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venerdì 26 aprile 2013

Tramonto della Prima Repubblica

"La lunga agonia della prima Repubblica ricordava ad alcuni gli avvenimenti che si erano svolti cinquant’anni prima, nel 1943. Ma il sistema politico che stava finendo non era stato un regime, come appariva evidente proprio se lo si paragonava al solo regime che c’è stato in Italia, quello fascista […] La crisi del sistema politico, inoltre, nasceva dal suo interno, per le difficoltà intrinseche di funzionamento dovute al suo invecchiamento […] In nessun modo, in realtà, il tramonto della prima Repubblica poteva essere paragonata al crollo del fascismo"

(A. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 347)


Il discorso di Lepre fila liscio, almeno in apparenza.


Solo che, a mio sommesso parere, non trovo altra manifestazione storiograficamente più equivoca della presente, forse molto più della Morte della patria di Della Loggia.


Il problema, si badi, non risiede nell'accostare il biennio 1992 - 1994 al biennio 1943 - 1945, essendo un'ipotesi di ricerca può starci benissimo, ma nell'invertire la normale dinamica storiografica (dal presente verso il passato) e nel considerare, di conseguenza, il '92 uno spatiacque epocale tra un "prima" e un "dopo", tra la cosiddetta Prima e la cosiddetta Seconda Repubblica.


Parlare di tramonto della Prima Repubblica, per suadente e persuasivo che possa essere, non lo nego, è quanto meno fuorviante: quando mai è tramontata qualcosa come la Repubblica Italiana in quegli anni?


Eppure, pensiamo, anche solo per un attimo, alla mole di opinioni e miti simbolici che vi si sono costruiti sopra ...



Ecco, Lepre offre il fianco, a mio sommesso parere, a quella costruzione simbolica che in altri post ho identificato come l'equivoco del '92!


Il volere, a tutti i costi, vedere in tali anni un mutamento che di epocale ebbe ben poco, equivocando tra normali flussi storici congiunturali e svolte definitive.



Una seria riflessione al riguardo, invece, dovrebbe far giustizia di tali deviazioni e di tali processi culturali i quali, mi pare abbastanza chiaro, vennero messi in pratica in cerca di "sponsor" nascenti proprio in quegli anni.


Come a dire che la "domanda" di storia, così come di cultura, non è mai libera, almeno non del tutta.


Questi post, invece, sì.



(immagine tratta da: http://img3.libreriauniversitaria.it/BIT/240/713/9788815097132.jpg)

mercoledì 16 gennaio 2013

Il vento mi racconta che ...


(immagine tratta da: http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT8If6CcC2U5REfuneJZVWQLprHiBg6-mXMYi93ZTbAb-YhrdJ-m-myRRhzVA)



"un “mito” è “vero” se funziona; e a poco vale rifiutarsi alla “retorica”, se essa si dimostra in grado di muovere energie collettive e produrre comportamenti conseguenti […] non possiamo poi scandalizzarci se qualcuno, invece di riferirsi all’”invenzione” dell’Italia, preferisce negli ultimi venti o trent’anni “inventare” qualche cosa di ancora abbastanza indefinito che chiama Padania. Proprio perché classi, nazioni, appartenenze, identità sono “miti”, cioè processi mentali d’ordine collettivo: e fioriscono o ristagnano, si evolvono o si involvono, con il sentire della gente: non necessariamente “di tutti”, ma di quanti basta per tirarsi dietro gli altri […] Ai nostri giorni, il Risorgimento, così come la Resistenza, appare in sofferenza – comunica meno di prima o comunicano cose diverse - anche perché sta cambiando il vocabolario e hanno assunto diversa rilevanza o hanno cambiato di senso concetti e parole-chiave, come politica, partito, comunista, anticomunista, totalitario ecc. è un cataclisma politico, che si riferisce al presente e al futuro, ma vi adibisce anche il passato"

(M. Isnenghi, I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell’unificazione nazionale, in A. Del Boca (ed.), La storia negata. Il Revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza, 2009, p. 41)


Nelle retoriche pubbliche, in special modo quelle divisive negli ultimi trent'anni, forse a causa di quel che non esito a definire l'equivoco del '92, si fa ampio uso negativo dei miti: inventare di sana pianta genealogie, più o meno fantasiose, ricostruzioni, più o meno false, per giustificare un'idea, un progetto politico, un mandato amministrativo, burocratico o governativo in netto contrasto con l'andamento generale e convenzionale delle opzioni pubbliche.




Non so se sia cambiata la "cultura" generale, di certo è cambiato il significato delle parole della politica.





Pertanto, siamo, come Lyotard, perplessi innanzi allo spettacolo inverecondo, e poco pudico, della nostra (post)politica nostrana.





Quando si parla in campagna elettorale, va bene che si può affermare (quasi) tutto (e anche il suo contrario), ma cosa s'intende quando si adoperano certe locuzioni? Qual è il loro referente semantico?




Il vento narra ...

Le nuvole raccontano ...

I fiumi scorrono via ....



(immagine tratta da: http://mainikka.altervista.org/wp-content/uploads/2011/12/ulisse1.jpg)

venerdì 14 dicembre 2012

L'equivoco del '92



Recentemente mi sono occupato di quello chiamo equivoco del '92. In questa sede desidero solo esporre brevemente, e in sequenza lineare, le componenti di tale costruzioni concettuale che orienta, e talvolta anche determina, l'agenda politica nostrana, lasciando per strada o dimenticando il bene comune.

Senza alcuna pretesa di completezza, a mio sommesso parere, gli elementi costituenti di tale equivoco sono i seguenti:


1. il forte desiderio (palingenetico) di rigenerazione dell'intero sistema politico, a partire dalle regole piuttosto che dagli uomini (i veri responsabili del disastro);
2. il qualunquismo legislativo in forza del quale viene meno qualsiasi distinzione, de jure e de facto, sulla base della gerarchia delle fonti, tra "legge ordinaria", "decreto legge" e "legge costituzionale": tutto viene asservito alla logica del "fare in fretta", senza porre troppa attenzione a cosa viene davvero fatto così in fretta. Da questo punto di vista, peraltro, la legge perde il suo significato, divenendo un mero strumento di potere.
3. La strumentalità della legge veicola il seguente slittamento di senso: la legge, da un preciso colore politico, diviene una tecnica.
4. La tecnicità legislativa opera il seguente ulteriore slittamento di senso: il legislatore, da rappresentante elettorale di un preciso colore politico, diviene un tecnico che è lì solo per lavorare bene, come potrebbe fare  nel suo impiego privato.
5. la fretta nell'approvare, nel produrre, nell'operare tecnico svilisce il senso della dialettica parlamentare, il valore del confronto tra opposte parti, tra i diversi rami della compagine statuale, in nome di un decisionismo che, a dirla tutta, evoca sinistri ricordi della nostra storia recente ...
6. in breve, allora, il "politico" diviene il ladro, con l'aggravante di pensare, e a torto, che chiunque, al suo posto, potrebbe fare meglio. Ecco aperta la strada ai partiti personali, ai grillini, a tutta una varia umanità che pretende essere migliore dello stereotipo del "politico".
7. l'aumento della complessità legislativa, parlamentare, ed istituzionale, sempre in ossequio al dogma della "decisione", produce un insieme multiforme di opzioni politiche che intendono operare in nicchie: siamo così arrivati alle retoriche (pubbliche) divisioniste di leghisti, autonomisti, riformisti, revisionisti, presidenzialisti, etc. etc. Ciascuno ha in mente una ricetta, più o meno vaga, che, a suo dire, sarebbe, da sola, in grado di resuscitare il Paese, a patto, però, di aumentare il peso specifico di sue singole parti (lasciando, ovviamente, tutte le altre in malora!).
8. l'azione congiunta di dialettica global vs. local, vissuta altrove con maggiori antidoti psicologici e morali, porta l'italiano medio a considerarsi vittima della Germania, a vivere con insofferenza i vincoli di bilancio europei (che pure l'Italia ha ratificato nel suo diritto interno), e vagheggiare deliranti ritorni alla lira, quando era possibile, svalutando la divisa nazionale, favorire il debito dei grandi contribuenti e un'esistenza al di sopra delle possibilità per tanti altri (scaricando sulle future generazioni il peso del debito pubblico ...), e a desiderare l'avvento di un nuovo leader, carismatico, che, dall'alto, liberi gli italiani dal giogo del presente ottuso.
9. in parziale conferma o conseguenza dell'elemento (8), bisogna aggiungere che tale desiderio, alla stregua di quello di Bengodi, ha una natura prettamente "viscerale", "umorale", irrazionale, che non tiene affatto conto della realtà, e che rifocilla l'impoliticismo italico ...
10. last, but not least, l'insieme degli elementi (1) - (9), descrive un orizzonte fosco per il Nostro Paese. probabilmente, aveva ragione Godel quando sostenne che qualsiasi ordinamento democratico ha in sé i germi della svolta autoritaria (non erano esattamente questi i termini del suo discorso, ma ci pensò Einstein a bloccarlo): quando si delinea una fuga dalla libertà (democratica in quanto costituzionale, e post-fascista), i pericoli divengono per tutti.


La domanda va, allora, girata, a tutti (sperando che quasi tutti siano in grado di comprenderne il senso e l'importanza): in che Paese desideriamo vivere domani?


(immagine tratta da: http://2.bp.blogspot.com/-JXvBbUKW-SY/TnRXhaaidBI/AAAAAAAAAI4/vhHdg6u6Tog/s1600/qualunquismo.jpg)

Alessandro Pizzo

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