadagno”[6]. “Caro edicolante”, questa dovrebbe essere la mia risposta che per rabbia non gli espressi allora, “per quanto mi riguarda, evito di sindacare – non sfugga la provocazione – il tuo lavoro perché direi solamente fesserie, per quanto riguarda invece il mio mestiere vorrei rovesciare la questione per farti comprendere meglio di cosa si stia davvero parlando, e ti chiedo: cosa faresti se per legge ti aumentassero l'orario di lavoro da 12 a 24 ore giornaliere bloccandoti però, sempre per legge, eventuali aumenti nei guadagni? Non ti lagneresti forse? Non ti arrabbieresti forse? Non chiuderesti l'edicola per protesta? E come mai se a fare ciò sei tu va tutto bene mentre io non potrei farlo?” Ecco il nodo della questione, evaso da pubblica opinione, da Governo e simili: fino a che l'opinione pubblica ha del mondo (del lavoro) della scuola un'immagine, di comodo, non veritiera, il datore di lavoro potrà fare e disfare a piacimento, i sindacati non potranno rappresentare adeguatamente i propri iscritti, e i lavoratori dovranno solamente subire qualsiasi decisione, per iniqua che sia. L'esempio dell'edicolante dovrebbe, nelle mie intenzioni, descrivere obiettivamente, e con adeguati termini di paragone, la natura reale della questione “aumento dell'orario di servizio”: cosa accadrebbe se si aumentassero per legge, con mantenimento obbligatorio per legge degli attuali saldi di retribuzione, l'orario di lavoro di metalmeccanici di sei ore in più la settimana? Non scioperebbero? Chissà! E cosa accadrebbe se, sempre alla stessa maniera, lo stesso accadesse per i dipendenti comunali? Nulla? Ne siete davvero sicuri? Oppure per gli operatori dei trasporti …


Questo accade perché si tratta di provvedimenti iniqui e perniciosi per la dignità stessa degli operatori (lavori di più per percepire meno!) ma proprio non si comprende come mai se a scioperare sono queste categorie va tutto bene mentre a noi viene negata questa stessa possibilità! Tranquilli, per come conosco il mio luogo di lavoro, questo è ben lungi dall'accadere. Infatti, l'operatore scolastico è colui che non mostra alcun amor proprio (tale da non concedere nulla senza adeguata contropartita). Di conseguenza, masochisticamente, è il cliente perfetto per la ricerca spasmodica, da parte della pubblica opinionie di vittime sacrificali all'altare del rigore dei conti, o, com'è più di moda oggi, della “stabilità” (per non dire anche del rigore)!



Questa lunga filippica giunge al termine. Tutto negativo? Tutt'altro, per ora la faccenda dell'aumento dell'orario è tramontata. Ma la dinamica delle retoriche pubbliche lascia trapelare come verrà riproposta, anche perché se non si taglia sulla scuola, conoscete voi qualche altro settore pronto a sottomettersi a mannaie simili? Peraltro, senza protesta alcuna?


Veniamo ad alcune semplici proposte che, a mio modo di vedere, potrebbero sortire i medesimi effetti senza scioperare, visto che non si può/vuole farlo:

1)        cominciare a rifiutare tutto quello che esorbita dal “minimo” previsto nel contratto (esempio: coordinamento di classe; funzione di segretario; funzioni strumentali; lavoro a casa; correzione domestica di verifiche; etc.);
2)        rifiutarsi di accompagnare le classe in viaggi d'istruzione;
3)        rifiutarsi di adottare libri di testo[7].

La proposta (1) risponde a tono all'idea errata secondo la quale concluso il servizio in classe, il docente non fa, per dirla con Cetto “una beataminchia”. Così si vedrebbe quanto in realtà sia dilatato nel corso della settimana l'orario di lavoro (quante ore domestiche ne contraddistinguono il carico di lavoro).
La proposta (2) colpisce direttamente i tour operators e risponde all'esigenza attuale di comunicare pubblicamente il nostro disagio di categoria professionale colpita nella dignità e nel portafogli da provvedimenti iniqui. Perché dovremmo far finta che vada tutto bene e comportarci di conseguenza? Peraltro, l'assunzione di rischio di un eventuale accompagnamento, peraltro solo su base volontaria dato che nessuno può costringere un docente ad accettare, non è adeguatamente remunerato: chi ce lo fa fare a finanziare i tour operators?
La proposta (3), invece, è a mio modesto modo di vedere, l'idea più innovativa, come forma di protesta, e di contrasto, alle politiche governative ininique nei confronti della categoria: perché assicurare il giro d'affari per le case editrici come se nulla accadesse su di noi? Peraltro, da nessuna parte c'è scritto che il docente deve adottare un libro di testo. Si potrebbe benissimo adottare internet, e il mondo open source, come valida alternativa, anche in termini di costi, per le scelte didattiche, che competono esclusivamente al docente. Vale lo stesso detto nel caso precedente: qualsiasi forma di protesta non può che avere ricadute negative su altri. Perché dobbiamo pagare sempre, e solo noi, mentre il resto del mondo continua a girare?



(immagine tratta da: http://4.bp.blogspot.com/-6Q-EB2nkNXE/UIMjyxWsJ-I/AAAAAAAAATc/nkg8hl2WCvA/s1600/boccia+le+24+ore.jpg)


Tuttavia, come nel caso dello sciopero classico, se l'operatore scolastico è il primo a non voler difendere sé stesso, come può legittimamente sperare che altri lo facciano in sua vece? Ed ancora: sarebbe bello aspettarsi, conseguentemente quanto coerentemente, che siffatto operatore poi però restasse zitto anziché lagnarsi senza fare nulla! Ma l'operatore scolastico è masochista anche sino a questo punto: farsi del male anche a parole!

Note

[1] Per comprendere ciò basta impostare la seguente equivalenza: 100 : 18 = 100 : 24. I conti non tornano? Invece, sono lampanti!
[2] Le ore n. 18 in classe si riferiscono esclusivamente al “tempo scuola”, ossia alle cosiddette “lezioni frontali”, quando il docente diventa il tutore di minorenni indisciplinati, sovente anche maleducati, e comunque in preda agli ormoni, mentre si tace completamente di quel numero di ore aggiuntive che ciascun docente deve assicurare nel corso della settimana per mandare avanti dignitosamente il proprio lavoro: (i) preparazione di materiale didattico (a casa, e non retribuito); (ii) correzione di verifiche (a casa, e non retribuito); (iii) aggiornamento professionale (a casa, e non retribuito); (iv) aggiornamento di servizio (a scuola, ma non in orario di servizio); (v) incontri con le famiglie (a scuola, ma non in orario di servizio); (vi) riunioni per classi (a scuola, ma non retribuito); (vii) riunioni per materie (a scuola, ma non retribuito); (viii) riunioni in Collegio docenti (a scuola, ma non in orario di servizio); (ix) verbalizzazione di incontri, consiglio e collegi (a casa, ma non retribuito); (x) scrutinii (a scuola, ma non in orario di servizio); (xi) riunioni straordinarie per provvedimenti disciplinari (a scuole, ma non in orario di servizio); e l'elenco potrebbe continuare, ma preferisco, per pudore, nei miei stessi confronti, procedere oltre. Ciò, però, rende bene l'idea del disagio con il quale il dipendente apprende di tali intenzioni, come dicevo mortificanti quanto inique. Infatti, non solo si aumenta surrettiziamente l'orario di lavoro, lasciando nel contempo inalterata la retribuzione, peraltro fortemente erosa dall'inflazione – a proposito, si vuole anche non corrispondere più quella miseria di spiccioli come indennità da vacanza contrattuale  sinora corrisposta dopo la scadenza naturale dell'attuale contratto - , ma si concede il contentino che sa tanto di beffa: 15 gg in più di ferie! Ah, perlomeno si potrebbe pensare ad una più flessibile organizzazione delle ferie annuali. Invece no, perché si precisa subito che tale periodo non deve comportare oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche. Allora, quando il personale può usufruire davvero di tali ferie senza comportare aumenti di spesa? Semplice, solo quando la scuola è, per vari motivi, chiusa: Natale; Pasqua; e così via! Beffa su beffa! Concedi una carota di cui non puoi comunque usufruire. Contemporaneamente, però, stabilisci anche come le ferie non godute, per motivi vari, non saranno più liquidate economicamente … c'è decisamente profumo di fregatura!
[3] Mi sia concessa, al riguardo, un po' di libertà narrativa: le parole non sono state esattamente queste, ma rendono bene l'idea.
[4] Valga quanto precisato nella nota precedente. In più si aggiunga questo: la forza di una rappresentanza sindacale dipende dalla percentuale di adesione alle forme di mobilitazione. Se questa latita, il sindacato semplicemente non ha alcuna forza. E la ragione è semplice, dipendente dalla natura stessa dello sciopero in quanto tale: provocare un disagio tale da costringere la controparte sindacale quantomeno ad ascoltarti. Altrimenti, perché mai dovrebbe perdere del tempo prezioso per sentire le tue lamentele?
[5] Valga la precisazione di due note fa. In più si aggiunga questo: il meccanismo della delega a rotazione produce questo effetto di scaricabarile, i problemi restano per chi ha ancora molti anni davanti. L'idea perversa, che accomuna molti lavoratori della scuola, è che gli eventuali disagi da affrontare riguarderanno sempre altri, mai noi in prima persona. Per cui, se il datore di lavoro riduce gli organici, si finisce sempre con il pensare che la stretta sarà per altri, non per me. Se il datore di lavoro riduce il salario, si finisce sempre con il pensare che il taglio varrà per altri, mai per me. E se malauguratamente dovessi accorgermi che sono stato fregato, penserò sempre che ciò è accaduto perché i sindacati non mi hanno difeso.
[6] Come sopra.
[7] Valga quanto detto nella nota precedente visto che le proposte (2) e (3) sono tratte dall'intervento di un collega che ha preso la parola, nella medesima assemblea, dopo la replica della delegata alle parole della collega pasionaria.


martedì 13 novembre 2012

Disputatio!


Il punto di partenza […] non consiste nell’esigere che l’avversario dica che qualcosa o è, oppure che non è […] ma che dica qualcosa che abbia un significato e per lui e per gli altri; e questo è pur necessario, se egli intende dire qualcosa. Se non facesse questo, costui non potrebbe in alcun modo discorrere, né con sé medesimo né con altri; se, invece, l’avversario concede questo, allora sarà possibile una dimostrazione. Infatti, in tal caso, ci sarà già qualcosa di determinato. E responsabile della petizione di principio non sarà colui che dimostra, ma colui che provoca la dimostrazione: e in effetti, proprio per distruggere il ragionamento, quegli si avvale di un ragionamento

(Aristotele, Metafisica, 1006a 19 – 30)

Commedie e drammi della contesa elenchica.


(immagine tratta da: http://digilander.libero.it/illuminazioneesterna/aristotele.jpg)

Metafore e ideologia sulla Shoah





1. Il testo, in breve.

La guerra […] la catastrofe che
sempre ha inghiottito uomini e civiltà,
che sempre ha travolto le regole della vita associata,
e mai le ha salvate, è stata alle origini
della domanda di storia[*]

Il volume, a cura di Massimo Giuliani, di E. L. Fackenheim, Olocausto, Morcelliana, Brescia, 2011, pp. 66, è la traduzione italiana del testo inglese Holocaust edito originariamente nel 1987.


(immagine tratta da: http://ecx.images-amazon.com/images/I/31q3fsCkRZL._SL500_AA240_.jpg)


Dopo l'introduzione di Giuliani, che presenta succintamente l'opera complessiva dell'autore, toccante l'argomento certo ostico della Shoah, segue la lucida opera di Fackenheim.


L'autore sottolinea come il temine 'Olocausto' venga adoperato erroneamente per indicare il triste e doloroso destino che è toccato in sorte agli ebrei durante la dittatura nazista. Egli considera, infatti, “più adeguato”[1] il termine ebraico Shoah, distruzione totale, perché nessun analogo tra la distruzione perpetrata dai nazisti e la storia ebraica è ravvisabile in tal senso. Non avrebbe, peraltro, nessuna correttezza equiparare la pratica della cremazione di neonati, e infanti, ebrei ancora in vita, con “gli officianti dell'antico culto di Moloch”[2]. Anche perché i tedeschi non bruciavano i loro figli, “per un atto non di sacrificio, ma di mero assassinio”[3].


Fackenheim passa, a quel punto, a chiedersi se la Shoah sia da considerarsi, o meno, “un evento unico”[4]. precisa così subito come preferisca di gran lunga l'aggettivo “senza precedenti”[5] perché consente di evitare “la tentazione di estrapolare l'evento dalla storia stessa e dunque il rischio di mistificarlo”[6]. E' pur vero, osserva l'autore, come la storia faccia mostra di innumerevoli stermini di massa, di veri e propri genocidi, ma nel caso di quello ebraico sono da ravvisare gli estremi dell'unicità. La Shoah, infatti, per le modalità con le quali venne progettata, pianificata, organizzata e realizzata, “è senza precedenti”[7].


Pur alludendo brevemente alle ben note questioni circa la folta schiera di operatori, improvvisamente diventati smemorati al riguardo, che hanno partecipato alla numerosissima catena di responsabili, secondo responsabilità diverse, l'autore si pone la domanda cruciale sulla Shoah: quale fu il suo perché? Già nel suo Mein Kampf, Hitler profetizzava la realizzazione della soluzione finale per il tramite della presa del potere da parte del partito nazionalcosocialista. Ciò significa anche che mai “prima d'ora nella storia uno Stato aveva tentato di rimuovere completamente da un intero paese, anzi da un intero continente, ogni singolo appartenente a un intero popolo, che fosse uomo, donna o bambino”[8]. Uno sterminio di così elevate proporzioni porta a credere che sia impossibile “che, una volta accaduto tutto ciò, la storia del mondo possa mai essere la stessa”[9]. L'Olocausto è un evento “di una portata non immaginabile. E tuttavia è stato ed è parte della storia del mondo”[10].


La Shoah non va pertanto né mitizzata, perché la si collocherebbe in un orizzonte al di fuori della storia, traendo fuori dall'impaccio quanti non riescono a vederla come un fatto storico, né narrarla solo teoricamente, perché così non la si storicizzerebbe. Al contrario, essa va considerata un evento storico nonostante le sue tremende proporzioni.


E tuttavia non vi sono spiegazioni singoli e semplici per rispondere alla domanda sul perché. Di conseguenza, l'autore si concentra sulla nozione di umanità, la stessa che scientificamente i nazisti cercarono di sradicare, di eliminare, di nullificare, di rendere nulla. L'invenzione della nuova, ed inedita, forma di vita per i destinati all'eliminazione, né vivi né morti, ma muselmann, “il prigioniero prossimo alla morte, il quasi cadavere ambulante ormai solo pelle e ossa, un morto vivente”[11].


Il folle progetto nazista di rovesciare l'originario progetto divino della creazione, inscenando la pazzesca farsa dell'anti – creazione, con la progressiva sostituzione della razza ariana in luogo di quella ebraica nell'elezione a popolo di Dio, pone la domanda radicale sul male. Una questione che può anche essere considerata il leit – motiv delle interpretazioni sulla Shoah, lo scandalo sempre risorgente dell'umanità intera sin dalla notte dei tempi. Perché il male? Perché il malum mundi ha assunto le forme inimmaginabili di Auschwitz? Perché il male ha investito in una maniera così asimettrica un solo popolo? Peraltro, il popolo di Dio?


La Shoah fu certamente un male. Ma di che natura? Altri commentatori ebraici hanno ravvisato nell'operato dei nazisti la natura banale del male, un male che nella sua gradualità di passaggi burocratici ad opera di gente qualunque e nella sua gratuità, non come risposta impulsiva ad offese, appare banalmente quotidiano, privo cioè di qualsiasi giustificazione in nome di principi elevati oppure privo di movente titanico. Ma, avverte Fackenheim, il “male è banale a motivo non della natura dei crimini ma delle persone che li commettono”[12]. La graduale processualità, tutta moderna, attraverso la quale il progetto nazista di palingenesi umana è stata messa in pratica, seguendo la semplice scansione lineare della concentrazione, degradazione, tortura, eliminazione, rende forse banale, perché facilmente prevedibile l'esito conclusivo del processo, non più produttivo, ma distruttivo.


E tuttavia l'operato nazista è banale anche per un'altra ragione: si compiva il male non in vista di un fine ulteriore, magari superiore, ma degradazione, tortura ed eliminazione “erano la sua intera essenza”[13]. Un progetto criminale che immanentizza in sé il proprio scopo. Se, sbagliando, Heidegger non coglieva differenze sostanziali tra come gli ebrei vennero eliminati nel corso della Shoah e la coeva civiltà della tecnica, è pur vero, però, che l'immane tragedia cascata sulle spalle degli ebrei è in qualche modo anche il loro transito nell'età moderna: disumanizzati a mere parti del processo produttivo della nazione ariana.


L'Olocasuto, pertanto, “non è solo un evento storico di portata mondiale: è anche uno «spartiacque», una «cesura» o una «interruzione» nella storia dell'uomo sulla terra”[14].


Se la storia, pertanto, deve fare i conti con il novum imposto dalla Shoah, può forse dirsi lo stesso per la teologia? Quest'ultima è certamente legata con la storia. Allora, cosa comporta anche per essa la tragedia ebraica? La risposta, per Fackenheim, coinvolge anche i non ebrei, i cristiani in primo luogo, dato che dopo la Shoah i cristiani non possono più pretendere di convertire gli ebrei, ma devono riconoscere “che l'Olocausto ha segnato un'interruzione nella loro fede”[15], altrimenti si finirebbe esclusivamente con il non riconoscere la natura propria dell'Olocasuto.


E tuttavia qualcosa di analogo vale anche per la teologia ebraica la quale distingue solo adesso tra una teologia della galut, della Diaspora, dell'esilio in terra straniera, e una teologia del ritorno nella propria terra. La tradizionale soluzione della questione ebraica poteva in genere consistere nell'espulsione dell'ebreo dalla terra d'esilio oppure nella ghettizzazione in quartieri appositi, come suggerisce Arendt analizzando l'operato di Eichmann. Ma l'Olocausto non è stato un enorme progrom né tantomento un'espulsione di massa. Prende così forma l'idea di un ritorno a Canaan, in Palestina, e non più considerato come un “peccato” di sionismo, ma come espiazione del male subito, ultimo rifugio dalle sempre possibili persecuzioni ad opera dei gentili. Bisogna, cioè “prendere congedo, senza rimpianti e con determinazione, dal giudaismo dell'esilio”[16]. E ancora, “il popolo ebraico ha esperito l'esilio in una forma più orribile di quanto avesse mai immaginato, oltre ogni incubo apocalittico; dopo tali eventi, porre fine all'esilio significa esprimere una volontà di vita e una fedeltà alla vita che, prese insieme, danno una nuova dimensione alla stessa pietà”[17]. Questa fedeltà produce, pertanto, lo Stato ebraico[18].


Segue infine una postfazione, ad opera di Giuliani che introduce al tema del tiqqun, la riparazione del mondo come atto di fiducia nella responsabilità umana, tanto caro a Fackenheim.

2. La Shoah, succintamente.

Monica Dal Maso, se mai ce ne fosse il bisogno, ci avverte della profonda cesura storica causata dalla Shoah, non solamente per la cultura ebraica in generale, ma per l'intera cultura umana, tra un “prima” e un “dopo” Auschwitz, scontando l'impossibilità del linguaggio a descrivere, spiegare, comprendere l'evento in questione[19]. Dello stesso tenore sono le riflessioni di Adinolfi[20] e Giuliani[21], per tacere della profonda notte calata sulle menti occidentali secondo Jonas[22].


Sicuramente, l'opera de de-umanizzazione di milioni di persone, prima ancora che la loro effettiva eliminazione materiale, la sostanziale impresa diabolica di anti-creazione, non ha né eguali né semplici categorie di analisi e comprensione, ma non è affatto né incomprensibile né non descrivibile.


Non condivido in merito quella che considero, a torto o a ragione, la facile retorica del silenzio su Auschwitz, assurto ormai a cifra simbolica di quella disimmetria che istituisce l'evento – Shoah come rottura nella continuità storica. Anzi, non considero nemmeno, senza nulla togliere alle vittime, questo evento un'interruzione della storia nel senso che si dovrebbe ora distinguere tra prima e dopo. Certo, fu comunque un evento unico, ma ciò non deve condurre alla facile, se non anche comoda, per non fare i dovuti conti con la propria coscienza, resa al silenzio. Della Shoah si può, e si deve parlare, pur nel rispetto per quanti vi vennero inghiottiti, perché essa va storicizzata, ossia collocata ov'è la sua sede naturale: la storia degli uomini. Sarebbe facile, e comodo, infatti, porla fuori dalla storia, come un evento de-situato, incomprensibile, insensato, non-umano, e farne un'agevole metafora della tecnocrazia occidentale, come, pare, l'intese, e non a caso, Heidegger.


Se le parole dicono ancora qualcosa, e lo dicono, bastano, per farsi anche solo un'idea di quel che fu la Shoah le parole di Levi, testimone diretto di quella sciagura:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via
Coricandovi alzandovi
Ripetetele ai vostri figli
O vi si sfaccia la casa
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi[23]

Di fronte a tanto dolore e a tanta sofferenza ingiustificata, si fa avanti la suggestione del 'silenzio'. Le sue ragioni sono ben esposte da Minazzi:

perché il silenzio? Proprio perché non esisterebbero parole adatte nei nostri vocabolari per esprimere tutto il nostro orrore, tutta la nostra sofferenza, tutta la nostra angoscia, tutto il nostro dolore[24]

E allora mi chiedo: basterebbe il silenzio a rendere giustizia? É sufficiente il silenzio per lavarci la coscienza? È adeguato il silenzio per render conto, sia pure parzialmente e tra mille difficoltà, della sciagura occorsa?


Al contrario di tanta retorica, facile ed opportunista, dalle mille angolazioni possibili, ritengo che, al contrario, della Shoah sia non solo doveroso, ma anche possibile parlare, pur nella profonda convinzione che parliamo noi solo ora ad esperienza storicamente conclusa e senza coinvolgimenti diretti.


Ma sarebbe troppo pretendere che ciò possa togliere qualcosa alla sensatezza ed importanza delle nostre riflessioni al riguardo.

3. L'avvenire, dopo la Galut.

Per Emil Fackenheim la Shoah divide la catena causale del tempo in due parti, (1) un “prima”; e, (2) un “dopo”. Ebraicamente, egli distingue, per ovvia conseguenza, tra (a) l'ebraismo, inteso in senso lato come “cultura” che istituisce l'identità di un popolo, prima della Shoah; e, (b) l'ebraismo, nella medesima accezione di sopra, dopo la Shoah. Pertanto, sino al Secondo Conflitto Mondiale l'ebraismo vive la condizione della galut, dell'esilio, a seguito della Diaspora, Israele tra le genti, tra i gentiles, dopo non è più possibile pensarlo alla stessa maniera, le categorie antropologiche, concettuali, teologiche che contraddistinguevano l'ebraismo dell'esilio non valgono più, appaiono superate dagli eventi luttuosi successivi, insensate rispetto all'impensabile inimmaginabile accaduto in seguito.


Dopo la Shoah, anche per evitare futuri nuovi e risorgenti tentativi di annientare il popolo ebraico, è diventato necessario fondare lo Stato ebraico, trasformando il precedente peccato di sionismo in una virtù: tornare nella Terra promessa, nella sede naturale intesa quale ricompensa dell'Alleanza tra Dio e il suo Popolo. Tant'è vero che egli conclude icasticamente il breve volume con le seguenti parole:

Se sull'onda dell'Olocausto non fosse già sorto uno Stato ebraico, sarebbe una necessità religiosa (seppure, con legittimo timore, una quasi-impossibilità politica) crearlo ora[25]

Storicamente il “ritorno” in Israele ha origine come risposta umana al tentativo di cancellarlo per sempre dalla faccia della Terra. Ciò si carica di simboli non solo storici, ma anche religiosi: Israele avrà ora una casa sua, e non vagherà più come estraneo tra le case dei gentili. Solo uno Stato ebraico è diventato la miglior garanzia contro la tentazione, sempre risorgente, di eliminare gli ebrei.

4. Cambiale in bianco per lo Stato di Israele?

Se lo stato Ebraico è strumento di difesa degli ebrei nel mondo dai tentativi di eliminarli, come va considerata la posteriore condotta dello Stesso, soprattutto in politica estera, nei confronti degli arabi con i quali (con-)divide lo stesso territorio? Questo è un grosso problema, che ciascuna parte ha interpretato nel corso del tempo in maniera diversa, e quasi sempre parziale, parteggiando ciascuno per la propria gente, per i propri interessi, ristretti ancorché legittimi.


Non intendo certo criticare gli uni e gli altri, ma solo soffermarmi su una condizione pericolosa che, se rivendicata, può fungere da utile alibi morale per legittimare condotte aggressive.


Lo Stato ebraico nasce come soluzione al problema delle persecuzioni storiche nei confronti degli ebrei: uno Stato che possa difenderli[26]. Peraltro, gli ebrei sono le vittime storiche non solo di molte persecuzioni, ma anche le vittime della Shoah, la più grande sciagura della storia del secolo XX! Allora, si potrebbe suggerire che nessuno, a meno che non sia anch'egli ebreo, possa sindacare la condotta di Israele.


Peraltro, se qualcuno malauguratamente vorrebbe criticare le scelte israeliane potrebbe essere considerato un “nemico” di Israele, un nuovo nazista che rinnova il sacrificio – benché, ovviamente, questa locuzione non venga universalmente accettata dalla cultura ebraica se accostata alle vittime della Shoah – perpetrato ad Auschwitz, e in simili sedi di sterminio. O si è sionisti, ossia amici degli israeliani, oppure si è anti – sinionisti, ossia nemici degli israeliani. Basta scorrere la storia del Medio – oriente degli ultimi sessant'anni per scorgere l'azione funesta di questa pericolosa dicotomia, di questa opposizione manichea, tanto semplice quanto fuorviante.


Si può osservare, ad esempio, come la tendenza sionista a ricostituire uno Stato ebraico in Terra Santa fosse in atto già prima dell'inizio del XX sec. Quando, cioè, ebbe inizio un'immigrazione in Palestina di esuli ebrei provenienti in massima parte dalla Russia[27]. Il sionismo, cioè, è una ben precisa teoria politica, formulata da Moses Hess, Judah Alkalai, Zvi Hirsch Kalischer e Theodor Herzl, secondo la quale bisognava procedere ad una «ricostruzione di una patria nazionale per il popolo ebraico sulla sua antica terra, la Terra di Israele»[28].


Pertanto, la Shoah aggiunse solamente una sorta di giustificazione storica posteriore ad una tendenza in corso già a partire dal 1880 circa. Un'immigrazione la quale, comunque, non poteva che generare attriti con la popolazione autoctona ivi residente. Da questo punto di vista, sembra proprio come la teoria sionista sia l'analogo ebraico dei nazionalismi di fine XIX secolo, con la differenza, però, che gli ebrei, sin dal 70 d. C., erano privi di una casa propria, di uno Stato, erano, forse, una nazione, ma privi di una compagine statuale adeguata. E proprio il loro tentativo di dotarsi di uno Stato, avrebbe influenzato profondamente gli arabi palestinesi i quali avrebbero, a loro volta, interiorizzato l'idea di uno Stato arabo per la nazione palestinese.


Gli stessi sionisti erano consapevoli sin dall'inizio della difficoltà di costruire uno Stato ebraico dal nulla dal momento che in Palestina non v'erano affatto spazi incontaminati e valli disabitate. Come afferma Morris:

Come avrebbe potuto il sionismo trasformare la Palestina in uno Stato «ebraico», se la stragrande maggioranza della sua popolazione era araba?[29]

Gli ebrei non si trasferivano in una terra disabitata, magari rimasta tale dopo la loro partenza per l'esilio forzato in terre straniere, ma in località abitate da generazioni e generazioni da autoctoni di religione musulmana. Pertanto, per dare seguito alla loro idea politica, foraggiata da inevitabili rimandi simbolici al loro passato storico in quegli stessi luoghi, dietro all'immagine simbolica del ritorno alla Terra promessa, i sionisti decisero di insediarsi all'interno di un territorio non disponibile, di località già occupate stanzialmente da una popolazione eterogenea. Come dare corso, allora, a tale progettualità politica? Come fondare ex novo uno Stato ebraico che sostituisse lo stato vigente? Sin dagli inizi del movimento sionista, pertanto, prese corpo l'idea di un'espulsione della locale popolazione autoctona, araba, verso i paesi confinanti. Come scrive al riguardo Morris: «La soluzione più ovvia consisteva nell'emigrazione o «trasferimento» degli arabi. Questo poteva essere effettuato con la forza, cioè con l'espulsione, poteva essere organizzato su base volontaria, inducendo gli arabi ad andarsene spontaneamente, oppure fondendo insieme i due metodi»[30].


Quel che accadde, allora, non fu che gli ebrei tornarono pacificamente nella terra di un tempo lontano, ma che occuparono un suolo già abitato da altri, e che questi “altri” vennero in gran parte allontanati, spontaneamente, sotto minaccia o forzatamente in un arco di tempo relativamente breve, dagli anni '30 al 1948 circa. Infatti, aggiunge ancora Morris: «Le diffuse ipotesi sulle possibilità di un trasferimento negli anni Trenta e Quaranta avevano preparato e condizionato cuori e menti alla sua attuazione nel corso del 1948, per cui, quando questa avvenne, ci furono poche voci di protesta e di dubbio; il trasferimento venne accettato come inevitabile e naturale dalla massa della popolazione ebraica»[31]. Peraltro, l'opposizione dei palestinesi a questa soluzione e il contemporaneo tentativo panarabo di attaccare Israele nel maggio del 1948, «contribuirono a indurire i cuori degli ebrei nei confronti dei palestinesi arabi, considerati nemici mortali che, se fossero stati ammessi nello Stato israeliano, sarebbero stati una potenziale quinta colonna»[32].


La cifra più accreditata circa l'esilio degli arabi palestinesi a causa del ritorno degli ebrei in Patria si attesta intorno al Milione di profughi, arabi che da tempo immemorabile dimoravano in quei territori, in quelle valli, in quelle pianure, e che in brevissimo tempo si trovarono espulsi dalle loro case, dai loro campi, dai villaggi natii.


Forse per un moto di orgoglio identitario, lo stesso Morris conclude il suo volume con le seguenti parole, che suonano, forse, più come auto-assoluzione degli israeliani nei confronti delle loro colpe nella gestione degli arabi palestinesi residenti in Palestina già prima del ritorno degli ebrei:

La prima guerra arabo-israeliana, quella del 1948, fu sferrata dai palestinesi arabi, i quali respinsero la risoluzione delle Nazioni Unite per la spartizione e si impegnarono a impedire la nascita di Israele con la forza. Fu quella guerra, e non un disegno ebraico o arabo, a far sorgere il problema dei profughu palestinesi. Ma il trasferimento degli arabi dalla Palestina o dalle zone della Palestina che avrebbero costituito lo Stato di Israele era parte integrante dell'ideologia sionista e della prassi del sionismo, fin dall'inizio della sua attività […] prima della guerra non esisteva alcun piano sionista di espellere «gli arabi» dalla Palestina o dalle zone dell'emergente Stato di Israele[33]

Morris è piuttosto onesto nell'ammettere che l'espulsione degli arabi dalla Palestina era una conseguenza necessaria, ed abbastanza automatica, del progetto sionista di ricostituzione del fu Stato ebraico, dopo secoli di assenza. É piuttosto indulgente, invece, quando deve affrontare il nodo della questione arabo – palestinese: di chi la colpa di un milione di profughi? Gli ebrei non tornarono semplicemente in una terra loro disponibile, ma la sottrassero, più o meno violentemente, ad una popolazione autoctona che vi dimorava sopra da tempo immemorabile. Dire che l'espulsione fu un “caso” involuto del ritorno ebraico nella Terra promessa suona un po' ipocrita, ma è il massimo che legittimamente si può chiedere ad uno storico ebreo.


Certo fa un po' impressione valutare l'atteggiamento degli ebrei nei confronti degli arabi di Palestina, prima e dopo il Secondo Conflitto Mondiale. Anche perché, a ben vedere, la creazione ex novo dello Stato di Israele non può venir intesa quale una parziale, e tardiva, riparazione al torto secolare fatto agli ebrei. Come ci ricorda, infatti, Küng:

Lo Stato di Israele non è affatto, come spesso pensano i non ebrei, il risultato dell'Olocausto. Anche senza Hitler ci sarebbe stato uno stato di Israele! Da secoli gli ebrei attendevano […] la ricostituzione del regno di Israele […] il sionismo è un movimento politico – sociale che vuole promuovere l'istituzione di uno stato ebraico (non importa se in Palestina o altrove) «dal basso», quindi mediante iniziative e azioni umane […] Il sionismo politico non è, quindi, soltanto una reazione all'antisemitismo razzista. Esso è piuttosto da vedere in connessione con l'illuminismo ebraico […] del secolo XVIII, ma anche con le idee nazionalistiche romantiche e con l'avvento del nazionalismo tra i popoli europei del secolo XIX[34]

Se la nascita dello Stato d'Israele viene distinta dalla Shoah, viene meno un certo alibi, dalle dimensioni molto estese, che poteva coprire molte delle azioni israeliane in Medio – Oriente. Ma ciò consente anche di evitare le strettoie, quasi inevitabili, del dualismo manicheo di cui sopra: si può criticare l'azione dello Stato ebraico senza per questo essere antisionista, o, peggio, razzista.

5. Conclusioni

Sicuramente, gli ebrei sono state le vittime sacrificali di un orgoglio occidentale, e non solo, che difficilmente poteva tollerare la loro differenza culturale così gelosamente custodita e tramandata, le vittime da maltrattare, uccidere, eliminare lungo i secoli della sanguinosa storia umana. E sicuramente hanno anche patito una sorta di distruzione su scala industriale, durante l'ultimo conflitto mondiale, che non ha certo precedenti storici. Ma non è affatto vero, oggi che son passati sessant'anni da allora, che per sopravvivere l'ebraismo abbia bisogno di uno Stato nazionale né tanto meno che questo Stato debba avere un'identità peculiarmente ebraica.


Voglio dire: perché deve trattarsi di Stato che si fondi sulla distinzione tra 'ebreo' e 'non ebreo'? Perché non pensare piuttosto ad uno stato multietnico?


D'altra parte, decostruita, per così dire, la pretesa sionista di riparare ai torti secolari del passato con la costruzione di uno Stato ebraico, perché continuare a pensare a due popoli per uno stesso (piccolo) spazio territoriale? Perché non pensare invece ad un unico stato per due popoli? Perché non disinnescare uno dei principali motivi di rivalsa, e di vendetta, di una onnivaga identità panaraba che si costituisce proprio per differenza e in negativo?



Quando gli israeliani saranno capaci di tanto allora renderanno onore ai loro stessi caduti e al buon nome che portano, come coloro i quali sono stati eletti all'Allenza, ponte storico tra cielo e terra, radice che porta buoni frutti, per sé stessi e per i gentili.


La chiusura all'interno del proprio spazio concettuale, staccato dal resto del mondo, non rende giustizia all'aspirazione universalista che da sempre attraversa la coscienza ebraica nel dissidio fondamentale di essere parte del mondo ma diversi dal mondo stesso. Come siamo lontani, infatti, dal tono universalistico di Rosenzweig per il quale esprime parole puntuali la Kajon:

il particolare e l'universale, nell'orientamento di Rosenzweig, non possono essere disgiunti: ciascuna esistenza individuale, collocata ad un certo punto dello spazio e del tempo e avente certi caratteri, può raggiungere, attraverso l'affetto puro dell'amore, la verità nel momento in cui incontra l'altro essere umano, e testimoniare tale verità nel mondo nel modo che è a essa peculiare[35]

Questo accade, da un punto squisitamente filosofico, perché Rosenzweig ben interpreta quel retroterra culturale ebraico del quale egli stesso è espressione, e secondo il quale ben accetto al Signore è colui che mostra fraternità nei confronti del povero, della vedova, dell'orfano. Una strutturazione ben precisa dell'alterità la quale abbraccia qualsiasi essere umano sia il nostro prossimo.


Una curvatura universalista che ben si attaglia con il kantismo che molti scorgono nella riflessione lévinasiana sull'etica: un modo per trasformare l'ontologia (imperialista) in etica, in rispetto per l'altro in quanto altro, per rispettarlo e conservarlo nella sua ipseità, nella sua diversità costitutiva e trascendente rispetto a me che lo penso[36]. Non a caso, forse, Lévinas trae origine nella sua originale speculazione proprio dalla triste esperienza diretta della Shoah e, di conseguenza, mira a disarmare qualsiasi filosofia futura che intenda render nuovamente possibile un progetto di morte come quello nazista.


Non è forse anche questo render giustizia ai sei milioni di ebrei passati per i campi nazisti? Non è forse anche questo un render giustizia a quella vita cui comunque s'indirizzano tutti i nostri passi, come asserisce anche Rosenzweig?[37]


(immagine tratta da: http://img4.libreriauniversitaria.it/BIT/240/239/9788834312391.jpg)


NOTE

[*] Cfr. W. Barberis, Postfazione, a: P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 2007, p. 172.
[1] Cfr. E. L. Fackenheim, Olocausto, Morcelliana, Brescia, 2011, p. 17.
[2] Ibidem.
[3] Supra.
[4] Ibidem.
[5] Supra.
[6] Ibidem.
[7] Ivi, p. 19.
[8] Ivi, pp. 21 – 2.
[9] Ivi, p. 22.
[10] Ibidem.
[11] Ivi, p. 25.
[12] Ivi, p. 26.
[13] Ivi, p. 27.
[14] Ibidem.
[15] Ivi, p. 29.
[16] Ivi, p. 34.
[17] Ivi, pp. 35 – 6.
[18] Ivi, p. 36.
[19] Cfr. M. Dal Maso, Pensare Dio dopo Auschwitz? Il pensiero ebraico di fronte alla Shoah, Messaggero di Sant'Antonio, Padova, 2007, p. 21 e sgg.
[20] Cfr. I. Adinolfi, Introduzione, a: I. Adinolfi (a cura di), Dopo la Shoah. Un nuovo inizio per il pensiero, Carocci, Roma, 2011, p. 11.
[21] Cfr. M. Giuliani, Auschwitz nel pensiero ebraico. Frammenti dalle «teologie dell'Olocausto», Morcelliana, Brescia, 1998, pp. 20 – 1: «Raccontare è comunicare un senso. È più che scommettere che la propria parola arrivi sensata e credibile all'altro: è un vero e proprio atto di fede. Dubitare di questa narrabilità è dubitare che il narrabile sia sensato e credibile. Se Auschwitz è il regno del non – senso […] ci troviamo dinanzi all'impossibilità strutturale di trovare un linguaggio che risponda ai caratteri propri di ogni linguaggio umano. Siamo condannati al non-linguaggio, al silenzio perpetuo. La cifra del silenzio perpetuo è la stessa cifra del non-senso: è la morte. Chi può negare che qui stia la radice di ogni scacco alla ragione e alla parola? Poiché Auschwitz fu la più grande «festa della morte» che l'uomo abbia allestito per l'uomo nel corso della storia (in così pochi anni!), questo luogo assurge […] a cifra del silenzio perpetuo. Nessuno simbolo ha diritto a rappresentarlo – cioè, nessun simbolo del senso. Dare un senso ad Auschwitz è idolatria, è blasfemia […] Auschwitz è e deve restare la cifra della negazione di ogni senso – umano o divino che sia».
[22] Cfr. H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, Il Melangolo, Genova, 200413, p. p. 20 e sgg.
[23] Cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 2005, p. 7.
[24] Cfr. F. Minazzi, Filosofia della Shoah. Pensare Auschwitz: per un'analitica dell'annientamento nazista, Giuntina, Firenze, 2006, p. 29.
[25] Cfr. E. L. Fackenheim, op. cit., p. 36.
[26] Cfr. B. Morris, Esilio. Israele e l'esodo palestinese, Rizzoli, Milano, 2005, p. 82: «le notizie sull'Olocausto in corso che arrivarono gradualmente dall'Europa occupata dai nazisti durante la seconda metà del conflitto provocarono di certo crisi di coscienza fra i politici e i funzionari occidentali e sottolinearono l'urgenza di una soluzione del problema ebraico in Europa con la costituzione di un rifugio sicuro in Palestina».
[27] Ivi, p. 37.
[28] Ibidem.
[29] Ivi, pp. 67 – 8.
[30] Ibidem.
[31] Ivi, pp. 89 – 90.
[32] Ivi, p. 90.
[33] Ivi, p. 509.
[34] Cfr. H. Küng, Ebraismo, Rizzoli, Milano, 20125, p. 320.
[35] Cfr. I. Kajon, Il pensiero ebraico nel Novecento, Donzelli, Roma, 2002, p. 72.
[36] Cfr. E. Lèvinas, Totalità e Infinito. Saggio sull'esteriorità, Jaca Book, Milano, 1998, p. 44 e sgg.
[37] Cfr. F. Rosenzweig, La Stella della Redenzione, Vita e Pensiero, Milano, 2008, p. 435: «Ad ogni istante essa osa dire 'è vero!' alla verità. Camminare in semplicità con il tuo Dio. Le parole stanno scritte sulla porta, sulla porta che dal misterioso-miracoloso splendore del santuario di Dio, dove nessun uomo può restare a vivere, conduce verso l'esterno. Ma verso che cosa si aprono allora i battenti di questa porta? Non lo sai? Verso la vita».