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venerdì 20 maggio 2016

Formando (?) matematici ...

Può capitare di essere chiamato, pur senza particolari meriti, a formare i propri colleghi "matematici" sulla valutazione e sulle modalità di rilevazione strutturata delle competenze degli alunni ...

Può capitare di sentirsi obbligato ad istruire i propri colleghi, pur senza molto trasporto personale ...

Può capitare di trovarsi dentro un qualcosa di non particolarmente voluto o atteso e di dover comunque dare un senso a quel che si fa ...

Può capitare che comunque vada, anche con un uditorio adulto, si faccia esperienza dell'acquario: uno spazio etero, ed un tantino anche surreale, ove tanti pesci colorati boccheggiano e si spostano di qua e di là ...

... certo può capitare, ma non può capitare che si improvvisi un certo percorso formativo.

Ragion per cui, al seguente link, chi vuole, potrà prendere visione del filo di Arianna adoperato per tenere alta la motivazione dei colleghi sulla natura a dir poco noiosa della valutazione degli apprendimenti curriculari ...


lunedì 4 aprile 2016

Valutazione?

Dalla L. n. 53/2003 (tanto per capire il senso del lungo cammino ...)

"Art. 3.
(Valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo di istruzione e di formazione)

1. Con i decreti di cui all'articolo 1 sono dettate le norme generali sulla valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione e degli apprendimenti degli studenti, con l'osservanza dei seguenti principi e criteri direttivi:


a) la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti del sistema educativo di istruzione e di formazione, e la certificazione delle competenze da essi acquisite, sono affidate ai docenti delle istituzioni di istruzione e formazione frequentate; agli stessi docenti è affidata la valutazione dei periodi didattici ai fini del passaggio al periodo successivo; il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, nonché la continuità didattica, sono assicurati anche attraverso una congrua permanenza dei docenti nella sede di titolarità;

b) ai fini del progressivo miglioramento e dell'armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e di formazione, l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell'offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative; in funzione dei predetti compiti vengono rideterminate le funzioni e la struttura del predetto Istituto;

c) l'esame di Stato conclusivo dei cicli di istruzione considera e valuta le competenze acquisite dagli studenti nel corso e al termine del ciclo e si svolge su prove organizzate dalle commissioni d'esame e su prove predisposte e gestite dall'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione, sulla base degli obiettivi specifici di apprendimento del corso ed in relazione alle discipline di insegnamento dell'ultimo anno
"

martedì 23 febbraio 2016

Scuola, addio!


La valutazione è entrata con forza e in maniera quasi pervasiva nella scuola, ma non è dato sapere, almeno non esattezza, con quali finalità ... 

A tratti sembra un inevitabile epilogo di un lungo processo cominciato almeno trent’anni fa, e a tratti sembra quasi una sadica imposizione da parte dei poteri di turno. 


Comunque la si veda, però, appare davvero ostico applicare alla dimensione formativa per eccellenza, vale a dire alla scuola in quanto tale, strumenti e metodi di management e di empowerment codificati in altri settori. Forse perché la scuola non è un luogo di produzione di semplici prodotti materiali e forse perché errato è il modello astratto assunto a pietra di paragone dei grigi omini che vi lavorano, sempre più soli, sempre più tristi, sempre più vilipesi, sempre più poveri, all’interno di una scuola progressivamente inagibile, improduttiva, inefficace, povera, tagliuzzata qua e là, e mortificata da una considerazione sociale che la desidera marginale nella formazione delle giovani generazioni ...


Il tutto, ovvero la vicenda della valutazione di sistema, a volerla dire tutta, efficace metafora di un ideale di cultura comeniana “per tutti” che si avvia mesta e in solitaria lungo il viale dimesso e sconnesso del tramonto mentre la scuola – istituzione si affolla caotica o alla coorte del potente del momento oppure corre dietro le sirene altisonanti della moda anglofana di turno. 


In mezzo, però, restano gli oscuri abitanti delle – non più – comunità di apprendimento, non solo chi vi lavora, ma gli stessi studenti, privati delle loro identità e abbandonati nella terra di mezzo delle furiose guerre dei discorsi ...


(url: http://www.uhu.es/cine.educacion/figuraspedagogia/comenius1.gif)

lunedì 15 febbraio 2016

Prolegomeni al merito ...



Se globalmente intesa, e liberi da condizionamenti, più o meno inconsci, oppure più o meno ideologici, fintantoché ci si limiti alla descrizione oggettiva del suo funzionamento, l’attuale dispositivo di valutazione di apprendimenti e qualità del servizio erogato (INVALSI; ndr) non sembra sortire difficoltà o criticità o pecche di rilevanza. Anzi, sembrerebbe quasi l’esito scontato di un processo tanto lungo quanto irto di cadute.

Se, invece, e al contrario, si mette da parte l’astratto neutralismo, dal vago sapore weberiano, e si esamina il burocratese con lenti attente, non è possibile né tacere né far finta che il tutto sia buono o così neutrale per come appaia prima facie.

Infatti, ogniqualvolta si attivi un percorso di valutazione lo si fa rispetto ad un modello ben preciso. Anche quando un docente valuta un alunno lo fa avendo in mente un modello determinato, sebbene del tutto astratto, di alunno, ed è in funzione di quest’ultimo che compara il rendimento di quello concreto. Allora, è appena il caso di chiedersi quale sia il modello ideale, e non scritto, e non esplicitato, e non pubblico, di scuola che si ha in mente. Infatti, sottoporre la scuola concreta alle forche caudine della valutazione significa, né più né meno, valutarla in riferimento ad un idealtipo ben preciso, altrimenti, e non credo sia questo il caso, si mette in campo tutta una struttura elefantiaca al solo scopo di fingere di valutare davvero. 


Quando il decisore politico ha imboccato questa strada, il disegno ideale era chiaro e preciso, e vale a dire avvicinare la scuola transeunte alla scuola ideale. Ma se così è, e nulla sembra confutare tale esame, o poterne inficiare la validità, la valutazione non appare affatto di natura meramente diagnostica o solamente conoscitiva. Al contrario, attiva un meccanismo di precisa imputazione di responsabilità a vari livelli, attribuendo e riconoscendo queste ultime ad attori chiaramente individuabili all’interno della struttura propria assunta dalla singola organizzazione scolastica. 


Viceversa, infatti, a cosa servirebbe accumulare una tale mole di dati ed informazioni? Per un misero desiderio di accumulo? Senza scomodare Freud, infatti, l’intento della struttura non è affatto quello di produrre conoscenza disinteressata in merito al reale, quanto, e piuttosto, quello di individuare “buoni” e “cattivi”, “virtuosi” e “viziosi”, “meritevoli” e “incapaci”. Ricondurre tali dati a erogatori e correlati fruitori significa districarsi in maniera lineare e chiara nelle maglie oscure e confuse delle pratiche didattiche; significa, per dirla altrimenti, legare in maniera efficace le singole pratiche didattiche tanto a chi le formula e mette in atto quanto a chi le riceve e dovrebbe giovarsene. Ne consegue, in maniera abbastanza chiara, a mio modesto avviso, che la conoscenza conseguita non è affatto neutrale, ma abilita l’azione di livello superiore riguardo tanto al “premiare” quanto, e forse soprattutto, al “punire”. 

La sua filosofia, pertanto, mi appare inequivocabile, e segnatamente consistente nel rendere possibile l’imputazione di responsabilità personali ai vari livelli di funzionamento dell’organizzazione scolastica.

Il fatto che sinora questo “ultimo miglio” non sia stato ancora compiutamente e sistematicamente realizzato non significa affatto che continuerà a restare tale. Detto con altre parole, il fatto che da tale conoscenza al momento non siano seguiti atti di vero e proprio controllo funzionale non legittima credere che lo stato attuale perduri ancora nel tempo.

Al contrario, proprio la messa a regime delle valutazioni INVALSI, così come la funzione conseguita riconosciuta ora ai dirigenti scolastici di poter premiare i propri dipendenti virtuosi o meritevoli, lascia supporre che il passo successivo sia ormai prossimo, e che l’ultima tappa del processo intrapreso sia oramai sul punto di essere raggiunta.

V’è, infine, un ulteriore elemento che, se si vuole, corrobora tale impressione, e cioè il silenzio con cui il passaggio lungo l’ultimo miglio viene attualmente percorso. Detto altrimenti, proprio quando la filosofia soggiacente alla valutazione dovrebbe emergere dalla sua latenza, e divenire palese, in quanto diretta emanazione dell’attuale livello di maturazione del dispositivo attivato proprio in sua funzione, aumenta il silenzio su di essa. Il che dovrebbe sortire quantomeno un più che legittimo dubbio, oltre a formulare la questione presente: a cosa serve valutare se non si danno corrispettivi premi? O, per dirla altrimenti ancora, per quale motivo si sprecano così tante risorse se la valutazione non consente di avere meritevoli e incapaci? O, se si preferisce, come mai ai voti non seguono premi e punizioni?

Non appena si sollevi, anche solo per un attimo, il lembo del velo di Maya della valutazione scolastica, ecco che sinistri ed inquietanti interrogativi squarciano l’assordante silenzio inerente alla sua effettiva utilità.

Ma se tanto basta, di per sé, a non far dormire più sonni tranquilli ai dipendenti scolastici, possiamo aggiungere ancora un inquietante elemento onde poter render conto dell’estrema opacità del dispositivo valutativo, e cioè il seguente: cosa registra, o misura, o parametra, davvero la valutazione di sistema? O, per meglio dire, è davvero efficace la valutazione del nesso tra analisi e attività monitorata? Cioè, siamo davvero sicuri che la valutazione di sistema dia contezza del merito? A questa domanda, ovviamente, non è possibile dare risposta dal momento che proprio l’implementazione di un dispositivo valutativo rende conto di un modello ideale, e non della necessaria strumentazione concreta. Detto altrimenti, detta valutazione non misura qualcosa di oggettivamente misurabile, vale a dire un’efficienza didattica troppo dipendente da fattori contestuali ed esogeni, ma distingue tra “buoni” e “cattivi” in funzione di un modello ideale non diagnostico, quanto, e piuttosto, morale. Ciò significa, allora, che, tranne singoli casi, detta valutazione premierà e condannerà a prescindere dall’effettivo merito del singolo operatore scolastico! In altri termini, il modello ideale nella mente del decisore politico, essendo meramente morale, e non scientifico, costruisce in abstracto i propri oggetti, distribuendoli lungo una linea non in funzione di quel che fanno ed ottengono nel concreto, ma in funzione di un’arbitraria collocazione ideale.

E tuttavia qualcosa bisognerà pur riconoscere al decisore politico, onde evitare un quadro eccessivamente sbilanciato, e cioè che era oramai inevitabile uscire dalle secche del finanziamento gratuito. In altri termini, l’attuale sistema di valutazione è la garanzia di sistema che il sistema stesso si dà per responsabilizzare le istituzioni scolastiche sia riguardo alle fonti ricevute sia riguardo alla correlata gestione attuata. 


Come si vede, dunque, la valutazione è solo un volto dello stesso processo di autonomizzazione delle istituzioni scolastiche, o, se si preferisce, lo strumento in forza del quale rendicontare all’esterno cosa si è fatto, come, perché e con quale impatto sociale. Ma far questo prepara all’imputazione di responsabilità, vale a dire a giustificare esattamente il cosa, il come, il perché e i risultati della propria personale azione …


(url immagine: https://comitatoscuolapubblica.files.wordpress.com/2013/04/misura-della-qualitc3a0.jpg)

mercoledì 9 settembre 2015

Profili della scuola di oggi ... 10

"I dirigenti scolastici si trovano al centro dei complessi meccanismi della sussidiarietà verticale e orizzontale. Da un lato, rappresentano la prima linea nella gerarchia manageriale dell’apparato burocratico ministeriale, dall’altro dovrebbero porsi come punto di riferimento delle politiche di sviluppo locale che vedono coinvolta la scuola quale autonomia funzionale tra stato e società civile.
Trovandosi al crocevia di continue pretese riformatrici, subendo direttamente gli effetti delle politiche di tagli alla spesa pubblica, vivendo le contraddizioni di una governance che oscilla opportunisticamente tra accentramento e decentramento, sottoposti in prima linea alle complesse dinamiche di una società multiculturale, sotto la pressione di crescenti e variegate attese provenienti dalle famiglie e dalle comunità locali, i dirigenti scolastici rappresentano la figura singolarmente più importante per indirizzare realisticamente i processi di cambiamento della scuola"

(A. Paletta – L. Peccolo – C. Boracchi – C. Bonaglia, Introduzione, a: A. Paletta, Scuole responsabili dei risultati. Accountability e bilancio sociale, Il Mulino, Bologna, 2011, pp. 10 - 11)

Verrebbe da commentare "poverini!", ma se si pensa a chi manda avanti il lavoro "sporco" e a chi dovrebbe giovarsene, gli alunni, non si può che concordare sulla sintetica analisi iniziale, anche se, e chissà per quale oscuro motivo, è sempre orientata benevolmente nei confronti del (povero) dirigente scolastico di turno ...

E tutti gli altri attori che compongono la comunità scuola?

L'impressione è sempre la solita, vale a dire che quando esterni decidono di occuparsi di 'scuola', lo fanno concentrandosi esclusivamente sull'impressione generale e di sistema, in genere 'falsa', che quest'ultima offre di sé, peccando tanto di superficialità accademica quanto di miopia analitica e ipermetria dirigenziale.

Ma si sa come funziona: chi non sa fare, insegna, e chi non sa insegnare, ricerca e valuta come insegnano gli altri ...


(url immagine: http://www.wholeheartedleaders.com/wp-content/uploads/2015/01/accountability-business.jpg)



mercoledì 29 luglio 2015

A chi serve l'INVALSI?

Mai come quest'anno sono state veementi e con parecchia eco le proteste nei confronti delle "prove INVALSI".

Ma cos'è l'INVALSI?

In cosa consistono le "prove INVALSI"?

Cosa fa l'INVALSI?

A cosa serve l'INVALSI?

O, per meglio dire, a chi serve l'INVALSI?

In appendice ad un mio recente scritto, cerco di rispondere in maniera pacata e con documenti alla mano a queste ed anche a molte altre domande rimaste in sottofondo ...


giovedì 16 luglio 2015

Comprendere l'evoluzione della valutazione scolastica ...



Penso che per comprendere la complessa e delicata evoluzione della valutazione scolastica sia quantomeno opportuno leggere il mio ultimo contributo al riguardo.



No, penso di non peccare di eccessiva autostima, sia perché autocito un mio lavoro sia perché lo ritengo davvero degno, ma mi auto - pubblicizzo per il solo motivo che, in giro, è, forse, l'unico contributo che spiega, in maniera comprensibile ai più e con una ricca base documentaria, proprio l'evoluzione di cui sopra.



Ovviamente, nessuno è obbligato a procedere nella lettura, ci mancherebbe!



Ma per chi fosse interessato, qui può trovare l'intero articolo.


venerdì 22 maggio 2015

Profili della scuola di oggi ... 7

"La valutazione interna ha come oggetto l’efficacia rispetto agli obiettivi che l’organizzazione si è posta e l’efficienza nell’utilizzazione delle risorse. La valutazione esterna è invece finalizzata a valutare in che modo l’unità esaminata contribuisce al raggiungimento di obiettivi più generali definiti a livello di sistema"

(G. Castelli, Qualità e valutazione del servizio scolastico, in G. Mondelli, Dirigere la scuola al tempo della globalizzazione. L’azione del dirigente scolastico nella società della conoscenza, Anicia, Roma, 2012, p. 394)

La scuola vive, a quanto pare, di soli mantra, vale a dire di molto fumo e poco arrosto!

Non si spende mai una parola, ad esempio, sull'esiguità delle risorse materiali messe a disposizione per ottenere risultati di qualità. Al massimo, s'impone una spremuta di limoni rinsecchiti ed inariditi da decenni di spending review!

Come non si spende mai una parola, ad esempio, sul riconoscimento sociale derivante da retribuzioni ben al di sotto di qualsiasi statistica, internazionale in modo generale, e comunitaria in modo particolare! Se si tratta di tagliare, "ce lo chiede l'Europa", se si tratta di aumentare gli investimenti, non ce lo chiede nessuno!

Contratto scaduto e violentato ex lege senza contrattazione di parte!


Scatti d'anzianità bloccati!

Retribuzioni ferme ai valori del 2009!

Poi si parla, però, di merito, qualcosa di impreciso e confuso che però sa tanto di taglio lineare alle retribuzioni ... sì, insomma, se già oggi un docente rasenta la povertà, domani il docente meritevole prenderà ancora meno!

lunedì 16 marzo 2015

Chi certifica le valutazioni degli alunni?



Domanda; chi certifica le valutazioni degli alunni?

I docenti, penserete voi, ma siete in torto!

La valutazione compiuta dal docente è, letteralmente, carta straccia, non significa nulla e, in quanto tale, non viene nemmeno presa in considerazione.

La "vera" valutazione è quella compiuta da organismi esterni chiamati a certificare, sulla base di indicatori e di strumenti "oggettivi", le reali competenze conseguite da classi di alunni distinti per età.

In altri termini, la società non crede affatto nella capacità professionale dei docenti nel valutare i suoi studenti e si affida ad enti esterni che possano certificare le reali conoscenze, competenze ed abilità degli studenti. Sono queste certificazioni le vere valutazioni degli alunni.


Ne consegue, ovviamente, che la reale funzione della scuola allora non è affatto educare, istruire e formare soggetti in evoluzione, ma solamente intrattenere questi ultimi in una realtà relativamente protetta, sempre che un solaio non ti caschi in testa, per le ore durante le quali i genitori sono al lavoro ... quando ne prenderemo coscienza, eviteremo tantissimi sensi di colpa e sensazioni di inadeguatezza professionale.

A chi si scaglia contro prove OSCE - PISA o contro quelle INVALSI, le prime certificazioni internazionali, le seconde certificazioni nazionali, dovrebbe andarsi a rileggere tutto il percorso di politica scolastica degli ultimi dieci anni, oltre che il diritto comunitario degli ultimi trent'anni!

Il docente contava poco prima, non conta praticamente più nulla adesso.

Per chi ha le idee poco chiare, segue il passo tratto da: D. Previtali, Il bilancio sociale nella scuola. La risposta a sette domande chiave, Edizioni Lavoro, Roma, 2010, pp. 22 - 23:

"Obiettivo principale della scuola è realizzare interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della personal, finalizzati al successo formativo, coerenti con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione. L'acquisizione delle conoscenze e la costruzione di competenze devono trovare corrispondenza nella verifica continua dei livelli di apprendimento, condotta con le indagini a livello nazionale e le ricerche sviluppate in ambito locale, con riscontri oggettivi, con lo studio approfondito dei dati e l'analisi delle determinanti, al fine di accrescere l'efficacia dell'azione di insegnamento/apprendimento. La scuola ha bisogno di guidare l'insegnamento in termini di successo e innalzamento degli standard di apprendimento. Una scuola di qualità per tutti significa, prima di tutto, alti tassi di successo e livelli elevati di conoscenze e competenze per ogni studente in relazione alle proprie potenzialità".

Detto in estrema sintesi, non conta che voto dà alle prestazioni dei suoi studenti il docente se non si evince il "valore aggiunto" dello stesso durante un periodo di tempo ben preciso e durante il quale si è esplicato il processo di insegnamento/apprendimento. 

Ovviamente, ricavare tale valore, cosa di per sé altamente problematica, significa porre in correlazione tale prestazione con il bacino territoriale, socio - economico - culturale -  sociale, dell'utenza. Ragion per cui, porre in classifiche nazionali tali risultati è, a dir poco, erroneo dal momento che i dati vanno interpretati, ossia vanno posti in  comparazione con indicatori territoriali. Per intenderci, non ha alcun senso stilare una mera classifica sulla base di dati presi in valore assoluto, questi ultimi, al contrario, vanno contestualizzati e comparati a indicatori che raggruppino elementi di riferimento territoriale. V'immaginate un confronto in termini di valori assoluti tra il Liceo "P. Ruggeri" di Marsala e il Liceo "T. Tasso" di Roma? Non ha alcun senso pedagogico, dal momento che astrae dalla composizione socio - culturale di riferimento nei due distinti casi. Oppure una classifica tra il Liceo "L. da Vinci" di Alba e il Liceo "Pascasino" di Marsala? Non serve a nulla, solo a confondere gli sciocchi oppure a giustificare dubbie politiche di dimensionamento delle rete scolastica oppure per legittimare trattamenti punitivi nei confronti dei docenti. Ma, e concludo, se questi ultimi non valutano gli alunni, perché mai dovremmo valutarli per il tramite dei risultati certificati degli alunni? Visto e considerato, soprattutto, che si tratta di utenze troppo diverse e che i risultati di un'eventuale classifica serve solo per fare demagogia oppure per demonizzare all'occorrenza regioni professionali?

Le classifiche lasciamole fare al Sole 24 ore, o affini, noi teniamo per buono che una classifica in valori assoluti serve meno di zero e che, al contrario, queste ultime andrebbero fatte solo dopo accurata e ponderata comparazione tra i dati e i contesti di origine. Altrimenti, tutto diventa solamente la scoperta dell'acqua calda: vale a dire che studenti più motivati, più seguiti e con maggiori possibilità di formazione/aggiornamento/istruzione conseguiranno risultati migliori (in valore assoluto)! Ma non ci servono costose e dispendiose indagini nazionali ed internazionali per scoprirlo ...


(url immagine: http://images.slideplayer.it/3/976137/slides/slide_2.jpg)

domenica 8 marzo 2015

Perché non si valutano i valutatori?

"il tema della valutazione dei dirigenti scolastici subirà una sorta di rimozione dall’agenda valutativa, il clima sarà quello di un biasimo e di una colpevolizzazione nei confronti della categoria degli insegnanti, ideologici e sostanzialmente identificati col complessivo pubblico impiego di ‘fannulloni’"

(R. Serpieri, Senza leadership: la costruzione del dirigente scolastico. Dirigenti e autonomia nella scuola italiana, Franco Angeli, Milano, 2012, p. 29)

Una ricostruzione attendibile dell'introduzione del tema della valutazione nella scuola italiana.

Solo che si valutano i sottoposti e mai i dirigenti, gli strali si appuntano su questi ultimi dimenticando che, in ogni caso, chi dirige le istituzioni scolastiche ne è sempre responsabile in merito ai risultati.

Dunque, il tema della valutazione è oggi un mantra ripetuto sempre e solamente come arma diretta contro i lavoratori della scuola e, in ogni caso, si devia sempre dalla valutazione complessiva dell'organizzazione scolastica al fine di preservare dal giudizio meritocratico gli stessi dirigenti scolastici.

Morale della favola: i dirigenti scolastici sono sempre meritevoli, dal momento che sono non valutabili, e per loro la parte di compenso relativa al merito è data "a pioggia", mentre i dipendenti sono sempre immeritevoli, dal momento che si oppongono attivamente a che si valuti il loro merito, e per loro i compensi lordi sono fermi ai valori del 2009. Una punizione?

Tuttavia, se ci fermassimo per un attimo a considerare le strategie evasive messe in campo dai dirigenti, e dai loro sponsor politici, per evitare di finire nel medesimo tritacarne della valutazione e del ciclo della performance, viene da chiedersi: ma a cosa serve per davvero la valutazione? Se anche i dirigenti scolastici desiderano evitarla, servirà davvero oppure è solamente lo strumento demagogico per giustificare tagli lineari alle retribuzioni? 


Peraltro, in tempi di spending review permanente, e con i vari blocchi agli scatti di anzianità per i dipendenti, come mai improvvisamente si "trovano" milioni di euro per pagare un aumento salariale ai dirigenti scolastici? Forse loro sono meritevoli di integrazioni salariali, ma tutti gli altri? Perché la stessa generosità non vale anche per gli altri dipendenti pubblici?

lunedì 23 febbraio 2015

Paradossi della valutazione!

"Queste politiche sono in corso ancora a uno stadio sperimentale; cionostante sono state annunciate, e amplificate da una campagna sui media, da retoriche ideologiche di disprezzo e vergogna per gli insegnanti, assimilati in questo ai dipendenti pubblici 'fannulloni', per additare alla pubblica opinione la loro resistenza contro la valutazione. In questo, i dirigenti scolastici sono dall'autonomia ad oggi, paradossalmente, risultati indenni come valutati, ma appena possibile arruolati come valutatori degli insegnanti"

(R. Serpieri, Senza leadership: la costruzione del dirigente scolastico, Franco Angeli, Milano, 2012, p. 61)

Ed è così.

Purtroppo.

Nessuno può valutare i dirigenti scolastici, ma questi ultimi prontamente sono disponibili a valutare gli insegnanti.

Ecco come va la linea gerarchica a scuola, dai superiori ai sottoposti, i primi delegano e valutano, i secondi subiscono, pagano di tasca propria e sono valutati sulla base delle ore di volontariato che erogano liberamente alla propria sede di servizio.

Ecco, il futuro! Ecco, la buona scuola!



(url immagine: http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/11/buonascuola.png)


venerdì 6 febbraio 2015

Valutare ...

Cos'è la valutazione scolastica? E cosa c'entrano gli apprendimenti? Nel video che segue alcune informazioni importanti sulla valutazione INVALSI ...


venerdì 10 ottobre 2014

Parole chiave #La buona scuola


In attesa degli esiti della consultazione pubblica, penso sia interessante tener presenti le occorrenze dei termini chiave del documento #labuonascuola. Infatti, se non ho sbagliato a contarle una per una, il loro seguente elenco, per quanto parziale e non completo, fornisce già un'idea di massima generale delle motivazioni politiche che ne stanno dietro.

valutazione: 50
risparmio: 4
merito: 6
ata: 2
docente: 59
professionalità: 11
formazione: 84
salario: 0
consultazione: 5
scatti:15
crediti:19
portfolio:5
certificato: 1
validato: 0
lavoro: 73
risorse: 81
MOF: 15
scuola: 442
impegno:10
più:198

C'è, forse, bisogno di aggiungere altro? 

Si prosegue, imperterriti, sulla tendenza a parcellizzare il lavoro scolastico, ingannati dall'idea secondo la quale a tot ore lavorate corrispondano tot competenze/apprendimenti acquisiti, e dimenticando del tutto che la dinamica insegnamento-apprendimento non funziona affatto così, che non è per nulla così lineare e cumulativa, e che non può essere quantificata in un numero esatto di prodotti finali conseguiti ... 

... e, dunque, se così non è la vita scolastica, come si può pensare di premiare il 66% del personale ogni tre anni, lasciando al palo tutti gli altri, vale a dire 1/3 del personale complessivo, probabilmente non meritevole per non demeriti propri? 


Caro Matteo, usciamo dall'equivoco e non nascondiamo più mere esigenze contabili, vale a dire una riduzione generalizzata della spesa, con proclami di rilancio della scuola ...



(url immagine: http://www.itis.pr.it/nuovo/wp-content/uploads/2014/09/LaBuoinaScuola.jpg)

giovedì 4 settembre 2014

La buona scuola?

Finalmente sappiamo, noi docenti, di che morte dobbiamo morire!

Sono state rese pubbliche le tanto decantate linee guida, non una riforma, ma una modifica sostanziale dello statuto giuridico degli insegnanti.

Salta agli occhi che vengono totalmente ignorati attori importanti nella vita della scuola, vale a dire il personale non docente e gli alunni. Senza il loro contributo, che patto educativo viene formulato?

Ma sono delle linee guida, resta da vedere se il Parlamento, dopo Gennaio 2015, le renderà legge o meno.


L'impressione iniziale, dato che ne parlerò diffusamente di volta in volta, analizzando nel dettaglio il corposo dossier (ben 136 pagine di slides ben confezionate), è che si voglia solamente interessare i docenti: ogni cosa viene fatta passare attraverso il loro lavoro.

Ma si opera uno scambio ineguale, anzi no, si operano due scambi ineguali: 1) si "offre" l'assunzione a tempo indeterminato di circa 150mila docenti precari in tre anni, a patto però che l'intera categoria rinunci alle progressioni stipendiali automatiche in base all'anzianità di servizio; e, 2) si "offre" la remunerazione del merito, a patto però di maturare in un triennio una somma di tre indicatori diversi utili ad entrare in un gruppo di docenti, pari al 66% del totale, i quali, a valorizzazione del maggior impegno, didattico, organizzativo e di autoformazione, riceveranno la grandiosa (!!!) cifra di 60 € netti in più al mese. Quindi, facendo due conti, rinunciando ad una garanzia erga omnes lo Stato ottiene tre cose: a) un consistente risparmio economico; b) un aumento della produttività; e, c) un indebolimento strutturale del potere contrattuale da parte della categoria interessata.


Quella del docente è già una professione povera, con le presenti linee guida non solo lo sarà ancora di più, e pensiamo anche al correlato riconoscimento sociale che ne deriva, ma avrà ancora meno potere rispetto a Dirigenza, Direzione periferica e Direzione centrale.


Tra l'altro, non viene affatto garantita la copertura finanziaria per il 66% di "fortunati" dei quali si promette la valorizzazione del (maggior) merito, si avanza solamente l'intenzione, all'interno del triennio (il primo sarà 1 settembre 2015 - 1 settembre 2018), di reperire le risorse. Siccome, però, nelle varie pagine si insiste quasi ossessivamente sull'esigenza di finanziare la (non-)riforma senza oneri aggiuntivi rispetto alla spesa corrente, viene facile immaginare, come accade già ora con il mancato recupero dell'inflazione delle retribuzioni attuali (ferme ai valori del biennio economico 2007 - 2009) e con il mancato pagamento degli scatti stipendiali maturati per anzianità di servizio, che i meritevoli, pur meritando la stupenda (!!!) cifra di 60 € netti in più al mese (ergo, 720 € su dodici mensilità ... tale importo è incluso nella tredicesima?), non la vedranno perché "non ci sono fondi".


Morale della favola: si divide la categoria, la si mette in competizione, la si costringe a lavorare di più, allo stesso stipendio attuale, ma non la si premia!


Ci tornerò sopra.


Ora, a conclusione di questo breve assaggio dei contenuti delle linee guida, vorrei far notare una strana discrepanza. A pagina 49 si riporta la seguente tabella:



Docente
scuola dell’infanzia
e primaria
Docente
scuola secondaria
I grado
Docente
scuola secondaria
II grado
da 0 a 8
31.909,92
34.400,44
34.400,44
da 9 a 14
35.126,67
38.133,33
39.066,37
da 15 a 20
38.594,14
42.054,73
43.239,45
da 21 a 27
41.346,92
45.250,01
47.751,28
da 28 a 34
44.984,51
49.305,89
51.628,86
35
47.007,03
51.628,86
53.985,17



Si tratta delle posizioni  stipendiali in base all'anzianità di servizio. Bene, siccome io occupo ancora la posizione iniziale percepisco, dice il Governo, 34400,44 € su tredici mensilità. Non è vero! Magari lo fosse! Il mio stipendio lordo annuo è di € 20857, quindi inferiore di ben 13543 €! Una nota a fondo pagina, afferma che gli importi sono al lordo Stato. Ne deduco che sarebbe quanto costo io singolarmente allo Stato. Ma di questa mirabolante cifra, io ne vedo, sulla carta, una cifra inferiore del 40%! E parliamo, però, sempre del lordo| Cioè, a me lavoratore arriva una cifra ancora più bassa come importo netto! Infatti, a questo lordo vanno tolti circa 6000 € annui di ritenute IRPEF (centrali, regionali e comunali) e, ancora, tutte le ritenute previdenziali, compreso il contributo per la composizione del TFR del dipendente ... insomma, una cifra di circa 3030 € annui ... facciamo le somme e riscontriamo che la mia paga annua al netto è di di circa 11800 € ... cioé il 34% di quanto riportato nella tabella di pagina 49 ...

Certo le tasse, il cuneo fiscale, il drenaggio tributario lo soffriamo tutti, ma se un Governo, vale a dire il mio stesso datore di lavoro, dà ufficialmente notizia di un importo di molto superiore a quello che davvero vedo sul mio conto, che idea dovrei farmene? Dire che l'importo è al lordo per lo Stato confonde solamente le idee ... e, molto probabilmente, viene detto per far accettare l'idea del possibile risparmio da conseguire: paghiamo già così tanto, perché l'aumento per anzianità di servizio deve essere garantito?

Il problema è, però, che poi a pagina 54 si parla di € 60 netti al mese ... perché dal lordo delle posizioni tabellari si passa al netto del merito? Non vorrei pensar male, ma ...

… e allora questo netto, quanto è al lordo per lo Stato? Sarebbe bello poterlo sapere al fine di rapportarlo al lordo degli scatti ... no?


Ma ci tornerò sopra in altre puntate! Per adesso concludo qui questo primo approccio alle linee guida della buona scuola … sì, buona, ma per chi? Forse non per i docenti!

venerdì 31 maggio 2013

Inval ... sì!



Lo spauracchio degli ultimi anni per la scuola italiana non è più il taglio nei bilanci, cosa ormai accettata di buon grado, nonostante i suoi devastanti pesi e esistenziali, per chi vi lavora, e strutturali, per la qualità finale del servizio erogato, ma la cosiddetta valutazione (tutta italica) del sistema d'istruzione, e che passa attraverso i famigerati test Invalsi.

Non m'importa qui il merito della questione né tantomeno argomentare pro o contra gli stessi: m'interessa solamente aggiungere alla discussione una semplice indicazione, peraltro di assoluta banalità.

Leggo di passaggio in un recente testo di Viesti:


"Un insegnante di un liceo milanese frequentato dalla borghesia più agiata ha studenti che raggiungono risultati elevati, ma non è necessariamente più bravo di un insegnante che nell'hinterland napoletano lotta giorno dopo giorno per dare una formazione decente ai suoi ragazzi"[1]


E' una considerazione oserei dire ovvia dal momento che sussistono sul territorio delle differenze socioculturali difficilmente oscurabili. Una famiglia dove non circolano libri e dove il titolo di studio più elevato è la licenza elementare avrà figli che non potranno eccellere a scuola. E questo quasi indipendentemente dalla bravura o meno del personale scolastico.

Quando si avvia un processo di valutazione del sistema d'istruzione, bisognerebbe, per onestà intellettuale, tener conto anche di ciò, anche delle differenze socioculturali della rispettiva utenza, e non demandare il tutto a livelli (presunti) standard, peraltro molto elevati, valutati sulla base di griglie e crocette (sulle competenze di base in lettura, comprensione e calcolo).

Non è sbagliato valutare, è sbagliata, a mio sommesso parere, la modalità di valutazione, standard, e non flessibile nel caso specifico, così come è sbagliato l'uso retorico che pubblicamente si fa dei risultati.

Purtroppo, le precedenti rilevazioni sono state brandite per giustificare decisioni politiche peraltro già prese prima ancora di conoscere i dati statistici, al fine di dividere il Paese in zone non omogenee e per stilare vere e proprie graduatorie di merito tra gli operatori scolastici. In genere, al Nord i migliori, al Sud i peggiori.

Questo approccio è stato ideologico e poco produttivo in termini di resa statistica dei dati stessi.

Aggiunge ancora Viesti:

"Una valutazione si può fare in assoluto: dove funziona meglio che cosa. ma è assai più utile fatta in termini realtivi: dove funziona meglio che cosa, alla luce delle risorse utilizzate. Merito non significa che chi è più avanti è più bravo, se i punti di partenza non sono uguali. Il più bravo è chi, per dove opera e per le risorse che ha disposizione, raggiunge i risultati migliori"[2]

Invece, il ragionamento pubblico seguito è stato, grosso modo, il seguente: considerati i risultati conseguiti, è meglio non spendere altro denaro.

Il cane ha continuato a mordersi la coda: per migliorare le prestazioni, bisognerebbe spendere ancora di più, ma l'aleatorietà del rapporto costo - beneficio futuro sconsiglia l'investimento.


Pertanto, meglio confermare lo stereotipo del Nord civile, e virtuoso, e del Sud africano, e vizioso, che accettare di interpretare i nudi dati.

Ma questa, si sa, è politica, non statistica!


(immagine tratta da: http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/05/invalsi.jpg)


Note
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[1] Cfr. G. Viesti, “Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce” (Falso!), Laterza, Roma – Bari, 2013, p. 59.
[2] Ivi, p. 58.