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sabato 30 agosto 2014

Amare riflessioni di inizio anno scolastico ...



Amene riflessioni di un dequalificato professionale ...




... Giù a morire in qualche assurda classe prima di qualche istituto professionale o tecnico della bassa e depressa periferia di qualche paesotto con il 100% di criminalità comune e giovanile, a dissipare le residue energie e il restante ottimismo professionale di un ex giovane docente ... questo fanno da queste parti, mio caro ed anonimo lettore, e il cursus honoris della dequalificazione professionale lo sto vivendo tutto per intero ... cosa mi capiterà quest'anno dopo l'infortunio sul lavoro occorsomi l'anno passato? Tra parentesi, infortunio violento ad opera di alunni e che è stato bellamente oltre che brillantemente insabbiato ... o, forse, per meglio dire, ignorato ... non si tratta di apocalisse, è ragion veduta, è vita vissuta, è mancanza di radicamento nella stesse sede, è annuale nomadismo di scuola in scuola, di prassi in prassi, è svuotamento della propria funzione, passaggio costante e ripetuto da docente di sostegno a tappabuchi, da contitolare a passacarte, da docente ad usciere, da apriporte a buttafuori, da laureato, e dottorato, a secondino, senza manganello però ...

... L'anno scorso una collega mi fa "e l'anno prossimo? Sarai qui?". Ed io"magari, nonostante tutto, in realtà chi lo sa? Sono ramingo, di postaccio in postaccio". Per avere voglia di fare e di entrare in classe, bisogna prima essere messi nelle condizioni di poter fare. Se, invece, ti costringono a fare altro, che voglia posso avere? Che motivazioni posso trovare? Se sai che, a queste condizioni, i risultati formativi degli alunni sono indipendenti dalla tua presenza o meno, anzi dalla tua esistenza o meno, a che servi tu? Mi sento un terrestre su Marte ... ovvero un marziano sulla terra ... 

... Poi finisci in classi prime suddette, ove gli alunni fanno quel che pare loro e come meglio pensano e il tuo intervento non serve a nulla, e devi dire grazie che non ti accoppano, e se reclami, i vertici scolastici ti lasciano solo, la voglia dove la cerchi? Dove la trovi? Forse, certe situazioni, certi contesti, certe sedi, bisognerebbe provarle per capire il mio scoramento, la mia voglia di mollare tutto, il mio desiderio di evasione professionale ...

Postilla conclusiva non esaustiva

... C'è del vero in quel che dico e del gonfiato ... provate ad indovinare qual è il primo e quale, invece, il secondo ...


(url immagine: http://static.supermoney.eu/media/photogallery/2014/7/8/main/burnout-degli-insegnanti_59224.jpg)

giovedì 28 agosto 2014

Aporie del pensiero morale

"Se un legislatore proibisce qualcosa o lo rende obbligatorio, dovrà fare i conti con la possibilità che la norma non sia sempre osservata. Ma si può dire che egli normalmente voglia o desideri che ciò che egli ha ordinato deve senza eccezione essere. Egli vuole che le norme siano soddisfatte. Se, per una ragione o per l’altra, fosse impossibile che gli stati obbligatori sussistessero sempre (nella storia della norma), potremmo dire che il suo desiderio (volontà) non è razionale dal momento che non può essere adempiuto. L’irrazionalità sarebbe particolarmente manifesta, se uno stato obbligatorio non potesse mai sussistere e di conseguenza uno stato proibito dovesse sempre sussistere. Questo sarebbe il caso, per esempio, se il legislatore avesse ordinato una contraddizione: che sia p&~p. Se un legislatore avesse reso obbligatori due stati mutuamente contraddittori, allora uno dei due obblighi può essere soddisfatto, ma soltanto a spese dell’altro che necessariamente resterà non soddisfatto. Se uno dei due stati sussiste alcune volte e l’altro stato altre volte, né l’uno né l’altro obbligo viene soddisfatto. Dal momento che è impossibile che entrambi siano soddisfatti, sicuramente è stato irrazionale, insensato, da parte del legislatore emanare entrambe le norme"


(G. H. von Wright, Norme, verità e logica, “Informatica e diritto”, 3, 1983, p. 16)

Cosa è obbligatorio?

E che relazione ha con quanto è invece proibito?

Quando il pensiero morale è razionale?

Sino a che punto è valido nell'ipotesi che la sua sorgente, ovvero il legislatore, sia difettosa, vale a dire del tutto pazzo o burlone?

Questioni non del tutto soddisfatte del pensiero pratico, molte le proposte, davvero poche le soluzioni effettivamente praticabili.


(url immagine: http://4.bp.blogspot.com/_vD7I6qHKQ3c/SbjrP7IiIPI/AAAAAAAAAIQ/trAuVdmnaDM/s400/wright.jpg)

mercoledì 27 agosto 2014

Autopromozione3


Recensione a Vincenzo Rosito, Michele Spanò, I soggetti e i poteri. Introduzione alla filosofia sociale contemporanea


Vincenzo Rosito e Michele Spanò scrivono a quattro mani il presente volume che possiede l'indubbio pregio di introdurre alla conoscenza della filosofia sociale contemporanea, oltre a fornire nel contempo un'utile definizione della materia, che soffre, praticamente da sempre, della sua natura atipica nel ventaglio, pur amplissimo, delle discipline filosofiche, stretta com'è tra antropologia, filosofia politica e filosofia pratica.

Il testo, corposo nel numero di pagine, e densissimo, da un punto di vista concettuale, dovendo gli autori condensare in poco spazio i nutriti nuclei concettuali presi in considerazione, consta di una introduzione e di cinque capitoli, ciascuno dei quali significativamente declinati al plurale ed indicanti specifici verbi della grammatica propria della (presente prospettiva prescelta di) filosofia sociale.

Prima, però, di esaminare i principali concetti dei filosofi sociali contemporanei, gli autori si premurano di fornire un inquadramento di massima della disciplina. Essa «indaga [...] i nessi sociali che precedono e consentono ogni messa in forma istituzionale» (p. 9), quei legami tra attori sociali i quali, per loro specifica natura, stanno sia prima sia durante ogni manifestazione istituzionale dei comportamenti sociali. In ogni caso, gli autori sostengono una prospettiva neutra della disciplina, concepita come mera diagnosi dei nessi sociali quali emergono spontaneamente, ed in nessun caso si prefiggono finalità normative o valutative della società umana. Al contrario, per essi la filosofia sociale «descrive tipi diversi di normatività» (p. 10), vale a dire procede alla «descrizione dei regimi di normatività che percorrono la società e che sono dunque la premessa [...] per poterla eventualmente criticare e trasformare» (p. 10). Detto altrimenti, la filosofia sociale non si presenta come una critica della società, come una prescrizione ideale di organizzazioni alternative della stessa, quanto piuttosto come discorso della società. Il teorico viene chiamato in causa per poter «dire» la società. I due termini plurali del titolo stesso esprimono proprio la prospettiva presente: un'analisi congiunta dei differenti poli della «dimensione associativa umana» (p. 11). La società, infatti, conseguentemente a questa concezione, «è il "luogo comune" di soggetti e poteri» (p. 11), quel «luogo in cui si situa la filosofia sociale» (p. 11) chiamata a compiere «un'indagine dinamica dei rapporti interni a soggetti e poteri [...] e del loro modo di comporsi» (p. 11), sia che si tratti di politica sia che si tratti di conflitto sia che si tratti di democrazia. Pertanto, essa viene compiutamente concepita, e perseguita, come «una forma di critica immanente al proprio tempo» (p. 13) poiché «descrive il rapporto tra i soggetti e i poteri in una data epoca» (p. 13) e «diagnostica le forme degli uni e degli altri» (pp. 13-14), riflette in maniera critica «sulla trasformabilità della condizione presente» (p. 14) e offre «gli strumenti per dare corso a questa trasformazione» (p. 14). I soggetti e i poteri, pertanto, non si danno come 'cose', ma sempre come 'discorsi'. Di conseguenza, allora, la filosofia sociale opera sul linguaggio, «sui suoi limiti e le sue potenzialità, sul suo carattere vincolante e su quello abilitante» (p. 14).

(continua)

Qui la recensione completa.

lunedì 25 agosto 2014

Per chi dirige il dirigente?

"A mio parere i dirigenti in gamba sono quelli che sanno valorizzare le risorse umane, che non fanno commercio di favori, che sanno reperire i fondi come veri manager, che sanno parlare e ascoltare i docenti, gratificando chi lavora e rimproverando chi non lo fa, Dirigenti autorevoli, insomma. E capaci. Purtroppo nella mia carriera ne ho incontrati troppo pochi. E i dirigenti in gamba, ovviamente, non vedono riconosciute le loro capacità e, come noi, devono lottare perché le cose vadano per il verso giusto [...] Il dirigente è il personaggio del mondo scolastico forse più importante di tutti: è inutile che ci siano un buon ministro, un genitore attento e collaborativo, un insegnante preparato, se il dirigente non sa dirigere, o peggio […] un dirigente incapace riesce a rovinare tutto. Come? Semplice: può rendere difficili anche le cose più semplici (per esempio impedendo qualunque autonomia, compreso l’uso della carta delle fotocopie); può applicare nel modo più restrittivo possibile anche le leggi pensate per agevolare il lavoro degli insegnanti; magari si lava le mani di ogni problema e non è presente a scuola; oppure gestisce in modo dittatoriale l’istituto e indirizza pesantemente le scelte didattiche, nonostante il parere contrario dei docenti o, al contrario, non sa prendere alcuna decisione, perché non vuole scontentare nessuno; e per non avere grane magari offre dei cioccolatini agli alunni che dovrebbero essere rimproverati […] La Scuola italiana va male anche perché è spesso gestita male da dirigenti inadeguati"

(I. Milani, L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi, Vallardi, Milano, 2013, pp. 237 – 238)


Ed è proprio così: un dirigente che non sa/vuole dirigere non può che combinare disastri, oltre a, ovviamente, non rendere un buon servizio all’istituzione presso la quale è in carico. 


Ogniqualvolta il dirigente non è in grado di gestire in maniera autorevole, oltre che efficace e trasparente, le risorse umane a sua disposizione, la scuola da lui diretta appare caotica, confusa, inefficiente, mancante nella propria mission educativa nei confronti degli utenti del bacino territoriale, priva di unitarietà nelle pratiche messe in campo, il regno dell'arbitrio da parte degli alunni e della frustrazione per docenti (per tacere dell'insostituibile apporto dei collaboratori scolastici) che, pur mettendocela tutta e lottando quotidianamente con le unghie e con i denti con un'utenza sempre più anomica e maleducata, sanno benissimo che sono "soli" e che qualunque cosa andrà male sarà soltanto colpa loro.



Ecco, sarebbe bello quando si parla di "merito" che, oltre a tener conto della qualità dell'utenza territoriale, si prendesse in debita considerazione anche l'apporto, positivo o negativo, della dirigenza.



Ma come tutti i nobili sogni, resta tale a fronte di una pratica scolastica quotidiana fatta di menefreghismo, di cialtroneria, di mera retorica, di "indulgenza" nei confronti degli alunni, specie quelli più discoli, e dei loro genitori, e di "bastone" o "fastidio" nei confronti dei docenti, rei di essere appunto docenti!




(url immagine: http://www.online-news.it/wp-content/uploads/2014/08/presidenza.jpg)

domenica 24 agosto 2014

Quanto lavorano i Prof? Così, al chilo ...


C'è chi dice 18! Chi dice 24! Chi propone 36! Chi lamenta che è sempre troppo poco! Ma quanto lavorano davvero i prof italiani? Una statistica "alla buona" (tratta da qui) per confutare tante menzogne al riguardo, con mille sorprese, specie se rapportato questo lavoro al'unità oraria di tanti altri ...



(url immagine: http://images.corriere.it/Media/Foto/2012/12/01/prof-pop.jpg)

sabato 23 agosto 2014

Autopromozione2


Recensione a Donatella Di Cesare, Corrado Ocone, Simone Regazzoni, Il nuovo realismo è un populismo


Il presente volume intende presentarsi come «controaltare» al Manifesto di Maurizio Ferraris, ponendo al centro della riflessione il «basso» profilo filosofico scelto ed indicando alcune delle gravi conseguenze, etiche e politiche, che fanno seguito. L'intento appare chiaro sin dalle prime pagine ove Di Cesare, autrice del primo dei sei saggi che compongono il presente volume, accusa direttamente Ferraris di essersi creato un brand, ossia un «marchio» (p. 9), di aver cioé inventato di sana pianta, e a tavolino, l'operazione «nuovo realismo» al fine di «emergere nel panorama complessivo e frastagliiato della filosofia contemporanea» (p. 9). Sempre Di Cesare indica una caratteristica precisa dell'etichetta scelta dal Ferraris, «un prodotto tutto nostrano» (p. 9), ossia la tristemente nota proprietà della provincialità. Da nessun'altra parte del mondo, infatti, si parlerebbe, benché io abbia notizie di segno contrario, di new realism. Questa notazione consente alla Di Cesare di insinuare, a mio modesto modo di vedere, sapientemente il dubbio: se altrove si parla d'altro, di tutto tranne che di «nuovo realismo», può essere solo un caso? Sfrondando il lessico allusivo dell'autrice, sembra d'intuire come si stia cercando di far passare il seguente messaggio: il nuovo realismo è ben poca cosa. D'altra parte, come spiegarsi altrimenti tale marginalità presso le discussioni internazionali? Il Nuovo realismo va «preso sul serio non come filosofia, bensì come antifilosofia» (p. 13), come uno strumento che avvicina tanto grossolanamente quanto malamente il vasto pubblico alla filosofia, ma che evita di scendere in profondità nelle discussioni. Per l'autrice questo elemento è rivelativo. 


(continua)


Qui la recensione completa.

mercoledì 20 agosto 2014

Il bagnante stercorario ...

Mentre, come mi capita sovente al mare, raccolgo il mio modesto bottino di cicche, tappi di bottiglie di birra, cerotti, posate di plastica, un anziano bagnante mi si avvicina e comincia il seguente dialogo:

Lui: "Ma come mai le raccoglie?"

Io: "Così, per divertimento ..." (sorrido divertito)

Lui: "Ah ... lo fa per il bimbo?" (indicando mio figlio accovacciato sulla sabbia)

Io: "In effetti, fa un po' schifo, non trova? C'è di tutto: dalle sigarette ai cerotti (usati), dai tappi ai pezzetti di plastica! Non è bello, no" (espressione di disgusto malcelato)

Lui: "Oh, sa cosa fanno in Germania o in Olanda a chi getta le sigarette per terra?" (espressione di chi la sa lunga o di chi vorrebbe stupire)

Io: "No, ma posso immaginarlo ..." (espressione di finto stupore)

Lui: "Tutti lo accerchiano e cominciano a fissarlo in malo modo ... così!" (e prende a fissarmi malamente)

Io: "Eh sì, ciascuno pensa di poter fare quel che vuole, ma non è colpa loro se manca il controllo. Così, in mancanza dei gatti, i topi ballano!"

Lui: "Eh sì, purtroppo! Guardi davanti alle nostre sdraie ... centinaia di cicche!" (e addita la dolce mogliettina che, seduta, annuisce in direzione nostra)

Io: "Ovviamente raccolgo schifezze altrui sinché non mi stanco, a quel punto basta! E dall'indomani ricomincio"

Taglio corto e vado a vuotare il secchiello adibito a raccolta sterco altrui. 


Ma mi resta una strana sensazione, un pensiero curioso fa capolino nella mia mente: non è che, per caso, l'anziano signore mi ha preso per il bagnante stercorario della spiaggia? Vale a dire colui che s'incarica di pulire tutta la spiaggia dello sterco altrui? Mica voleva che pulissi sotto i suoi piedi? Mah! La risposta la conosce il vento ...


(url immagine: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/31/Dungbeetle.jpg)



lunedì 18 agosto 2014

Signor tenente ...


La normalità degli eroi senza gloria ...

Da ricordare, oggi più che mai, oggi 22 anni dopo quel tragico 1992 ...



venerdì 15 agosto 2014

Aporie del pensiero morale



"Normalmente, uno stato di cose permesso non è anche obbligatorio, ma il suo stato contraddittorio è pure permesso. Un legislatore può forse sperare o desiderare che i suoi sudditi non si avvalgano mai di un permesso che egli ha concesso, cioè può sperare che uno stato di cose permesso non sussista mai […] Ma se fosse del tutto impossibile che questo stato sussistesse, il fatto che fosse stato permesso, sarebbe soltanto uno «scherzo». Sarebbe un «permesso-burla». È perciò una richiesta del tutto ragionevole e razionale – da parte dei soggetti normativi se non da parte dell’autorità normativa – che stati di cose permessi possano qualche volta sussistere. Se uno stato e il suo contraddittorio sono entrambi permessi, essi non possono entrambi sussistere sempre – e tuttavia non c’è alcunché di irrazionale circa il fatto che sia permesso che entrambi sussistano"


(G. H. von WrightNorme, verità e logica, “Informatica e diritto”, 3, 1983, p. 17)



Cos'è il permesso?



Quando il permesso è razionale?



Sino a che punto è valido nell'ipotesi che il legislatore sia un pazzo o un burlone?



Questioni inevase del pensiero morale, tante suggestioni, poche le proposte operative.


(url immagine: http://svenska.yle.fi/arkivet/kuvat/2011/id58063-previewImage-58052-50.jpg)

lunedì 11 agosto 2014

L'osservatore cittadino



Io, Dicomene, autorevole voce greca di un lontano presente, a termine della mia lunga osservazione sugli usi e costumi di questa anonima cittadina sita sul promontorio estremo occidentale dell'isola Trinacria, posso alfine descrivere le mie impressioni, per sconfortanti ed amare che siano. 

Non posso, infatti, esimermi dall'esprimere un giudizio severo e veritiero sulla bassezza morale e civica dei miei concittadini. Oh, fossi solamente rimasto come vox nella testa della mia diletta Giuliana! Invece, mi trovo costretto ad osservare la gran poca cura e il massimo disprezzo che gli abitanti della civitas splendidissima et ventosissima esprimono nella loro vita abituale, al punto che, per la barba di Minosse, non sarebbe del tutto sbagliato correggere Cicero e rinominarla come civitas decadentissima et ventosissima. Dov'è ora il tuo splendore? dov'è ora la tua gloria? dov'è adesso la tua nobiltà? 


Figli indegni di cotanta madre i miei concittadini hanno in disprezzo massimo tutto quel che è comune, o pubblico o ad uso di tutti. La res publica è res nullius, un qualcosa di nessuna proprietà, e, in quanto tale, utile per poter, a seconda del caso, venir danneggiato, distrutto, spostato oppure rivenduto per trarre profitto personale. Così, la città appare sporca, polverosa, caotica. Dai passaggi pedonali ostruiti da incuranti cocchieri alle uscite private bloccate da cocchi abbandonati davanti. Questo è costume comune, questa è praxis civica. Per tacere dei carri in sosta davanti ai vicoli e se fai loro notare il disagio arrecato insolenti ti rispondono "Ma dovevo andare dal pescivendolo, dove avrei dovuto fermarmi?". Arroganza, astio, insolenza, maleducazione, son certo che gli epiteti si sprecherebbero. Ma non è tutto. 

La civitas è dimorata da ogni sorta di abusivo, dai venditori di frutti di mare ad ogni crocicchio ai sorveglianti della sosta in ogni area di parcheggio libero. Incuranti del rispetto altrui, usano la cosa di tutti per trarre profitto personale, e ciò a danno di tutti gli altri. Ma essi sono gli stessi che sostano i loro cocchi in doppia ed anche tripla fila, fregandosene bellamente di tutti gli altri cocchieri loro malgrado costretti a zigzagare tra i carri in sosta, a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra ... e taccio di quei cocchieri che sostano i loro cocchi come se fossero al timone di una barca, infilati in diagonale con la poppa a ridosso della carreggiata e con la prua ad invadere il transito dei pedoni. Ma nella mia civitas si pretende di andare ovunque a cavallo del proprio cocchio, che importano i pochi che transitano lungo le vie a piedi? "Peggio per loro!", è il commento più pulito ch'io sia in grado di riportare.


Come recita l'antico adagio, nella decadente città latita il controllo, così come mancano la protezione e la prevenzione, pubblici. I topi ballano impudenti e tracotanti. Il caos istituzionale ha il suo inevitabile correlato sociale al punto che il vizio diviene virtù. Pertanto, precedenze non rese, sorpassi azzardati, invasioni di corsie, zampognate acustiche a tutto spiano, è regola, norma, uso comune. E chi si attiene ligio al proprio dovere, è considerato fesso! Poi ci sono i centauri, i timonieri dei piccoli cocchi che pensano di avere regole di guida proprie al punto che zigzagano in mezzo a tutti gli altri cocchi per piazzarsi avanti a tutti in corrispondenza delle luci intermittenti rossa, arancione e verde ...

Ma spostiamo il nostro sguardo alle spiagge. Cose vediamo qui? Ovunque, sabbia coperta da escrementi umani, come altrimenti chiamare quel che i i miei concittadini lasciano bellamente in spiaggia? A perdita d'occhio, cicche di sigarette, resti d'imballaggio, stecche di ghiaccioli, cannucce in plastica, resti di cibo, avanzi che galleggiano nello stretto spazio tra il mare e la battigia ... e talvolta, quando alcune piccole imbarcazioni da diporto restano in rada, degli escrementi umani galleggiano lievi al dolce oscillare delle acque. E quando invece l'orizzonte è occupato da grandi bastimenti, l'acqua diventa stranamente saponosa ...

Potrei continuare, ma per il momento arresto qui la mia lingua antica. E non mancheranno ancora in futuro mie osservazioni sugli usi della qui presente decadente città.

Come sei caduta in basso, oh mia città!

sabato 9 agosto 2014

Autopromozione1



Il silenzio di Dio. Prospettive etiche per l'ebreo contemporaneo



Il presente lavoro prende in considerazione la novità imposta alla teologia ebraica dell'evento Shoah, culmine dell'intera storia moderna della religione dei Patriarchi e dei Profeti, e che interpella costantemente anche la nostra coscienza di uomini occidentali, così tanto apparentati con chi ha subito l'atroce persecuzione nazista e così tanto «colpevoli», di complicità, di silenzio, di omissione, nei confronti di quanti hanno perpetrato suddetta persecuzione.

Ma cosa comporta davvero la Shoah per la teologia del popolo eletto? Per i contrattori dell'Alleanza? E, per estensione, cosa comporta anche per noi, uomini occidentali? La Shoah pone all'ebreo due domande, tanto fondamentali quanto inquietanti: 1) dov'è il Dio che promise di proteggere Israele?; e, (2) che cos'ha fatto Israele per meritare tutto questo? Il fatto che l'Olocausto di sei milioni di ebrei sia potuto accadere significa, per la coscienza ebrea, che qualcosa è cambiato nel corso della storia di Israele, e che tale cambiamento sia passato del tutto in sordina, che gli israeliti non si siano affatto resi conto del mutamento dell'Alleanza, dei termini del Patto che Dio stipulò con Abramo e con tutta la sua progenie.

Il mutamento, per quanto occulto, impone all'ebreo di porsi due questioni, apparentemente slega te l'una dall'altra, ma in realtà intimamente connesse, in merito agli oggetti principali della fede ebraica: perché Dio non protesse Israele? E che fine hanno fatto le promesse di Dio da un lato e le preghiere degli israeliti dall'altro lato? Queste due questioni, relative al credo di Israele, il nocciolo più profondo e duraturo della millenaria coscienza ebraica, e della sua cultura, inerente al rapporto di reciprocità tra Dio e l'uomo, mettono in questione la natura stessa della fede ebraica, la fede stessa nel Dio dei Padri, la possibilità stessa di alzare ancora una volta lo sguardo verso il Cielo, di benedire ancora il nome dell'Altissimo, di pronunciare sulle proprie labbra parole di lode e gloria nei confronti del Signore ...

L'accorgersi del male subito ad Auschwitz, un male ancora più difficile da comprendere se posto nell'ordine di idee della modernità, un male assurdo, del tutto privo di qualsivoglia comprensione, del tutto gratuito e senza provocazione, dispensato spontaneamente e con accanimento, elevato a mera routine burocratica, rendersi conto della sorda novità improvvisa che la Shoah ha gettato a piene mani sul Popolo eletto, del «tradimento» del Patto antico, del sovvertimento di gran parte delle categorie teologiche tradizionali, impose agli ebrei credenti di ripensare il theasurus teologico tradizionale, o per attingere ancora una volta alla sapienza antica, specialmente alla figura di Giobbe, provato senza giustificazione nelle carni, oltre che negli affetti e nei possessi materiali, oppure per sdoganare opzioni teologiche sinora confinate ai margini dell'ortodossia, e in misura maggiore capaci di fornire risposte convincenti al problema del male, una volta solo improvviso, eccezionale e singola re, adesso banale, quotidiano e di massa.

La necessità di trovare risposte soddisfacenti al male rappresentato da Auschwitz, incarnato nelle molteplici manifestazioni della Shoah, di giustificare l'azione di Dio, e di render conto dell'ingiusti zia subita da troppi ebrei, ha posto le basi per un rinnovamento della teologia ebraica, la quale non a caso distingue adesso tra un «prima» e un «dopo» Auschwitz, al fine di fare i conti, sino in fondo, con la Shoah, con il suo male, con la sua assurdità, etica, umana, storica, teologica. In molti hanno ripreso in mano l'antica storia di Giobbe, l'uomo probo provato sin nelle carni e senza essere consultato di ciò, tenuto all'oscuro delle «macchinazioni» tenute in Cielo, per trovare antiche risposte al problema eterno dell'uomo: si Deus est, cur malum? L'esistenza di Dio contraddice l'esistenza del male nel mondo. O, per dirla altrimenti, la presenza del male nel mondo, come condizione prima della finitudine umana, e materiale, contraddice l'esistenza di Dio. Questo è, in effetti, il nucleo profondo, e problematico, di qualsiasi teodicea, ossia di qualunque tentativo umano di spiegazione dell'origine del male nel mondo, della sua presenza mondana, del suo aver luogo e del suo colpire gli uomini, e tutto questo senza che Dio intervenga a proteggere i suoi eletti, i suoi prescelti, le sue creature.

Quanti oggi riprendono l'antica sapienza jobica si affidano ad opzioni ermeneutiche davvero temerarie, eleggendo le lamentazioni di Giobbe a messe in accusa di Dio stesso. Ma l'ardire di Giobbe, le sue stesse grida, non rasentano mai la blasfemia, non cadono mai nella tentazione idolatrica, nella negazione di Dio in quanto causa delle sue sofferenze. Il rovesciamento, allora, del testo jobico va considerato come l'estremo tentativo di trovare risposte nuove al problema del male, ma abbandonando un poco le usuali strade della teodicea tradizionale, e affidandosi, con coscienza o meno, alle svariate opzioni categoriali offerte dal sottobosco della teologia ufficiale, a quel calderone fervido e fruttuoso della Qabbalah, il sapere non ufficiale, il nerbo segreto della cultura ebraica di tutti i tempi. Secondo Scholem, ad esempio, esso presenta uno dei migliori tentativi di rendere concettualmente comprensibile la categoria teologica della creazione ex nihilo o anche uno dei tentativi più intimi, e seri, di risolvere il problema del male.

E d'altra parte, quale altra opzione giuridica resta disponibile per giustificare un male che cade improvviso, in massa, e senza colpa apparente, su un intero popolo? L'ebreo crede fermamente nel principio della giustizia retributiva, ossia nell'idea in virtù della quale ciascun uomo riceve su questa terra tanta pena quanta colpa ha commesso. Questa è, infatti, la convinzione degli amici di Giobbe, non condivisa da quest'ultimo il quale, con rettitudine, lamenta con forza la sua onestà di fronte a Dio. Ma è solo nello stasimo finale che la contesa si ricompone. La medesima riconciliazione non appare riuscita ai nostri giorni.

Davanti alla Shoah si può restare in silenzio oppure, e questa è la posizione ufficiale del presente lavoro, si può cercare di parlare, di render conto comunque dell'immane presente in essa. Quanti si sono affidati a Giobbe hanno preferito la seconda scelta, cercare di comprendere il male, cercare di renderne conto, di darne una sia pur pallida spiegazione, umana e troppo umana, scomodamente umana, ma comprensibile nel suo anelito e nel suo orizzonte. Giobbe, però, non basta a quanti vivono con animo lacerato anche la sola ricostruzione della tragedia novecentesca che ha investito, e quasi fatto estinguere, un popolo antichissimo. Giobbe è stato così decostruito e reinterpretato, alla stregua di qualsiasi insieme di credenze fondamentali di una religione. Il problema, forse, non è Dio e nemmeno un corpus consolidato di conoscenze, di tradizioni, di soluzioni, teologiche, ma la stessa vicenda storica di un secolo ben preciso, di un periodo tra gli altri, il '900, breve ma intenso, ed ancora privo di una coscienza storica adeguata, forse non ancora conclusosi se si pone mente alle influenze, talvolta anche profonde, che ancora esercita sui nostri destini mortali.

Quanto, in genere, si dimentica nel chiamare in causa Dio per il male del mondo, è la scomparsa dell'umanità, è l'esercizio esagerato della libertà umana, è l'arbitrio umano delle possibilità tecnologiche, è la dimenticanza dell'orizzonte etico della finitezza umana. Da questo sonno dell'umanità, e non dal preteso, quanto ingiustificato, sonno di Dio, deriva la catena di sofferenze ed ingiustizie che chiamiamo Shoah, assieme, forse, ad altre tragedie dimenticate e che hanno insanguinato la Terra, sino alle tragedie mute e senza nome che ancora toccano regioni nascoste del nostro Pianeta, e delle quali al momento solo in pochi parlano. Eppure, comunque, resta importante compiere questo viaggio nella coscienza ebraica, è rilevante, per ciascuno di noi, calarsi dentro l'inquieta e irriconciliata mentalità ebraica, anche per comprendere non solo come la cultura ebrea ha vissuto questi eventi luttuosi, ma anche come noi, che in essa non ci riconosciamo, abbiamo vissuto, ed interpretiamo oggi, questi eventi storici ai quali, vo lenti o nolenti, rimaniamo legati, sia per responsabilità civili sia per solidarietà umana nel riconosci mento della comune «radice che porta»

(continua)


Qui l'articolo completo.

giovedì 7 agosto 2014

La norma per Kelsen



"significa che qualcosa deve essere o deve accadere. Essa viene espressa linguisticamente mediante un imperativo o una proposizione normativa […] L’atto il cui senso è qualcosa che viene ordinato, prescritto, è un atto di volontà. Ciò che viene ordinato, prescritto, è anzitutto un determinato comportamento umano. Chi comanda, prescrive qualcosa, vuole che qualcosa debba accadere. Il dover essere, la norma, è il senso di un volere, di un atto di volontà e […] è il senso di un atto diretto al comportamento altrui, e cioè di un atto secondo cui un altro soggetto (o altri soggetti deve (o debbono) comportarsi in un certo modo"



(H. Kelsen, Teoria generale delle norme, Einaudi, Torino, 1985, p. 4)




Kelsen e la norma.



Kelsen e il linguaggio quotidiano al servizio della filosofia delle norme.



Kelsen e la "strana" concezione irrazionalista di norma.



Kelsen e l'eccesso di volontarismo come nucleo fondamentale di ciascuna norma.



Kelsen e ... gli eccessi di un uomo in mezzo al guado tra filosofia neopostivista e filosofia postpositivistica.



In ogni caso, un luogo teoretico imprescindibile, fosse anche solo di transito.




(url immagine: http://www.juragentium.org/topics/thil/pics/kelsen.jpg)

lunedì 4 agosto 2014

Paura della propria imperfezione!



"le ragioni per cui le persone formano questi gruppi prendendo di mira altri costituiscono una sorta di paura profondamente irrazionale nei confronti della propria imperfezione che fa parte di una più generale ripulsa verso gli aspetti inquietanti della vita umana e s'inscrive nella ricerca di un impossibile grado di durezza, sicurezza e autosufficienza"

(M. C. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma, 20132 , p. 276)

Parole sante!

Da diffondere e da ripetere a sè stessi quando, di fronte a fatti inanerrabili di cronaca nera, o anche solo di qualche malafatta politica, si grida alla "punizione esemplare" oppure si creano gruppi per l'introduzione della pena capitale o di qualche forma poco più nobile di pena ...


Rammentiamo che, in tutti questi casi, quel che cerchiamo di fare è esorcizzare la paura che istintivamente proviamo nei confronti della nostra stessa imperfezione.



(url immagine: http://www.cattolicesimo-reale.it/wp-content/uploads/2010/09/forca.png)