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lunedì 27 maggio 2013

Fora di ball!




Viviamo in tempi di retoriche pubbliche decisamente divisive. Tra queste, a mio sommesso parere, bisogna distinguere tra quelle realmente tali e quelle opportunisticamente gettate nella mischia dell'agone pubblico.



Perché opportunistiche? Perché chi le pronuncia sa benissimo che sono false, ossia non descrivono puntualmente come stiano le cose nella realtà, ma tornano utili nel tentativo retorico di convincere molti, e, quindi, nella direzione di coagulare un consenso intersoggettivo attorno ad una tesi, per fallibile che sia.



In tempi di magra poi i qualunquisti di tale risma hanno buon gioco nel soffiare sul vento dei contrasti interni a proprio favore, per ottenere qualche vantaggio magari elettorale adoperando per l'appunto simili retoriche pubbliche.



In passato ne è stata campione la Lega Nord, ma la crisi economica non solo ha accresciuto la concorrenza in tal senso, non a caso premiata alle ultime consultazioni politiche, ma ha riabilitato vecchi slogan di tempi felici che furono.


Tra questi vi ritroviamo la seguente retorica che nella sua apparente monolitica fermezza appare, prima facie, una tesi vera:


"Non importa quanto si spende, se poco o molto. Il fatto è che le politiche di sviluppo, e in genere le politiche pubbliche, che si fanno al Sud sono soldi buttati. quel che si spende si spreca; è inutile, in molti casi addirittura dannoso. Il Sud è la terra dello spreco. Che questo finisca o si riduca non può essere che una buona notizia"[1]



Quante volte abbiamo sentito negli ultimi decenni questo stesso slogan sotto apparenze e movenze diverse? Il ritornello, però, è sempre lo stesso: non conviene investire al Sud, meglio farlo altrove! 


Questa è sicuramente una retorica divisa nel senso che mira a dividere creando un coagulo di consenso attorno ad una tesi che divide gli uni e gli altri, i buoni da una parte, i cattivi dall'altra, i virtuosi qui, i viziosi lì ....


Essendo una retorica pubblica, funziona esattamente come una mitologia politica: serve a dividere i più e a compattare i pochi. In un Paese che arranca, suona confortante[2], anche se falso.


Certo, pur essendo una mitologia ha "una parte di verità"[3]. Molto denaro è stato speso, ma i suoi risultati appaiono miseri. Ma attenzione alla distorsione percettiva: sussistendo comunque un divario di partenza, è ingenuo pensare che investire in aree depresse possa in pochi decenni servire a colmare la differenza (pensando magari anche nel frattempo che le aree non depresse del Paese restino ferme al livello attuale). 


Peraltro, se di spreco si tratta, non si deve mai dimenticare che quanto è vero al Sud è anche vero al Nord, con un'unica solitaria e sconfortante differenza: l'inefficienza della politica è maggiormente visibile ove si trovano le difficoltà e meno ove sono minori le difficoltà. Come a dire che non ha senso comparare lo sviluppo urbano di Alba, in provincia di Cuneo, con lo sviluppo urbano di Marsala, in provincia di Trapani. Spendere 100 a Marsala non sortisce gli stessi effetti che avrebbe spenderli invece ad Alba. Non solo la differenza iniziale non verrebbe nemmeno intaccata, ma alla lunga sorgerebbero lamentele sullo spreco di denaro, a causa proprio dell'inefficienza dell'intervento medesimo.



Ecco allora che si presenta la classica figura degli argomenti speciosi: il cane che si morde la coda. Bisognerebbe investire ma siccome qualunque cifra spesa non sortisce i risultati attesi, meglio non spenderli affatto!



Quando si parla, allora, di "territori" lo si faccia con meno ideologia. Infatti, se si pone mente alle differenze territoriali, significa solamente riempirsi la bocca in chiave elettorale mentre irrisolti i problemi insistono sul territorio. Aggiunge Viesti che "Nel Mezzogiorno queste difficoltà sono ancora più accentuate"[4].


Ma i tempi di realizzazione delle opere, a prescindere dalla località geografica "sono spesso simili"[5]. Il cane continua a mordersi la coda: persistiamo nel guardare con occhi distorti la medesima realtà.


Se poi si fa valere solamente il criterio ragionieristico della "convenienza", chi ci garantisce che sia produttivo investire là dove già c'è ricchezza? E perché sarebbero importanti solo le grandi opere, anziché le piccole? Il dubbio che l'autore insinua è rilevante: la cosa importante non è grande o piccolo, ma opere "che siano di qualità, rapide, integrate in programmi coerenti e con chiari benefici una volta che vengono utilizzate"[6].


Quando si cammina su un marciapiede di Marsala molto spesso sembra di essere in Africa ... ma questo dice forse qualcosa sullo spreco dei soldi versati al Sud in spregio del duro lavoro del (resto del) Paese che produce?


Sì, che la retorica in questione è una comoda e rassicurante falsità che non rende giustizia alla complessità, anche storica, di un territorio che ha le sue difficoltà ma che non è di per sé sinonimo di spreco e, di conseguenza, da abbandonare al suo destino segnato.


E quando dovessi sentire ancora simili retoriche, risponderò a tono, con un altro motto dei gestori della divisione: "Fora di ball!".





(immagine tratta da: http://img3.libreriauniversitaria.it/BIT/240/653/9788858106532.jpg)


Note
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[1] Cfr. G, Viesti, "Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce" (Falso!), Laterza, Roma - Bari, 2013, p. 28.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 29.
[4] Ivi, p. 31.
[5] Ivi, p. 32.
[6] Ibidem.

Alessandro Pizzo

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mercoledì 16 gennaio 2013

Il vento mi racconta che ...


(immagine tratta da: http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT8If6CcC2U5REfuneJZVWQLprHiBg6-mXMYi93ZTbAb-YhrdJ-m-myRRhzVA)



"un “mito” è “vero” se funziona; e a poco vale rifiutarsi alla “retorica”, se essa si dimostra in grado di muovere energie collettive e produrre comportamenti conseguenti […] non possiamo poi scandalizzarci se qualcuno, invece di riferirsi all’”invenzione” dell’Italia, preferisce negli ultimi venti o trent’anni “inventare” qualche cosa di ancora abbastanza indefinito che chiama Padania. Proprio perché classi, nazioni, appartenenze, identità sono “miti”, cioè processi mentali d’ordine collettivo: e fioriscono o ristagnano, si evolvono o si involvono, con il sentire della gente: non necessariamente “di tutti”, ma di quanti basta per tirarsi dietro gli altri […] Ai nostri giorni, il Risorgimento, così come la Resistenza, appare in sofferenza – comunica meno di prima o comunicano cose diverse - anche perché sta cambiando il vocabolario e hanno assunto diversa rilevanza o hanno cambiato di senso concetti e parole-chiave, come politica, partito, comunista, anticomunista, totalitario ecc. è un cataclisma politico, che si riferisce al presente e al futuro, ma vi adibisce anche il passato"

(M. Isnenghi, I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell’unificazione nazionale, in A. Del Boca (ed.), La storia negata. Il Revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza, 2009, p. 41)


Nelle retoriche pubbliche, in special modo quelle divisive negli ultimi trent'anni, forse a causa di quel che non esito a definire l'equivoco del '92, si fa ampio uso negativo dei miti: inventare di sana pianta genealogie, più o meno fantasiose, ricostruzioni, più o meno false, per giustificare un'idea, un progetto politico, un mandato amministrativo, burocratico o governativo in netto contrasto con l'andamento generale e convenzionale delle opzioni pubbliche.




Non so se sia cambiata la "cultura" generale, di certo è cambiato il significato delle parole della politica.





Pertanto, siamo, come Lyotard, perplessi innanzi allo spettacolo inverecondo, e poco pudico, della nostra (post)politica nostrana.





Quando si parla in campagna elettorale, va bene che si può affermare (quasi) tutto (e anche il suo contrario), ma cosa s'intende quando si adoperano certe locuzioni? Qual è il loro referente semantico?




Il vento narra ...

Le nuvole raccontano ...

I fiumi scorrono via ....



(immagine tratta da: http://mainikka.altervista.org/wp-content/uploads/2011/12/ulisse1.jpg)

martedì 15 gennaio 2013

Riguardo a "Roma ladrona" ...

"confluiscono in quel voto la congiunta crisi dell’identità nazionale e della subcultura cattolica e al tempo stesso il risentimento di strati sociali che si erano affermati negli anni ottanta e che sono costretti ora a ridimensionamenti e freni: «figli di un benessere minore», che nello Stato centrale («Roma ladrona») e nei suoi sprechi rovesciano la colpa prima di difficoltà e ingiustizie. E all’appartenenza territoriale si aggrappano, cercandovi radici smarrite e antidoti rassicuranti al disagio e allo spaesamento"


(G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma, 2009, p. 177)




Se questo era vero per la crisi degli anni '80, dopo il '92, e ancor più oggi, dato che tutti ripetono il mantra della crisi, cosa dovremmo dire? O, meglio, cosa possiamo legittimamente aspettarci dalla crisi della (post-)politica? 


Questo è, a tutti gli effetti, un interrogativo che brancola nell'oscurità, una domanda inquietante costitutivamente aperta per i nostri (poveri) figli!