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giovedì 30 marzo 2017

Conoscenza (Florenskij) #4

"Distinguere la conoscenza dalla nescienza è conoscere la conoscenza, giacché nel distinguere almeno confusamente, conosciamo ciò che ci fa distinguere la conoscenza dalla nescienza, ne conosciamo l'essenza"

(P. Florenskij, L'infinito nella conoscenza, Mimesis, Milano, 2014, p. 22)


(url: http://photos1.blogger.com/blogger/8011/2074/400/florenski1899I.jpg)

domenica 26 marzo 2017

Video lezione Locke #1

Mettiamoci in gioco!

Riprendendo, sia pure in maniera del tutto sporadica, il progetto pensato l'anno scorso, comincio da oggi una breve serie sulla dottrina gnoseologica di Locke.

La qualità non è professionale, ma, d'altro canto, non è confezionare video la mia professione! E orecchio ai contenuti!

Per il resto, e come sempre, buona visione e buono studio!


giovedì 23 marzo 2017

Conoscenza (Florenskij) #3

"della conoscenza sappiamo che essa non è nescienza, non-conoscenza. sappiamo che la conoscenza non equivale alla nescienza [...] La conoscenza sa di se stessa, cioè sa di essere proprio conoscenza e non qualcos'altro"

(P. Florenskij, L'infinito della conoscenza, Mimesis, Milano, 2014, p. 21)


(url: http://www.laconfederazioneitaliana.it/wp-content/uploads/2016/01/flor_nab.jpg)

venerdì 17 marzo 2017

Conoscenza (Florenskij) #2

"La bipolarità soggetto-oggetto dell'atto conoscitivo costituisce in sostanza il dato di partenza e l'oggetto della ricerca gnoseologica [..] E' chiaro, pertanto, che il vero intendimento della teoria della conoscenza sia sciogliere questo nodo problematico, rimuovere dalla dualità dell'atto conoscitivo l'aura di meraviglia e predisporre per il pensiero delle "balestre di sospensione" tali che esso possa procedere lungo la via della conoscenza [...] La teoria della conoscenza è e deve essere monista"

(P. Florenskij, L'infinito nella conoscenza, Mimesis, Milano, 2014, pp. 15 - 6)


(url: http://www.ilsussidiario.net/img/_THUMBWEB/Betti_florenski_439x302_ok_thumb400x275.jpg)

mercoledì 8 marzo 2017

Conoscenza (Florenskij) #1

"Ogni ricercatore della conoscenza [...] deve muovere indubbiamente da un punto comune a tutte le teorie della conoscenza, il quale contempli nel medesimo atto conoscitivo la compresenza di soggetto e oggetto di conoscenza"

(P. Florenskij, L'infinito nella conoscenza, Mimesis, Milano, 2014, p. 15)


(url: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/34/Pavel_Florensky.jpg/220px-Pavel_Florensky.jpg)

giovedì 12 maggio 2016

Kant ... FAQ!

(immaginando di dialogare costruttivamente con degli studenti di quarto anno su Kant, ecco una FAQ sul criticone!)


Qui la FAQ!

mercoledì 16 dicembre 2015

Gorgia ... chi era costui?


"Che niente esista Gorgia dimostra in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l’essere o il non-essere o l’essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c’è, ma neppure l’essere c’è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere l’essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall’essere o dal non-essere. Ma non è nato dall’essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può generare.


Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero anche l’inverso, che non si può dire che l’essere sia pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l’essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è contrario all’esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà aver pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l’essere non è pensato.

Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l’udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l’oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall’oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare audibile, e viceversa, così l’essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser manifestato ad altri"

(Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 65 ss)


mercoledì 17 giugno 2015

Appunto alla rappresentazione grafica della conoscenza




(url immagine: http://giotto.ibs.it/cop/copj170.asp?f=9788874661220)

Nel testo presente trovo valida la seguente distinzione tra mappe concettuali e mappe mentali, per una realtà, quella scolastica, molto confusa ed imprecisa al riguardo.

Le prime, infatti, adoperano una matrice cognitiva di tipo "connessionista" (p. 21).

Le seconde, invece, ne adoperano un'altra di tipo "associazionista" (p. 21).

Tali differenze sono riconducibili "alla diversa natura strutturale della rappresentazione" (p. 22).

In altri termini, non è sufficiente dare  una veste iconica o di schema alle conoscenze perché queste diventino immediatamente efficaci sul piano didattico, ma è bene porsi la questione seguente: a che scopo ne forniamo una rappresentazione grafica? Vogliamo indicare relazioni tra concetti? Oppure desideriamo classificare le informazioni?

Rispondete a tale questione è, ai presenti fini, cruciale, dato che fa giustizia della confusione suddetta e della maniera poco trasparente con la quale gli operatori scolastici vi si avvicinano.

Infatti, se desideriamo rendere visibili le connessioni concettuali tra le conoscenze, allora costruiamo delle mappe concettuali. Se, al contrario, desideriamo classificare le informazioni secondo criteri o modelli o chiavi razionali, allora, costruiamo delle mappe mentali.

Ma, e più a fondo, mi si consenta il seguente affondo: sono didatticamente efficaci le rappresentazioni grafiche della conoscenza? Secondo me, tutto dipende da due pre - condizioni: 

1) tali rappresentazioni devono essere costruite "insieme" agli alunni, altrimenti resta l'ennesimo medium didattico inefficace;
2) tali rappresentazioni sono sempre successive allo studio, altrimenti si equivoca sul rapporto tra contenuti e strumenti.

Invece, e purtroppo, si assiste troppo spesso a docenti che si costruiscono le loro mappe, o le reperiscono on - line, e che poi le propinano agli alunni, meravigliandosi ogni volta del loro disinteresse o del loro mancato profitto!

La rappresentazione grafica della conoscenza accosta, non sostituisce, i contenuti di studio, altrimenti ci si sbaglia, e di grosso, nell'attribuirle una potenza didattica che, oltre ad essere prodigiosa, proprio non ha. Sarebbe un po' come quei docenti che annettono chissà quali possibilità didattiche al computer e poi si meravigliano che, lasciati davanti questi ultimi, gli alunni non producano!

Allora, chiariamoci bene le idee e scegliamo prima le finalità rispetto alle quali la costruzione di rappresentazioni grafiche della conoscenza deve rispondere!

lunedì 21 ottobre 2013

Esclusione ...

"le stesse forme di sapere e di pensiero tradizionalmente coltivate nei sistemi scolastici e formativi generano nuove forme di disparità, nuove barriere cognitive e comunicative che ostacolano la costruzione attiva e critica della conoscenza"

(R. Buono, Conoscenza e inclusione formativa, ESA, Pescara, 2010, p. 47)

Com'è vero! E com'è falso anche!

Il problema sta tutto dentro il rapporto includente/escludente di alunno e mondo ...

Un rapporto franco e secco ...

Un rapporto nuovo ed antico ...

Lo stesso da sempre ...

Allora, di chi dobbiamo prenderci cura?

Degli alunni o del mondo?


(immagine tratta da: http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRj39SrxGv7pEShiwc7KA7nM9i_60SpLmjU3z17O8LGt35VzxCYPQ)



venerdì 5 luglio 2013

Aurea mediocritas

"la nostra conoscenza non concerne una presunta realtà in sé caratterizzata attualmente da un certo insieme di predicati inaccessibili al soggetto conoscente, ma la realtà da un certo punto di vista, vale a dire alla luce di quei predicati che la realtà manifesta a noi proprio per il fatto che, nella sua considerazione, assumiamo un determinato punto di vista. Così concepita la realtà […] presenta una struttura di tipo disposizionale, ossia non è caratterizzata da sole proprietà attuali […] ma è tale da manifestare certe proprietà solo se si realizzano le condizioni conoscitive relative all’assunzione di un determinato punto di vista. Naturalmente questa visione presuppone che non tutte le proprietà della realtà abbiano un carattere disposizionale, ma che certe modalità strutturali delle cose in quanto ci appaiono siano anche modalità strutturali del loro essere"


(S. Galvan, Non contraddizione e terzo escluso. Le regole della negazione nella logica classica, intuizionista e minimale, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 156)


Forse la via terza rispetto ai nuovi realisti e agli irriducibili debolisti, il punto di contatto tra la dura realtà materiale e la soffice rappresentazione concettuale ...

mercoledì 3 aprile 2013

Triangolazioni

"la coincidenza tra segni scritti e discorsi orali riduce le parole a cose, fa del linguaggio un mondo e apre la strada all’emergere dell’idea stessa di rappresentazione, in cui l’antico evento sociale linguistico si spezza in due mondi autonomi, un “mondo di segni”, il linguaggio, convenzionale e interpretato da “regole”, che si lascia “scrivere” e “parlare” e che deve riflettere un “mondo di cose”, sordo e muto, la realtà, che invece si lascia “rappresentare”"

(L. Borzacchini, Il computer di Platone. Alle origini del pensiero logico e matematico, Edizioni Dedalo, Bari, 2005, p. 71)



L'importanza della semiotica è qui non trascurabile, e nemmeno per l'interesse proprio della logica la quale, primariamente, quanto inevitabilmente, si trova nel mezzo del guado tra pensiero e realtà, alle prese con quello strumento imperfetto che è il linguaggio.



Scivolando ora verso l'uno ora verso gli altri due angoli, la logica percorre del tutto i vertici progressivi del cosiddetto triangolo semiotico il quale descrive, ed esprime altrettanto bene, l'intera esperienza umana interna al mondo, sia pure nei termini di polarizzazioni differenti: 1) mente; 2) realtà; e, 3) linguaggio.



Rispettivamente, non tre mondi diversi, ma tre maniere complementari di rappresentare ordini differenti di oggetti: a) i pensieri; b) le cose; c) le enunciazioni.



Tanto (a) quanto (b) e (c) non fanno altro che fornire descrizioni possibili di enti diversi, siano essi attinenti alla mente, alla realtà oppure al linguaggio stesso.



Forse, la semiotica, più che essere una teoria dei segni, probabilmente incompiuta, e per forza di cose proprio così, appare essere lo strumento non della conoscenza delle cose del mondo, ma della loro interpretazione.



E questo tanto basta per liquidare le pretese postmoderne di sostituzione della realtà con la finzione, o della riduzione della prima alla seconda: per interpretare, e costruire, mondi, bisogna prima conoscere il mondo, averne cioé conoscenza.



Questo, ovviamente, indipendentemente dal fatto che comunque la conoscenza sia un processo attivo, e non passivo, di accesso al mondo e alle informazioni che se ne possono derivare.







(immagine tratta da: http://www.google.it/url?sa=i&source=images&cd=&cad=rja&docid=nLlLunji2ZB3cM&tbnid=XhHYIeXk6LCKZM:&ved=0CAgQjRwwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.wikideep.it%2Flouis-hjelmslev%2F&ei=gDpcUZi0BIX74QT704HADg&psig=AFQjCNEk_yjViI6pTZYTjeamuY7HHyBOyg&ust=1365085184186877)



Alessandro Pizzo

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