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venerdì 17 febbraio 2017

lunedì 15 agosto 2016

Nussbaum # 4



"Una società che voglia favorire un trattamento equo di tutti i suoi membri ha buoni motivi per stimolare un esercizio dell'immaginazione simpatetica che superi le barriere sociali o che per lo meno si impegni a farlo"




M. C. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, Roma, 2006, p. 107.

Come mai allora le società moderne si orientamente verso curricoli ove sia massima l'enfasi dei saperi scientifici? Come mai ci siamo diretti verso i saperi tecnici? Vale dire tutte quelle declinazioni materiali e poco umane dello stesso unico sapere? Per quale motivo abbiamo parcellizzato la conoscenza umana e ne abbiamo svalutato le declinazioni umanistiche?

Letta in controluce, la posizione della Nostra ci suggerisce alcune scomode, inattuali, sinistre, inquietanti interpretazioni, o, se si preferisce, delle possibili direzioni di senso per rispondere alla questione che ci interpella nel caso presente ...

mercoledì 29 giugno 2016

Nussbaum #1



“L’arte di narrare ha il potere di fornirci la possibilità di accostarci alla vita di chi è diverso da noi con un interesse più profondo di quello di un semplice turista, con comprensione e partecipazione, e arrivando a percepire il grave errore che la nostra società commette rifiutando di considerare le persone nella loro realtà, senza deformazioni”

M. C. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, Roma, 2006, pp. 102 – 103



Nussbaum e l’empatia, ovvero la capacità di immaginarci il prossimo nella sua costitutiva alterità. Solo se siamo capaci di ciò, saremo anche capaci di essere dei soggetti morali.





Era vero per l’età classica, è ancor più vero oggi, durante il multiculturalismo, quando cioè si richiedono empatia, riconoscimento e valorizzazione delle differenze.



sabato 12 settembre 2015

Tra il "prima" e il "dopo" c'è il presente ...

"Il pensiero ebraico dopo Auschwitz è stato costretto ad interrogarsi su Dio e a cercare nuove categorie per situarsi nella storia. Hitler ha costretto gli ebrei a «pensare Dio», e a pensarlo come un problema. Li ha costretti a pensare alla propria diversità. E a mettersi alla ricerca di categorie diverse da quelle che Auschwitz ha corrotto: una nuova navigazione per metafore è richiesta, perché solo la metafora e il simbolo permettono di trasmettere la «parola segreta» dei sei milioni di ebrei uccisi, di reggere il silenzio di Dio davanti ai forni crematori, di dire l'indicibile e pensare l'impensabile"

(M. Giuliani, Auschwitz nel pensiero ebraico. Frammenti dalle «teologie dell'Olocausto», Morcelliana, Brescia, 1998, p. 31)

lunedì 4 agosto 2014

Paura della propria imperfezione!



"le ragioni per cui le persone formano questi gruppi prendendo di mira altri costituiscono una sorta di paura profondamente irrazionale nei confronti della propria imperfezione che fa parte di una più generale ripulsa verso gli aspetti inquietanti della vita umana e s'inscrive nella ricerca di un impossibile grado di durezza, sicurezza e autosufficienza"

(M. C. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma, 20132 , p. 276)

Parole sante!

Da diffondere e da ripetere a sè stessi quando, di fronte a fatti inanerrabili di cronaca nera, o anche solo di qualche malafatta politica, si grida alla "punizione esemplare" oppure si creano gruppi per l'introduzione della pena capitale o di qualche forma poco più nobile di pena ...


Rammentiamo che, in tutti questi casi, quel che cerchiamo di fare è esorcizzare la paura che istintivamente proviamo nei confronti della nostra stessa imperfezione.



(url immagine: http://www.cattolicesimo-reale.it/wp-content/uploads/2010/09/forca.png)

venerdì 20 giugno 2014

Fragilità ....



"In linea di principio, gli esseri umani sono tutti disabili sotto un certo aspetto: sono mortali, hanno la vista debole, debolezza di carattere, soffrono terribili mal di schiena e dolori cervicali, hanno la memoria corta e via dicendo"


(M. C. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma, 20132, p. 355)



Non basta forse questo a comprendere che la disabilità non è il frutto amaro capitato in sorte a qualcuno, in genere "gli altri", ma la cifra stessa della nostra umana vulnerabilità? La somma da pagare per la nostra fragilità? Un modo, magari estremo, ma certo radicale ed integrale, per esprimere la nostra finitezza?



Siamo polvere e sangue ...



Siamo fragilità su debolezze ...



E riconoscere la stessa vulnerabilità negli altri dovrebbe indurci ad essere più umani, non negatori della stessa umanità che, volenti o nolenti, condividiamo anche con chi porta sulle proprie spalle il peso di ulteriori limitazioni naturali.



(url immagine: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/293q05a1.jpg)






martedì 17 giugno 2014

Umanità ...



Giunge la solita triste storia di "nera", bella pronta per il consumo estivo ...


Stavolta si tratta di un triplice omicidio da parte di un uomo che, a quanto pare, improvvisamente decide di sterminare la propria famiglia ...


Ovviamente, com'è costume della comunicazione massmediatica, si comincia ad indugiare sui dettagli, sui particolari, con uno scavo quasi compulsivo nelle minuzie, con immagini e sequenze spinte fuori dallo schermo, e più sono insignificanti nell'economia generale del fatto tanto meglio ...


Ecco, vorrei svolgere alcune brevissime considerazioni, spero non scontate, senza, però, indugiare nel pettegolezzo o nella banalità liquida della comunicazione mediatica.


I mass - media ci hanno confezionato l'ennesimo boccone avvelenato: non si capisce più dove sia il fatto, che viene narrato, peraltro in modo molto incidentale, e dove l'interpretazione dello stesso, che il giornalista, o chi per lui, ci narra, con la conseguenza che siamo bombardati da dati e informazioni generanti sazietà cognitiva ma non conoscenza. Insomma, dopo ore e ore di esposizione mediatica, non ne sappiamo poi molto ...


Su questa mancata conoscenza, però, su questa oscena versione estesa del pettegolezzo da ombrellone sotto il solleone, ci viene imposta anche la valutazione etica: questo criminale ha ucciso, con scienza e coscienza, la moglie, la figlia di cinque anni e perfino il figlio di venti mesi ...


Senza poter conoscere adeguatamente i fatti, la coscienza morale comune, o, per meglio dire, la conformazione etica collettiva, ci obbliga a prendere posizione, a deciderci, cioè, per l'unica valutazione morale possibile: la condanna!


Già, ma la condanna di cosa? O, per meglio dire, la condanna per che cosa?



E mentre su internet, e sui social, abbondano i post di sdegno e di invettiva di tanti giustizieri da tastiera, o, per meglio dire, e come mi piace sottolineare, dell'anonimo giustizialista che si cela dietro lo sguardo assente di un monitor e che come tutti coloro che vivono di assoluti, e di dommi, non ammette né eccezioni né obiezioni alla propria "legge", di veri e propri ignoranti della cultura giuridica, peraltro a norma di legge, i quai urlano di dargli la pena di morte o la tortura, e tanto già basterebbe a darci riprova del livello infimo di civiltà che dimoriamo, mi chiedo umilmente, e fuori dal coro: lui pagherà, questo è certo, ma fargliela pagare compensa forse il nostro bisogno di protezione sociale? Appaga, forse, il nostro smodato desiderio di viscere? Consola, forse, la nostra insicurezza? E, soprattutto, ripaga in toto la nostra sete di giustizia morale?


Temo di no. Ed è normale che sia così, sta nell'economia della cose. Tuttavia, mi incuriosisce questo atteggiamento di purificazione pubblica, di espiazione tramite retorica pubblica di colpe, probabilmente inconsce o non ancora giunte alla soglia di coscienza, e che forse non diverranno mai consapevoli.



Come il capro espiatorio, come la vittima sacrificale, che si faceva carico delle colpe di tutta la comunità, stiamo forse cercando di caricare sopra le spalle del reo anche le nostre colpe? Anche le nostre frustrazioni? Anche le nostre umane debolezze? Anche, e soprattutto, le nostre insicurezze?


Perché ha fatto quel che ha fatto? Nessuno lo sa, e nessuno può saperlo. Probabilmente, nemmeno il diretto responsabile. Ma non è questa la domanda che dovremmo porci, anche perché è la più lontana dall'indicazione di un nostro limite, quanto piuttosto la seguente: ma cosa abbiamo fatto, in termini di società, di cultura umana, e di pubblica sicurezza, per prevenire tale crimine?


Ecco il punto saliente, e dolente, della vicenda: non è per il tramite della punizione del singolo reo che possiamo smacchiare la comune coscienza morale malata ...



Non è sacrificando un singolo che possiamo esorcizzare, e definitivamente, da noi il rischio di tramutarci a nostra volta nelle sembianze del medesimo mostro ...



La storia è copiosa di esempi di persone apparentemente normali, del tutto ordinarie, banali nelle loro esistenze umane, che, improvvisamente, assumono la maschera del mostro ...



Questo significa, a mio modesto avviso, una sola cosa: nella difficoltà di comprendere ed accettare quel che è successo, diveniamo consapevoli della fragilità che, in quanto esseri umani, ci caratterizza ...

... e, di conseguenza, dovremmo spingerci non al giudizio facile, ma alla considerazione meditata dei limiti della nostra condizione umana.





(url immagine: http://thumbs.dreamstime.com/z/bussola-morale-20858522.jpg)




lunedì 2 giugno 2014

Paradosso di Gulliver



(url immagine: http://www.wuz.it/mm/5511/00371800_b.jpg)



Scrive Di Santo:

"Con l'approccio bio-psico-sociale il ventaglio delle disabilità si è ampliato poiché si sono annoverate tutte le limitazioni nelle attività e nella partecipazione di un individuo [...] In quest'ottica, la disabilità offre come un prisma di rifrazione una miriade di sfumature. In questo spettro, si rischia che vengono inglobati non solo gli individui con accertate compromissioni nelle funzioni ma tutti gli individui, proprio perché il limite è una caratteristica della soggettività umana. Il concetto di disabilità (così come quello di salute) secondo l'approccio bio-psico-sociale vive un vero e proprio paradosso: ognuno può vivere una limitazione delle proprie capacità e nella partecipazione a seconda del contesto in cui vive, dunque del parametro a cui ci si relaziona"[1]


Questo sarebbe, dunque, in sintesi, il paradosso di Gulliver: inquadrare i soggetti umani entro determinati insiemi o categorie in funzione di un parametro (mobile) di classificazione. Come l'omonimo protagonista del romanzo di Swift, "a seconda del parametro di riferimento, la disabilità e/o la salute assumono dimensioni differenti"[2].

Il rischio, allora, sarebbe adoperare un criterio classificatorio capace tanto di annullare il numero stesso di soggetti disabili quanto di dilatarne così tanto il numero sino ad includervi l'intera umanità.

Così considerato, al di là di una mera cautela metodologica, di per sé legittima, inerente alla modalità concreta di "lettura" dei bisogni dei soggetti in quanto tali, la presente lettura sociologica, e segnatamente il medesimo timore di un effetto Gulliver nella stessa lettura dei bisogni, non mi convince.

Certamente, è vero che in funzione del criterio adottato, ed adoperato, un certo numero di persone è disabile, ma così facendo non dimentichiamo, forse, che la disabilità è la condizione comune dell'umanità? Non tralasciamo, forse, la natura sociale della disabilità a fronte di una condizione umana che conosce la progressiva perdita di capacità e/o funzionalità?

Forse, non tutti gli uomini sono disabili, ma la disabilità è il destino comune ad ogni uomo.

Note
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[1] Cfr. R. Di Santo, Sociologia della disabilità. Teorie, modelli, attori e istituzioni, Franco Angeli, Milano, 2013, p. 46.
[2] Ivi, p. 47.

martedì 6 maggio 2014

Ingiustizia



"l’idea intuitiva che sta dietro alla mia versione dell’approccio delle capacità è duplice: anzitutto, che alcune funzioni umane sono particolarmente essenziali per la vita umana, nel senso che la loro presenza o assenza è contrassegno caratteristico della presenza o assenza della vita umana. In secondo luogo […] che una vita la quale sia stata così impoverita da non essere degna di un essere umano, sia una vita che si continua a vivere più o meno come farebbe un animale, dal momento che non si è capaci di sviluppare e di esercitare le proprie facoltà umane"



(M. C. Nussbaum, «Mi trovai bella come una mente libera»: libertà delle donne e giustiza, in M. C. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Il Mulino, Bologna, 2012, p. 73)


Ingiustizia di dice in molti modi, impoverire la vita umana sino al punto di farla regredire ad una una mera sussistenza animale è uno di questi.

sabato 5 ottobre 2013

Disperazione e umanità

Questo braccio di mare porta il colore del sangue, le tragedia si ripetono, allora perché non rileggere l'omelia del Pontefice che proprio alcuni mesi fa si recò a Lampedusa? Parole ancora purtroppo attuali.


Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!
Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.
Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.
Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

(tratta da: http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/)



(Immagine tratta da: http://www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2013/10/NAUFRAGIO-LAMPEDUSA-21-770x575.jpg)

venerdì 14 dicembre 2012

Non si può sfuggire al proprio destino!


(immagine tratta da: http://bks3.books.google.it/books?id=RuqLtgAACAAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=1&imgtk=AFLRE72nAC5W9SIVYqd2UnrlkDompgLdS_oMMVQDUo4Os8CGZfth_6PcxIu_-iEwReJYChCYZcV-S0rnIE7J-c9vWO8hE1SPgoFU9zRUIfHYeeTb5KpJjeTXa8dOvy7GJQ_LubrGTPWL)

L'anno scorso pubblicai, a mie spese, per conto della community "IlMioLIbro", un romanzo fantasy ambientato a Marsala, la mia città natale.

Non lo feci, ovviamente, con la speranza, o l'illusione, di guadagnare soldoni o di incontrare da subito fama e onori, ma, molto più dimessamente, per onorare una promessa fatta a mia moglie secondo la quale avrei scritto un romanzo sulla nostra città e che, in qualche modo, lo avrei pure pubblicato.

Il presente volume, infatti, reca, in quarta di copertina, il codice ISBN 9788891010773. So benissimo, anche a causa della mia intermittente e svagata attività di ricercatore precario, come funzionino le cose a livello editoriale e di certo una delle prime opere di un autore sconosciuto non avrebbe altrimenti mai potuto trovare uno sbocco editoriale. Così venne fatta la scelta dell'auto-pubblicazione (a pagamento, s'intende!).

Eccetto queste indicazioni, comunque, sono tre i particolari che desidero mettere adeguatamente in luce in questa sede:

1. Voci di un antico presente è un atto d'amore, critico mai supino, nei confronti della mia città, che appare, specie a chi viene da fuori e  non la conosce, sonnacchiosa e immobile. Giocando su questa caratteristica, e combinando l'attuale presente con la sua storia illustre, è venuto fuori un romanzo, per l'appunto fantasy, che guarda le strade, i monumenti, le testimonianze, storiche e contemporanee, oltre la loro superficie apparente, rendendo per metafore la sospensione, decadente, tra passato e presente, tra storia e mito, tra indolenza e voglia di modernità. Perché questo Marsala insegna a chi desidera ascoltarne con cuore limpido la sua voce: chi può pretendere di sfuggire al proprio destino? Siamo quel che eravamo, e lo eravamo solo perché lo saremmo stati in futuro ... nel paradosso dei sensi storici, i quali si sedimentano gli uni sopra gli altri, Marsala è un paradosso dentro al paradosso: è presente, ma è immersa nel passato! Eppure, quasi nessuno a Marsala desidera vivere nel passato, visto e considerato, come un macigno, un peso, dal quale trarsi fuori, costi quel che costi. Ma per quanto il marsalese desideri sfuggire, la Città lo cerca sempre, e lo trova, inchiodandolo ogni volta al suo destino non rassicurante, al suo essere un suo abitante, un suo figlio, un suo erede, nel bene come nel male.

2. Voci di un antico presente è, nel tempo stesso, un atto d'amore nei confronti della mia generazione, è la trasfigurazione delle ansie esistenziali di giovani che, pur avendo percorso, e con il massimo dei voti, l'intero corso di studi superiori, si trovano in condizioni lavorative odiose e subordinate, dovendo rinviare ad un domani imprecisato le scelte che l'orologio biologico, al contrario, imporrebbe al momento. Giuliana è, da questo punto di vista, la metafora per eccellenza: laureata eppur precaria, senza diritti né lussi possibili. Deve, così, sospendere la propria vita, mentre il tempo scorre inesorabile, perché la sua condizione occupazionale non le consente di progettarsi come persona adulta, sullo sfondo di una società cittadina indifferente e/o criticona sulle scelte personali da lei compiuta. Ma anche questo succede a Marsala. Narrandone le vicende infelici, ma desiderandone svolte liete, Voci di un antico presente è anche, a suo modo originale, un incitamento ai giovani della mia generazione a non mollare, a non perdere mai la speranza, a rialzarsi ogni giorno, e a non stancarsi mai di desiderare una vita normale.

3. Voci di un antico presente è, infine, un atto d'amore nei confronti di quegli studi che mi hanno portato dove sono e a quello che sono. Senza di loro, nessuna parola, nessuna metafora, nessun elemento, invece, confluiti nel romanzo, sarebbero stati formulati. E se il linguaggio talvolta può apparire davvero aulico o involuto, e comunque non reale, non me ne abbiate. Ogni cosa è stata voluta esattamente così, e per scelte estetiche personali che rientrano certamente nel novero delle prerogative degli autori.

Ai narratori estemporanei, agli esteti stitici, agli scettici sui lavori altrui, e a quanti, invece, ancora non conosco le miserie e le nobiltà di Marsala sciolgo l'invito accorato a non temere le sfide della diversità, culturale, geografica, mentale, e a scorgere anche le rive scoscese di Capo Boeo perché anch'esse sono parte integrante dell'humanitas, confine pulsante di quell'umanità di cui, volenti o nolenti, facciamo parte.

Ovviamente, queste poche righe provvisorie sono un commento, spero utile, a Voci di un antico presente, in attesa del completamento del seguito. Anche in quest'ultimo progetto sono presenti alcuni elementi qui indicati, ma la narrazione è, se mi si consente, più matura, più adulta, i personaggi, pur conservando parte della loro ingenuità e della loro semplicità, appaiono molto più "adulti", certo più complessi, mentre il romanzo, pur continuando ad inserirsi nel filone fantasy tocca vette noir e thriller. Ma sto anticipando troppo, non resta che attendere ancora.

Nel frattempo, però, per la serie "chi si ferma, è perduto!", da Novembre 2012 è disponibile anche la versione ebook di Voci di un antico presente, codice ISBN 9788891033390, alla modica cifra di € 5,99, leggibile anche su Ipad, Iphone e lettori appositi. Questo perché bisogna pur provare a stare dietro al progresso tecnologico, anche se editoriale.

Per il momento, un caro saluto da Marsala, anch'essa sponda, seppur difficile, dell'umanità.