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venerdì 31 maggio 2013

Inval ... sì!



Lo spauracchio degli ultimi anni per la scuola italiana non è più il taglio nei bilanci, cosa ormai accettata di buon grado, nonostante i suoi devastanti pesi e esistenziali, per chi vi lavora, e strutturali, per la qualità finale del servizio erogato, ma la cosiddetta valutazione (tutta italica) del sistema d'istruzione, e che passa attraverso i famigerati test Invalsi.

Non m'importa qui il merito della questione né tantomeno argomentare pro o contra gli stessi: m'interessa solamente aggiungere alla discussione una semplice indicazione, peraltro di assoluta banalità.

Leggo di passaggio in un recente testo di Viesti:


"Un insegnante di un liceo milanese frequentato dalla borghesia più agiata ha studenti che raggiungono risultati elevati, ma non è necessariamente più bravo di un insegnante che nell'hinterland napoletano lotta giorno dopo giorno per dare una formazione decente ai suoi ragazzi"[1]


E' una considerazione oserei dire ovvia dal momento che sussistono sul territorio delle differenze socioculturali difficilmente oscurabili. Una famiglia dove non circolano libri e dove il titolo di studio più elevato è la licenza elementare avrà figli che non potranno eccellere a scuola. E questo quasi indipendentemente dalla bravura o meno del personale scolastico.

Quando si avvia un processo di valutazione del sistema d'istruzione, bisognerebbe, per onestà intellettuale, tener conto anche di ciò, anche delle differenze socioculturali della rispettiva utenza, e non demandare il tutto a livelli (presunti) standard, peraltro molto elevati, valutati sulla base di griglie e crocette (sulle competenze di base in lettura, comprensione e calcolo).

Non è sbagliato valutare, è sbagliata, a mio sommesso parere, la modalità di valutazione, standard, e non flessibile nel caso specifico, così come è sbagliato l'uso retorico che pubblicamente si fa dei risultati.

Purtroppo, le precedenti rilevazioni sono state brandite per giustificare decisioni politiche peraltro già prese prima ancora di conoscere i dati statistici, al fine di dividere il Paese in zone non omogenee e per stilare vere e proprie graduatorie di merito tra gli operatori scolastici. In genere, al Nord i migliori, al Sud i peggiori.

Questo approccio è stato ideologico e poco produttivo in termini di resa statistica dei dati stessi.

Aggiunge ancora Viesti:

"Una valutazione si può fare in assoluto: dove funziona meglio che cosa. ma è assai più utile fatta in termini realtivi: dove funziona meglio che cosa, alla luce delle risorse utilizzate. Merito non significa che chi è più avanti è più bravo, se i punti di partenza non sono uguali. Il più bravo è chi, per dove opera e per le risorse che ha disposizione, raggiunge i risultati migliori"[2]

Invece, il ragionamento pubblico seguito è stato, grosso modo, il seguente: considerati i risultati conseguiti, è meglio non spendere altro denaro.

Il cane ha continuato a mordersi la coda: per migliorare le prestazioni, bisognerebbe spendere ancora di più, ma l'aleatorietà del rapporto costo - beneficio futuro sconsiglia l'investimento.


Pertanto, meglio confermare lo stereotipo del Nord civile, e virtuoso, e del Sud africano, e vizioso, che accettare di interpretare i nudi dati.

Ma questa, si sa, è politica, non statistica!


(immagine tratta da: http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/05/invalsi.jpg)


Note
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[1] Cfr. G. Viesti, “Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce” (Falso!), Laterza, Roma – Bari, 2013, p. 59.
[2] Ivi, p. 58.

lunedì 27 maggio 2013

Fora di ball!




Viviamo in tempi di retoriche pubbliche decisamente divisive. Tra queste, a mio sommesso parere, bisogna distinguere tra quelle realmente tali e quelle opportunisticamente gettate nella mischia dell'agone pubblico.



Perché opportunistiche? Perché chi le pronuncia sa benissimo che sono false, ossia non descrivono puntualmente come stiano le cose nella realtà, ma tornano utili nel tentativo retorico di convincere molti, e, quindi, nella direzione di coagulare un consenso intersoggettivo attorno ad una tesi, per fallibile che sia.



In tempi di magra poi i qualunquisti di tale risma hanno buon gioco nel soffiare sul vento dei contrasti interni a proprio favore, per ottenere qualche vantaggio magari elettorale adoperando per l'appunto simili retoriche pubbliche.



In passato ne è stata campione la Lega Nord, ma la crisi economica non solo ha accresciuto la concorrenza in tal senso, non a caso premiata alle ultime consultazioni politiche, ma ha riabilitato vecchi slogan di tempi felici che furono.


Tra questi vi ritroviamo la seguente retorica che nella sua apparente monolitica fermezza appare, prima facie, una tesi vera:


"Non importa quanto si spende, se poco o molto. Il fatto è che le politiche di sviluppo, e in genere le politiche pubbliche, che si fanno al Sud sono soldi buttati. quel che si spende si spreca; è inutile, in molti casi addirittura dannoso. Il Sud è la terra dello spreco. Che questo finisca o si riduca non può essere che una buona notizia"[1]



Quante volte abbiamo sentito negli ultimi decenni questo stesso slogan sotto apparenze e movenze diverse? Il ritornello, però, è sempre lo stesso: non conviene investire al Sud, meglio farlo altrove! 


Questa è sicuramente una retorica divisa nel senso che mira a dividere creando un coagulo di consenso attorno ad una tesi che divide gli uni e gli altri, i buoni da una parte, i cattivi dall'altra, i virtuosi qui, i viziosi lì ....


Essendo una retorica pubblica, funziona esattamente come una mitologia politica: serve a dividere i più e a compattare i pochi. In un Paese che arranca, suona confortante[2], anche se falso.


Certo, pur essendo una mitologia ha "una parte di verità"[3]. Molto denaro è stato speso, ma i suoi risultati appaiono miseri. Ma attenzione alla distorsione percettiva: sussistendo comunque un divario di partenza, è ingenuo pensare che investire in aree depresse possa in pochi decenni servire a colmare la differenza (pensando magari anche nel frattempo che le aree non depresse del Paese restino ferme al livello attuale). 


Peraltro, se di spreco si tratta, non si deve mai dimenticare che quanto è vero al Sud è anche vero al Nord, con un'unica solitaria e sconfortante differenza: l'inefficienza della politica è maggiormente visibile ove si trovano le difficoltà e meno ove sono minori le difficoltà. Come a dire che non ha senso comparare lo sviluppo urbano di Alba, in provincia di Cuneo, con lo sviluppo urbano di Marsala, in provincia di Trapani. Spendere 100 a Marsala non sortisce gli stessi effetti che avrebbe spenderli invece ad Alba. Non solo la differenza iniziale non verrebbe nemmeno intaccata, ma alla lunga sorgerebbero lamentele sullo spreco di denaro, a causa proprio dell'inefficienza dell'intervento medesimo.



Ecco allora che si presenta la classica figura degli argomenti speciosi: il cane che si morde la coda. Bisognerebbe investire ma siccome qualunque cifra spesa non sortisce i risultati attesi, meglio non spenderli affatto!



Quando si parla, allora, di "territori" lo si faccia con meno ideologia. Infatti, se si pone mente alle differenze territoriali, significa solamente riempirsi la bocca in chiave elettorale mentre irrisolti i problemi insistono sul territorio. Aggiunge Viesti che "Nel Mezzogiorno queste difficoltà sono ancora più accentuate"[4].


Ma i tempi di realizzazione delle opere, a prescindere dalla località geografica "sono spesso simili"[5]. Il cane continua a mordersi la coda: persistiamo nel guardare con occhi distorti la medesima realtà.


Se poi si fa valere solamente il criterio ragionieristico della "convenienza", chi ci garantisce che sia produttivo investire là dove già c'è ricchezza? E perché sarebbero importanti solo le grandi opere, anziché le piccole? Il dubbio che l'autore insinua è rilevante: la cosa importante non è grande o piccolo, ma opere "che siano di qualità, rapide, integrate in programmi coerenti e con chiari benefici una volta che vengono utilizzate"[6].


Quando si cammina su un marciapiede di Marsala molto spesso sembra di essere in Africa ... ma questo dice forse qualcosa sullo spreco dei soldi versati al Sud in spregio del duro lavoro del (resto del) Paese che produce?


Sì, che la retorica in questione è una comoda e rassicurante falsità che non rende giustizia alla complessità, anche storica, di un territorio che ha le sue difficoltà ma che non è di per sé sinonimo di spreco e, di conseguenza, da abbandonare al suo destino segnato.


E quando dovessi sentire ancora simili retoriche, risponderò a tono, con un altro motto dei gestori della divisione: "Fora di ball!".





(immagine tratta da: http://img3.libreriauniversitaria.it/BIT/240/653/9788858106532.jpg)


Note
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[1] Cfr. G, Viesti, "Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce" (Falso!), Laterza, Roma - Bari, 2013, p. 28.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 29.
[4] Ivi, p. 31.
[5] Ivi, p. 32.
[6] Ibidem.

Alessandro Pizzo

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