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sabato 10 settembre 2016

Pensiero pratico ...

"il pensiero pratico è pur sempre pensiero e, come tale, deve soddisfare i requisiti e le leggi della logica. Lo studio del pensiero pratico rappresenta, tuttavia, un notevole ampliamento della tradizionale scienza della logica"

(G. H. von wright, Introduzione, a: g. di bernardo (ed.), Logica deontica e semantica, Il Mulino, Bologna, 1977, p. 37)


(url: http://www.helsinki.fi/wwa/img001pieni.jpg)

giovedì 1 settembre 2016

Pensiero pratico

"il pensiero pratico è pensiero sul mondo […] Pensiamo praticamente quando emettiamo ordini e comandi e quando prendiamo decisioni. In tal modo, il pensiero pratico include il pensiero non pratico in quanto implica la conoscenza dell’ambiente e delle circostanze in cui operiamo"

(r. poli, La logica deontica: dalla fondazione assiomatica alla fondazione filosofica (II), “Verifiche”, 4, 1982, p. 465)


(url: https://0.academia-photos.com/3583130/1245389/1554338/s200_roberto.poli.jpg)

giovedì 30 giugno 2016

Zambrano su pensiero e poesia # 3



“Nel corso della sua lunga storia la filosofia ha sempre fatto grandi sforzi per restituirci alla luce originaria, spingendo la coscienza in profondità o, alternativamente, restituendola e reintegrandola al divino, suo punto di origine”

M. Zambrano, All’ombra del dio sconosciuto. Antigone, Eloisa, Diotima, Pratiche, Milano, 1997, pp. 81 – 82.

Nel suo classico modo “pensoso” di affrontare, e dirimere, le questioni, Zambrano ritorna imperiosa sui suoi temi consueti, vale a dire la frattura originaria che ha separato filosofia e poesia, a loro volta metafore incarnate della scissione originaria tra il tutto e l’essere, tra l’Uno e i Molti, tra Dio e gli uomini. 
E mentre la filosofia non fa altro che scavare ulteriormente il solco della propria disperata ed ostinata separazione dalla poesia, la coscienza anela tuttora all’unità perduta. Ma nel far così la filosofia tradisce il proprio spirito primordiale e consegna la coscienza stessa all’irrealizzabilità del compito, ovvero a non poter mai, e per davvero, riguadagnare la distanza occorsa e che la separa dal divino, dal suo punto di origine, dall’unità ineffabile del tutto in Tutto.



domenica 5 giugno 2016

Zambrano su pensiero e poesia #1

"il cammino inizia a divergere nel momento in cui il filosofo si dirige verso l'essere che si cela dietro le apparenze e il poeta  resta immerso nelle apparenze stesse. l'essere era stato definito soprattutto come unità, perciò era occulto, siffatta unità aveva calamitato la violenza filosofica"

(M. Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna, 2010, pp. 42 - 3)

In queste poche battute Zambrano illustra il nodo che rela tra loro i sentieri del pensiero e della poesia, gemelle divise nel momento aurorale ed originario della scissione, ovvero quando il filosofo ha preferito andare dietro l'essere, e la sua correlata evidenza, mentre il poeta ha preferito rimanere immerso nelle nebbie dell'apparenza ...

Un modo originale di ripensare il nesso e la storia impossibile della filosofia e della poesia ...

Briciole di riflessione divergente!


(url: http://www.enciclopediadelledonne.it/wp-content/uploads/2014/03/106maria-zambrano144.jpg)

sabato 17 gennaio 2015

Tu sei Charlie, io chi sono?


Pensavo di non dover mettere bocca sui recenti fatti di Parigi, ma moventi superiori mi hanno chiamato in causa.

Dopo l'unità mondiale che ha dato sfogo al desiderio pubblico di esorcizzazione della paura e/o di autocelebrazione del modo d'essere occidentale, sono arrivate le parole del Papa il quale, in viaggio per le Filippine, a diretta sollecitazione giornalistica, ha così risposto:

"La religione non può mai uccidere, Non si può farlo in nome di Dio [...] Ma non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro. Non va bene [...] la libertà di espressione è un diritto, ma anche un dovere [...] se il mio amico Gasbarri dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno"

Apriti cielo!!!

Gli stessi panmondialisti satirici hanno dato fuoco alle miccie: come si permette costui di dare a noi lezioni di satira? Difendiamo il nostro diritto alla libertà di pensiero e di espressione! Si faccia gli affaracci suoi!

Un tale livore/risentimento è più che sospetto.

Viene da pensare che le parole del Papa siano state più potenti delle deflagrazioni delle armi di assalto con le quali quei tre pazzi lì hanno creato il terrore in Paris ... ma come mai?

Eppure, la condanna del terrorismo è stata forte e priva di zone d'ombra: nessuno è autorizzato ad uccidere in nome di Dio. Per il Cristianesimo, peraltro, è un convincimento dottrinale forte e ben radicato: Cristo stesso è morto in croce per non opporre violenza a violenza. Allora, come mai i tanti Charlie del mondo si sono risentiti per tale condanna della violenza religiosa? Credo che il punto saliente si trovi nella seconda parte del discorso papale. Infatti, va bene la libertà di espressione, ma vi sono dei limiti, in nessun caso si ha il diritto di dileggiare le credenze religiose altrui.

Questo mi pare essere il problema di Charlie: accettare che la matita possa avere dei limiti, piuttosto che poter satireggiare qualsiasi cosa e in qualunque modo.

Le parole del Papa, allora, non sono piaciute perché avvertite come una limitazione della libertà di pensiero/espressione, e non perché analoga condanna dell'atto di terrorismo subito dalla redazione di Charlie.

Eppure, a ben guardare, è solo un'errata percezione. Infatti, il Pontefice non ha affatto posto limiti alla libertà di pensiero e/o di espressione, ha solamente detto che in ogni caso è bene avere giudizio o buon senso.

Ora, forse che la libertà di pensiero/espressione è fuori scala? Può essere fuori misura? Può esorbitare dai bordi della decenza? 

Qui il problema, e la sostanziale differenza di vedute: come molti altri atteggiamenti occidentali, il bisogno soggettivo di pensare e di esprimersi viene percepito, oltre che vissuto, come un diritto soggettivo, e, quindi, sostenuto con veemenza affinché venga riconosciuto come tale e promosso collettivamente. Inutile, forse, aggiungere che così non è, che, cioè, non può essere un diritto soggettivo quello di consentire a chiunque di pensare e dire peste e corna di chi capita a tiro.

Peraltro, dobbiamo stare attenti alla deriva dei diritti insaziabili i quali, in fin dei conti, stanno erodendo la nostra stessa democrazia, fagocitando gli stessi soggetti destinatari dei diritti. Insomma, stiamo sempre più trasformando la vita sociale in strumenti per la realizzazione dei diritti, operando così un'inversione del rapporto tra mezzi e finalità, non più i diritti strumenti per i cittadini, ma i cittadini strumenti per i diritti.

Così, ecco il Leviatano diritto di espressione! E, forse, pure sovraordinato rispetto all'altro terribile diritto, quello di pensiero. Mentre quel che ciascuno pensa in fondo se ne sta tranquillo nel chiuso della coscienza del singolo, quanto viene espresso, soprattutto in forma satirica, sgorga in pubblico.

Ma v'è dell'altro, ahinoi!

Così come i fatti di Parigi non hanno nulla a che fare con la religione e nemmeno con il terrorismo in sé o con il diritto di parola, essendo più un esito fallimentare di passate politiche di protezione sociale e di pubblica sicurezza, allo stesso tempo l'attacco alle parole del Papa nulla hanno a che fare con la difesa, magari ad oltranza, del diritto di pensiero/espressione. Le mie, lo riconosco, sono parole forti, ma vediamone il perché.

Charlie si è inalberato non per la condanna del terrorismo compiuta, e nemmeno per la provocazione del pugno, e, in fin dei conti, neppure per la reprimenda nella libera ed infinita espansione del tratto di matita, ma perché il Pontefice ha osato ribadire la sensatezza della religione, qualunque essa sia. Anzi, della religione in quanto tale! E, di più, perché ha superbamente condannato il bullismo satirico che tanto caratterizza il modo d'agire dei Charlie di questo mondo. Ecco il punto, il nervo scoperto: un laico non accetta, perché per suoi limiti cognitivi non può, lezioni di morale da un  religioso.

A ben guardare, non mi pare che Francesco abbia detto cose scandalose, ma tali sembrano ai Charlie. Perché? Perché il laicismo, ossia quella particolare forma d'essere che sarebbe prima pure di qualsiasi credo religioso, ha osato trarre insegnamenti morali dalla religione stessa. E degli imbratta carte/religioni, quali sono i redattori di Charlie, come avrebbero potuto digerire tanto? Paradossalmente, è più facile tollerare le pallottole dei terroristi che le parole di un religioso, è più facile morire da martiri del laicismo che accettare la lezione morale del Pontefice.

Ma come mai?

Ecco, penso che il punto, per quanto scabroso e/o rimosso e/o negato, sia sostanzialmente in questo: il laicismo di Charlie, così come dei suoi epigoni o partigiani all'indomani dell'attacco di Parigi, non si colloca in un universo terzo rispetto alle religioni terrestri. Anzi, si connota come modo d'essere del tutto competitivo, vale a dire esattamente nei termini di una religione a sua volta! E qui, provocatoriamente, dà da pensare il suo modo di essere e di porsi del tutto aggressivo, radicale, violento ed intollerante nei confronti degli altri credi. Il laicismo è, in termini piani, una religione radicale, fondamentalista e intollerante!

Pertanto, come può un competitor come il Papa pensare di poter dare lezioni a noi laici? E come possono pensare che autolimitiamo l'immenso potere di proselitismo che ci dà una matita?

Infatti, toccate a Charlie tutto quello che volete, ma guai a sfiorare la matita con la quale danno luogo al loro impunito e volgare bullismo satirico.

In conclusione, allora, non posso essere Charlie, lascio pure che voi siate tutti uguali, ossia Charlie, mentre altri sentieri preferisco percorrere.


(url immagine: http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2015/01/charlie-675.jpg)

martedì 23 dicembre 2014

Non contraddizione aristotelica? Una replica!

Non è mia abitudine, ma stavolta lo faccio: il presente post è la risposta ad un commento che recentemente ho ricevuto al mio post da titolo Aristotele ... l'ingannatore!, e che trovate anche nella stessa sede come risposta.


(url immagine: http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/20111007101103.jpg)


La ripropongo qui perché la trovo particolarmente "illuminante", e non me ne vogliamo i miei telchini!

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Aristotele ... l'ingannatore! Dialettica nell'elen...": 

E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?

Oppure la distinzione Pensiero / Incontraddittorietà è essa stessa una distinzione contraddittoria, in quanto pensare è pensare-incontraddittoriamente o non è pensare (ossia sono un medesimo: e distinguere un medesimo, come tu fai, è assurdo perché impossibile).

Ma un altro aspetto:
"L'interlocutore (B) cade proprio dove avrebbe dovuto tenere, passando, e contraddittoriamente, da un atteggiamento negativo ad un atteggiamento affermativo, prima nega, poi afferma, il (PDNC)."
Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?
Se è reale, allora il principio è realmete negato (e non è affatto riaffermato, ma appunto è invalidato);
se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica.

Come ne esci?

Caro Kumpel Marco, innanzitutto ti ringrazio per il tuo commento: vuol dire che il post, benché pessimo, è stato oggetto di lettura, peraltro attenta, da parte di qualcuno.
Ma veniamo a noi, dato che non è affatto mia intenzione ignorare le obiezioni di terzi, oltre a non essere mia abitudine farlo.
Mi chiedi: “E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?”. Trovo che sia una reduplicazione, di per sé inutile, del problema. Infatti, potremmo, e provocatoriamente, riformulare il quesito nella forma seguente: il pensiero – con la ‘p’ minuscola – fonda il PDNC oppure è fondato dal PDNC? Così posta la problematica non ne usciamo. Infatti, qual è, se vi è, la distinzione tra pensiero e PDNC? Il pensiero è pensiero se, e solo se, funziona in conformità al PDNC, altrimenti abbiamo altro che non sia pensiero, ossia poesia, mito, narrativa, etc. Ma se il pensiero incorpora il PDNC, viene meno l’obiezione: non è che il PDNC fondi il pensiero e/o il pensiero sia fondamento del PDNC. No?
Ma passiamo alla seconda obiezione, di per sé, più interessante. Citando un mio passo, argomenti: “Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?”. Bene. Assumiamo che la negazione sia reale, di conseguenza, dici, il PDNC sarebbe realmente negato, e, quindi, invalidato. Problema: negare non equivale ad invalidare. La negazione, proprio in quanto tale, deve essere dimostrata, cioè reggere l’onere della prova. Onere che lo svolgimento stesso del movimento elenctico in Aristotele esclude in partenza. Detto altrimenti, per quale motivo ammesso, e non concesso, che la negazione del PDNC sia reale, dovremmo concludere che sia inutile proseguire il discorso dato che il PDNC verrebbe meno? E, per di più, chi o cosa ci assicura che così procedendo noi non si stia adoperando propriamente il PDNC che si nega e che vorremmo non più valido? Di conseguenza, la negazione del PDNC dovrebbe essere ipotetica. Ma, sostieni tu, “se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica”. E per quale motivo, che possa dirsi sensato? Peraltro, mi pare che tu stia equivocando tra dimostrazione elenctica e sussistenza del PDNC iuxta propria principia. Intendo dire: Aristotele ha l’ardire di dire l’indicibile, vale a dire elevare alla dimensione di parola quanto quest’ultima, per virtù, presuppone. In altri termini, il logos non può parlare di sé stesso, pena o l’equivoco o il fraintendimento o l’errore o il girare a vuoto … la parola non può parlare dei presupposti o fondamenti della parola stessa! Tant’è che lo stagirita, infatti, evita questo problema partendo dal negatore del PDNC, senza in prima persona assumere l’onere dell’inevitabile prova che, in caso contrario, gli verrebbe, e giustamente, richiesta (parli del PDNC, bene dimostralo!). Ora, la dimostrazione elenctica nega la posizione del negatore del PDNC. Ci troviamo, cioè, in una posizione derivata e indiretta di confronto sul PDNC, oggetto al di fuori della portata stessa della parola o logos … Ma concediamo che la tua obiezione sia fattibile, ecco come ne esco: non è forse vero che per poter distinguere, e in maniera sensata, tra le due alternative, e per cogliere anche la presenza stessa di eventuali contraddizioni e incoerenze, non necessitiamo appunto del PDNC? Dunque, ti chiedo: possiamo davvero uscire dallo spazio di parola concessoci dal PDNC?

Chiusa finale: il gioco retorico di Aristotele è chiaramente una finzione, ma è drammaticamente efficace non tanto per la confutazione del confutatore del PDNC, il quale, a rigore, manco potrebbe sognarsi di costituirsi in quanto tale, dato che, a sua volta, dovrebbe proprio far uso del PDNC; ossia di quel che vorrebbe negare, ma nel momento iniziale del movimento elenctico, vale a dire quando pone l’unica condizione essenziale per lo spazio del discorso: dire cose che abbiano senso e per me e per te, pena il silenzio delle piante.



giovedì 25 aprile 2013

Norme ... istituzioni ... logica ...



"norms are facts of social and individual reality. They cannot be seen as physical objects, but they are effective elements of human life and important determinants of the condition humana. We say that norms which play an actual role in human life are institutionalised. They are realities, not only thought objects"

(O. Weinberger, The Language of Practical Philosophy, “Ratio Juris”, 3, 2002, p. 292)



Come dare torto a Weinberg?



I fatti sociali non sono oggetti naturali, pur essendo dotati di una certa fisicità.


Essi sono elementi effettivi, e fattivi, nel senso che esplicano un'influenza importante sulla nostra esistenza, della condizione umana.


I fatti sociali che pongono in essere delle istituzioni, ossia una regolazione normativa e culturale della vita umana, sono delle norme.


Le norme sono reali, e non solamente degli oggetti di pensiero.


Ma essendo realissimi, e non solo frutto delle nostre elucubrazioni, a quale "logica" rispondono?



(immagine tratta da: http://www.jurisdynamics.net/files/images/RatioJurisJournal.jpg)






Alessandro Pizzo

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mercoledì 3 aprile 2013

Triangolazioni

"la coincidenza tra segni scritti e discorsi orali riduce le parole a cose, fa del linguaggio un mondo e apre la strada all’emergere dell’idea stessa di rappresentazione, in cui l’antico evento sociale linguistico si spezza in due mondi autonomi, un “mondo di segni”, il linguaggio, convenzionale e interpretato da “regole”, che si lascia “scrivere” e “parlare” e che deve riflettere un “mondo di cose”, sordo e muto, la realtà, che invece si lascia “rappresentare”"

(L. Borzacchini, Il computer di Platone. Alle origini del pensiero logico e matematico, Edizioni Dedalo, Bari, 2005, p. 71)



L'importanza della semiotica è qui non trascurabile, e nemmeno per l'interesse proprio della logica la quale, primariamente, quanto inevitabilmente, si trova nel mezzo del guado tra pensiero e realtà, alle prese con quello strumento imperfetto che è il linguaggio.



Scivolando ora verso l'uno ora verso gli altri due angoli, la logica percorre del tutto i vertici progressivi del cosiddetto triangolo semiotico il quale descrive, ed esprime altrettanto bene, l'intera esperienza umana interna al mondo, sia pure nei termini di polarizzazioni differenti: 1) mente; 2) realtà; e, 3) linguaggio.



Rispettivamente, non tre mondi diversi, ma tre maniere complementari di rappresentare ordini differenti di oggetti: a) i pensieri; b) le cose; c) le enunciazioni.



Tanto (a) quanto (b) e (c) non fanno altro che fornire descrizioni possibili di enti diversi, siano essi attinenti alla mente, alla realtà oppure al linguaggio stesso.



Forse, la semiotica, più che essere una teoria dei segni, probabilmente incompiuta, e per forza di cose proprio così, appare essere lo strumento non della conoscenza delle cose del mondo, ma della loro interpretazione.



E questo tanto basta per liquidare le pretese postmoderne di sostituzione della realtà con la finzione, o della riduzione della prima alla seconda: per interpretare, e costruire, mondi, bisogna prima conoscere il mondo, averne cioé conoscenza.



Questo, ovviamente, indipendentemente dal fatto che comunque la conoscenza sia un processo attivo, e non passivo, di accesso al mondo e alle informazioni che se ne possono derivare.







(immagine tratta da: http://www.google.it/url?sa=i&source=images&cd=&cad=rja&docid=nLlLunji2ZB3cM&tbnid=XhHYIeXk6LCKZM:&ved=0CAgQjRwwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.wikideep.it%2Flouis-hjelmslev%2F&ei=gDpcUZi0BIX74QT704HADg&psig=AFQjCNEk_yjViI6pTZYTjeamuY7HHyBOyg&ust=1365085184186877)



Alessandro Pizzo

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mercoledì 27 marzo 2013

Chiarezza, vo' cercando ...



"For analytic philosophy, formalization is a fundamental tool for clarifyng language, leading to a better understanding of thoughts expressed through language. Formalization involves abstraction and idealization. This is true in the science as well as in philosophyFor analytic philosophy, formalization is a fundamental tool for clarifyng language, leading to a better understanding of thoughts expressed through language. Formalization involves abstraction and idealization. This is true in the science as well as in philosophy"



(M. Fitting – R. L. Mendelsohn, First – Order Modal Logic, Kluwer, Dordrecht, 1998, p. 1)



Se avessimo anche solo le idee chiare, potremmo parlare e pensare e agire con più senno. 

Purtroppo, però, il sentiero della chiarezza è lontano, in genere, dai nostri passi. Così, la comprensione delle cose è lungi dall'esser chiara, ben lontana dalla sensatezza richiesta. 


In fondo, allora, non siamo più nemmeno capaci di formalizzare quel che pensiamo o diciamo o come agiamo, a briglia sciolte rotoliamo verso l'arbitrio, verso l'abisso senza fondo dell'insensato, del 'qualunque' che segue alla falsità e alla contraddizione. 


Che misera figura, infine, fanno e la scienza e la filosofia, così inghiottite dalla mera superficialità dei tempi presenti, così alieni alla formalizzazione, e, dunque, anche alla chiarezza. 


In fondo, però, il buio, la notte delle vacche grigie, il sentiero della notte, non il pensiero meridiano, per intenderci, fa comodo ai mestatori, agli agitatori, ai profittatori, ai topi della notte che calano famelici sulle loro povere prede inerti. 


La logica sembra aver preso congedo, forse irrevocabile, dal linguaggio, dal pensiero e dall'azione umani, prova ne sia, non ultimativa s'intende, la brutalità di chi parla, pensa ed agisce quotidianamente.


Resta, al fondo, solo un'ultima domanda: è proprio necessario arrendersi così, senza difendersi, senza colpo ferire, senza tentare almeno di rispondere al fuoco nemico? Basta uscire con le mani alzate? 


La risposta la conoscono i venti, la risposta è scritta nell'acqua del fiume che scorre via veloce. 


Ma non sul web 2.0 né tantomeno nei fora o nei sondaggi online.

post scriptum

qualcuno dica ai "grillini" che la verità è là fuori, che un intero universo si libra sulle teste del loro movimento e che la differenza, per scomoda che sia, è sempre una ricchezza, non un bordello! Io ci ho provato ma mi sono arreso e sono uscito con le mani alzate ... :)



(immagine tratta da: http://aribella.blog.kataweb.it/files/2008/06/picture-246.jpg)

lunedì 4 marzo 2013

Bentornato Parmenide, oh caro vecchio!



Siamo debitori nei confronti di Parmenide, tanto rispetto al suo apporto alla filosofia occidentale quanto nei confronti della sua elaborazione culturale in merito agli usi del verbo essere. È vero che, generalmente, in filosofia le due cose vanno di pari passo, ma è bene in questa sede, almeno preliminarmente, tenerle separate al fine di far evincere al meglio la particolarità della novità speculativa costituita da Parmenide nei primi travagliati vagiti della riflessione filosofica occidentale.2 D'altra parte, come diverrà più chiaro in seguito, ci riferiamo al filosofo eleate come all'autore di una vera e propria "svolta ontologica", tanto rispetto ai filosofi precedenti quanto rispetto ad una data maniera di concepire il "mestiere" filosofico, il "fare filosofia", il pensare alla realtà circostante.




(continua a leggere)





(immagine tratta da: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/20/Sanzio_01_Parmenides.jpg)



Alessandro Pizzo

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mercoledì 17 ottobre 2012

Soggetto ... pensiero ... e realtà!


Rispetto alla verità i concetti e le filosofie hanno spesso l’effetto di reti lacerate da cui l’animale è fuggito. Le teorie del soggetto sono questa rete; in qualsiasi modo intessuta, essa resta il mezzo più idoneo per accostare la realtà

(S. Natoli, Soggetto e fondamento. Il sapere dell’origine e la scientificità della filosofia, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 56)

Ma l'accostamento equivale alla comprensione?


(immagine tratta da: http://festafilosofia.xoom.it/virgiliowizard/sites/default/files/sp_wizard//usr/natoli.jpg)