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mercoledì 12 dicembre 2018

L'andamento della parola ...

“L’andamento mosso della parola, in cui improvvisamente, tra amici dediti senza invidia alla ricerca, si accende improvvisa una luce […] una verità che accade e si manifesta senza mai potersi davvero trasformare in stabile possesso. Una verità che non viene prodotta dal parlante, ma scoperta”

(U. Perone, Il racconto della filosofia. Breve storia della filosofia, Queriniana, Brescia, 2016, p. 27)


(Url: https://cdn.pixabay.com/photo/2016/03/17/04/34/conversation-1262311_960_720.png)

venerdì 19 febbraio 2016

Tentazioni

"1-2: In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.

3-4: Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».

5-7: Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non tentare il Signore Dio tuo"».

8-11: Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto"». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano"

(Mt IV, 1 - 11)

Queste parole ci interpellano personalmente perché quel che accade a Gesù è lo stesso che accade anche a noi, nella nostra immediata quotidianità, e molto più spesso di quanto non si sia in grado di riconoscere.




Innanzitutto, la situazione iniziale. Il deserto. Non l'amena immagine o fantasia che possiamo coltivare di un luogo esterno privo di civilizzazione, ma, all'esatto contrario, l'assenza di umanità che prova e che prostra, anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando così non ci sembra, anche quando non siamo disposti a riconoscerlo. Ecco che lo spazio luminoso e vivido che dimoriamo assume le fattezze sinistre del deserto, dell'abbandono, dell'assenza di umanità, della metafora di quella umana condizione che consiste nella vulnerabilità, nella debolezza, nella fragilità ...




In questi momenti, si prova solitudine, sofferenza, inquietudine, e fame .... fame spirituale certo, ma anche fame morale, anche fame materiale ...




E questa situazione di inaridimento esistenziale ci espone all'attacco, al tranello, alle tentazioni. Gesù condivide con noi, con tutti noi, con ciascuno di noi, la pienezza della condizione umana, eccetto il peccato, e sperimenta su di sé l'asperità della vita terrena, il deserto, la fame, le tentazioni.



Proprio quando è più vulnerabile, l'avversario gli si accosta e si sente la sua voce astuta. Egli conosce ed usa, ma in modo strumentale, le scritture, al fine di indurre nella confusione, nel non retto discernimento, nell'equivoco, e, quindi, nel peccato.

L'invito a tramutare le pietre in pane è la prima e fondamentale tentazione che colpisce l'uomo, ovvero quella di radicarsi nel mondo, in una condizione solamente materiale, disconoscendo così quella spirituale. Il serpente, strisciante e misterioso, colpisce direttamente l'umanità nella sua fragilità. Hai fame? Mangia! Hai fame e sei Dio? Usa i tuoi poteri per trasformare i sassi nel tuo cibo.

Questa è la tentazione del pane ...

Ma Gesù gli replica: il cibo è importante per l'uomo, ma non è tutto. Di gran lunga più importante è la comunione con Dio, ovvero cibarsi del pane del cielo.

Successivamente, allora, ancora, il tentatore lo conduce sulla sommità del Tempio e lo tenta ancora, con le antiche parole delle prime tentazioni ... sei Dio, no? E allora gettati di sotto, tanto gli angeli accorreranno a salvarti. Ancora, il serpente distorce le parole bibliche per ingannare gli uomini, e separarli così da Dio. Pensa a salvarti tu, agli altri penseranno altri. Quante volte abbiamo sentito questa tentazione? quante volte abbiamo concepito questo pensiero? Quante volte la voce del serpente è giunta, sinistra e misteriosa, alle nostre umili orecchie? Pensa a te stesso, degli altri non curarti ...

Ma Gesù, ancora, gli replica: non tentare il Dio tuo! E non facciamo spesso così anche noi? Salvaci, ma lascia morire gli altri ... quante volte l'egoismo si frappone tra noi e Dio? Quante volte il serpente si interpone tra noi e Gesù? Gesù potrebbe fare quanto propostogli dal tentatore, ma non lo fa. Potremmo chiedere a Dio chissà quali prodigi o miracoli, per noi o per altri, ma questa sarebbe fare la sua volontà? Di chi sarebbe, infatti, funzione questa richiesta? Questa preghiera? Questa orazione? Per chi la faremmo?

Questa è la tentazione del prestigio ...




Infine, Gesù viene portato in cima alla vetta di un monte altissimo e dall'alto il serpente gli mostra tutti i regni e le ricchezze della terra e gli pone l'ultimo, e più sottile, inganno: adorami, e tutto quello che vedi sarà tuo ...



Ancora una volta cerca di farsi adorare come un Dio, cerca di sottrarre le creature al Creatore, cerca di frapporsi fra le prime e l'Ultimo ... ma non propone i beni del cielo, solo i beni effimeri della terra! Eppure, la tentazione è forte, non solo per Gesù, ma per ciascuno di noi ... onore e potenza, ricchezza e sazietà!

Gesù, però, lo tacita, lo scaccia, lo disperde, con le parole del primo, e fondamentale, comando divino: solo a Dio renderai culto!

Ma quante volte abbiamo coltivato idoli? Quante volte abbiamo cercato il potere? Quante volte abbiamo ceduto alla seduzione della corruzione? Alla seduzione della potenza terrena? Sul mondo? Sugli altri? Millenni son passati, ma l'uomo è sempre lo stesso del racconto biblico, assaggia il frutto proibito e diventa come Dio ...

La tentazione del potere ...



(url: http://www.it.josemariaescriva.info/image/tentgde.jpg)

martedì 23 dicembre 2014

Non contraddizione aristotelica? Una replica!

Non è mia abitudine, ma stavolta lo faccio: il presente post è la risposta ad un commento che recentemente ho ricevuto al mio post da titolo Aristotele ... l'ingannatore!, e che trovate anche nella stessa sede come risposta.


(url immagine: http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/20111007101103.jpg)


La ripropongo qui perché la trovo particolarmente "illuminante", e non me ne vogliamo i miei telchini!

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Aristotele ... l'ingannatore! Dialettica nell'elen...": 

E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?

Oppure la distinzione Pensiero / Incontraddittorietà è essa stessa una distinzione contraddittoria, in quanto pensare è pensare-incontraddittoriamente o non è pensare (ossia sono un medesimo: e distinguere un medesimo, come tu fai, è assurdo perché impossibile).

Ma un altro aspetto:
"L'interlocutore (B) cade proprio dove avrebbe dovuto tenere, passando, e contraddittoriamente, da un atteggiamento negativo ad un atteggiamento affermativo, prima nega, poi afferma, il (PDNC)."
Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?
Se è reale, allora il principio è realmete negato (e non è affatto riaffermato, ma appunto è invalidato);
se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica.

Come ne esci?

Caro Kumpel Marco, innanzitutto ti ringrazio per il tuo commento: vuol dire che il post, benché pessimo, è stato oggetto di lettura, peraltro attenta, da parte di qualcuno.
Ma veniamo a noi, dato che non è affatto mia intenzione ignorare le obiezioni di terzi, oltre a non essere mia abitudine farlo.
Mi chiedi: “E' il PdNC che fonda il Pensiero o il Pensiero che è il fondamento del PdNC?”. Trovo che sia una reduplicazione, di per sé inutile, del problema. Infatti, potremmo, e provocatoriamente, riformulare il quesito nella forma seguente: il pensiero – con la ‘p’ minuscola – fonda il PDNC oppure è fondato dal PDNC? Così posta la problematica non ne usciamo. Infatti, qual è, se vi è, la distinzione tra pensiero e PDNC? Il pensiero è pensiero se, e solo se, funziona in conformità al PDNC, altrimenti abbiamo altro che non sia pensiero, ossia poesia, mito, narrativa, etc. Ma se il pensiero incorpora il PDNC, viene meno l’obiezione: non è che il PDNC fondi il pensiero e/o il pensiero sia fondamento del PDNC. No?
Ma passiamo alla seconda obiezione, di per sé, più interessante. Citando un mio passo, argomenti: “Intendendo qui PdNC quale dimostrazione della innegabilità dell'incontraddittorio, chiedo:
la negazione del principio è reale o no?”. Bene. Assumiamo che la negazione sia reale, di conseguenza, dici, il PDNC sarebbe realmente negato, e, quindi, invalidato. Problema: negare non equivale ad invalidare. La negazione, proprio in quanto tale, deve essere dimostrata, cioè reggere l’onere della prova. Onere che lo svolgimento stesso del movimento elenctico in Aristotele esclude in partenza. Detto altrimenti, per quale motivo ammesso, e non concesso, che la negazione del PDNC sia reale, dovremmo concludere che sia inutile proseguire il discorso dato che il PDNC verrebbe meno? E, per di più, chi o cosa ci assicura che così procedendo noi non si stia adoperando propriamente il PDNC che si nega e che vorremmo non più valido? Di conseguenza, la negazione del PDNC dovrebbe essere ipotetica. Ma, sostieni tu, “se invece non è reale la sua negazione, allora non è reale nemmeno la sua riaffermazione elenctica”. E per quale motivo, che possa dirsi sensato? Peraltro, mi pare che tu stia equivocando tra dimostrazione elenctica e sussistenza del PDNC iuxta propria principia. Intendo dire: Aristotele ha l’ardire di dire l’indicibile, vale a dire elevare alla dimensione di parola quanto quest’ultima, per virtù, presuppone. In altri termini, il logos non può parlare di sé stesso, pena o l’equivoco o il fraintendimento o l’errore o il girare a vuoto … la parola non può parlare dei presupposti o fondamenti della parola stessa! Tant’è che lo stagirita, infatti, evita questo problema partendo dal negatore del PDNC, senza in prima persona assumere l’onere dell’inevitabile prova che, in caso contrario, gli verrebbe, e giustamente, richiesta (parli del PDNC, bene dimostralo!). Ora, la dimostrazione elenctica nega la posizione del negatore del PDNC. Ci troviamo, cioè, in una posizione derivata e indiretta di confronto sul PDNC, oggetto al di fuori della portata stessa della parola o logos … Ma concediamo che la tua obiezione sia fattibile, ecco come ne esco: non è forse vero che per poter distinguere, e in maniera sensata, tra le due alternative, e per cogliere anche la presenza stessa di eventuali contraddizioni e incoerenze, non necessitiamo appunto del PDNC? Dunque, ti chiedo: possiamo davvero uscire dallo spazio di parola concessoci dal PDNC?

Chiusa finale: il gioco retorico di Aristotele è chiaramente una finzione, ma è drammaticamente efficace non tanto per la confutazione del confutatore del PDNC, il quale, a rigore, manco potrebbe sognarsi di costituirsi in quanto tale, dato che, a sua volta, dovrebbe proprio far uso del PDNC; ossia di quel che vorrebbe negare, ma nel momento iniziale del movimento elenctico, vale a dire quando pone l’unica condizione essenziale per lo spazio del discorso: dire cose che abbiano senso e per me e per te, pena il silenzio delle piante.