Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Papa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Papa. Mostra tutti i post

martedì 12 luglio 2016

Chi è il mio prossimo?

"Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso»"

(Lc.10,29-37)

E chi è il mio prossimo? Questa la domanda, antica forse, ma decisamente attuale è la risposta.

Il Papa ci offre una contestuale possibile risposta ... qui. Oppure (per l'Angelus completo) qua.


http://www.rainews.it/dl/rainews/media/angelus-papa-dedicato-bisognosi-parabola-buon-samaritano-video-bcefd587-0d6c-4a64-a8f7-fc843775d8e2.html 


(ulr: http://www.collevalenza.it/Carisma/Carisma008.jpg)

sabato 17 gennaio 2015

Tu sei Charlie, io chi sono?


Pensavo di non dover mettere bocca sui recenti fatti di Parigi, ma moventi superiori mi hanno chiamato in causa.

Dopo l'unità mondiale che ha dato sfogo al desiderio pubblico di esorcizzazione della paura e/o di autocelebrazione del modo d'essere occidentale, sono arrivate le parole del Papa il quale, in viaggio per le Filippine, a diretta sollecitazione giornalistica, ha così risposto:

"La religione non può mai uccidere, Non si può farlo in nome di Dio [...] Ma non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro. Non va bene [...] la libertà di espressione è un diritto, ma anche un dovere [...] se il mio amico Gasbarri dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno"

Apriti cielo!!!

Gli stessi panmondialisti satirici hanno dato fuoco alle miccie: come si permette costui di dare a noi lezioni di satira? Difendiamo il nostro diritto alla libertà di pensiero e di espressione! Si faccia gli affaracci suoi!

Un tale livore/risentimento è più che sospetto.

Viene da pensare che le parole del Papa siano state più potenti delle deflagrazioni delle armi di assalto con le quali quei tre pazzi lì hanno creato il terrore in Paris ... ma come mai?

Eppure, la condanna del terrorismo è stata forte e priva di zone d'ombra: nessuno è autorizzato ad uccidere in nome di Dio. Per il Cristianesimo, peraltro, è un convincimento dottrinale forte e ben radicato: Cristo stesso è morto in croce per non opporre violenza a violenza. Allora, come mai i tanti Charlie del mondo si sono risentiti per tale condanna della violenza religiosa? Credo che il punto saliente si trovi nella seconda parte del discorso papale. Infatti, va bene la libertà di espressione, ma vi sono dei limiti, in nessun caso si ha il diritto di dileggiare le credenze religiose altrui.

Questo mi pare essere il problema di Charlie: accettare che la matita possa avere dei limiti, piuttosto che poter satireggiare qualsiasi cosa e in qualunque modo.

Le parole del Papa, allora, non sono piaciute perché avvertite come una limitazione della libertà di pensiero/espressione, e non perché analoga condanna dell'atto di terrorismo subito dalla redazione di Charlie.

Eppure, a ben guardare, è solo un'errata percezione. Infatti, il Pontefice non ha affatto posto limiti alla libertà di pensiero e/o di espressione, ha solamente detto che in ogni caso è bene avere giudizio o buon senso.

Ora, forse che la libertà di pensiero/espressione è fuori scala? Può essere fuori misura? Può esorbitare dai bordi della decenza? 

Qui il problema, e la sostanziale differenza di vedute: come molti altri atteggiamenti occidentali, il bisogno soggettivo di pensare e di esprimersi viene percepito, oltre che vissuto, come un diritto soggettivo, e, quindi, sostenuto con veemenza affinché venga riconosciuto come tale e promosso collettivamente. Inutile, forse, aggiungere che così non è, che, cioè, non può essere un diritto soggettivo quello di consentire a chiunque di pensare e dire peste e corna di chi capita a tiro.

Peraltro, dobbiamo stare attenti alla deriva dei diritti insaziabili i quali, in fin dei conti, stanno erodendo la nostra stessa democrazia, fagocitando gli stessi soggetti destinatari dei diritti. Insomma, stiamo sempre più trasformando la vita sociale in strumenti per la realizzazione dei diritti, operando così un'inversione del rapporto tra mezzi e finalità, non più i diritti strumenti per i cittadini, ma i cittadini strumenti per i diritti.

Così, ecco il Leviatano diritto di espressione! E, forse, pure sovraordinato rispetto all'altro terribile diritto, quello di pensiero. Mentre quel che ciascuno pensa in fondo se ne sta tranquillo nel chiuso della coscienza del singolo, quanto viene espresso, soprattutto in forma satirica, sgorga in pubblico.

Ma v'è dell'altro, ahinoi!

Così come i fatti di Parigi non hanno nulla a che fare con la religione e nemmeno con il terrorismo in sé o con il diritto di parola, essendo più un esito fallimentare di passate politiche di protezione sociale e di pubblica sicurezza, allo stesso tempo l'attacco alle parole del Papa nulla hanno a che fare con la difesa, magari ad oltranza, del diritto di pensiero/espressione. Le mie, lo riconosco, sono parole forti, ma vediamone il perché.

Charlie si è inalberato non per la condanna del terrorismo compiuta, e nemmeno per la provocazione del pugno, e, in fin dei conti, neppure per la reprimenda nella libera ed infinita espansione del tratto di matita, ma perché il Pontefice ha osato ribadire la sensatezza della religione, qualunque essa sia. Anzi, della religione in quanto tale! E, di più, perché ha superbamente condannato il bullismo satirico che tanto caratterizza il modo d'agire dei Charlie di questo mondo. Ecco il punto, il nervo scoperto: un laico non accetta, perché per suoi limiti cognitivi non può, lezioni di morale da un  religioso.

A ben guardare, non mi pare che Francesco abbia detto cose scandalose, ma tali sembrano ai Charlie. Perché? Perché il laicismo, ossia quella particolare forma d'essere che sarebbe prima pure di qualsiasi credo religioso, ha osato trarre insegnamenti morali dalla religione stessa. E degli imbratta carte/religioni, quali sono i redattori di Charlie, come avrebbero potuto digerire tanto? Paradossalmente, è più facile tollerare le pallottole dei terroristi che le parole di un religioso, è più facile morire da martiri del laicismo che accettare la lezione morale del Pontefice.

Ma come mai?

Ecco, penso che il punto, per quanto scabroso e/o rimosso e/o negato, sia sostanzialmente in questo: il laicismo di Charlie, così come dei suoi epigoni o partigiani all'indomani dell'attacco di Parigi, non si colloca in un universo terzo rispetto alle religioni terrestri. Anzi, si connota come modo d'essere del tutto competitivo, vale a dire esattamente nei termini di una religione a sua volta! E qui, provocatoriamente, dà da pensare il suo modo di essere e di porsi del tutto aggressivo, radicale, violento ed intollerante nei confronti degli altri credi. Il laicismo è, in termini piani, una religione radicale, fondamentalista e intollerante!

Pertanto, come può un competitor come il Papa pensare di poter dare lezioni a noi laici? E come possono pensare che autolimitiamo l'immenso potere di proselitismo che ci dà una matita?

Infatti, toccate a Charlie tutto quello che volete, ma guai a sfiorare la matita con la quale danno luogo al loro impunito e volgare bullismo satirico.

In conclusione, allora, non posso essere Charlie, lascio pure che voi siate tutti uguali, ossia Charlie, mentre altri sentieri preferisco percorrere.


(url immagine: http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2015/01/charlie-675.jpg)

sabato 5 ottobre 2013

Disperazione e umanità

Questo braccio di mare porta il colore del sangue, le tragedia si ripetono, allora perché non rileggere l'omelia del Pontefice che proprio alcuni mesi fa si recò a Lampedusa? Parole ancora purtroppo attuali.


Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!
Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.
Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.
Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

(tratta da: http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/)



(Immagine tratta da: http://www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2013/10/NAUFRAGIO-LAMPEDUSA-21-770x575.jpg)