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sabato 20 dicembre 2014

Jørgensen: dilemma o puzzle?



"mentre Jørgensen abbozza la sua logica degli imperativi […] la letteratura ha individuato nel suo articolo la prima formulazione di una topica ben precisa, sin da allora chiamata con l’espressione seguente: dilemma di Jørgensen"



(a. pizzo, Il puzzle di Jørgensen, in i. pozzoni (cur.), Schegge di filosofia moderna XI, DeComporre. Gaeta, 2014, p. 7)


Il segreto della distanza di Jørgensen dalla celebre topica che prende il suo nome, meglio conosciuta come dilemma di Jørgensen, è in  quanto segue: mentre lui costruisce un'elementare logica degli imperativi, tutti gli altri vi vedono la definitiva asserzione della separazione tra logica delle proposizioni indicative e una logica (?) delle proposizioni imperative. O, per meglio dire, mentre Jørgensen cerca di superare il puzzle che scorge prendendo in considerazione le proposizioni normative, altri vi leggono la constatazione di un limite invalicabile tra indicativi e imperativi.

In altri termini, viene cucito addosso a Jørgensen qualcosa che lui non s'è manco sognato di costruire.

Talvolta succede nelle polemiche accademiche/editoriali. Il caso presente insegna!



(url immagine: http://inchiostrovariopinto.altervista.org/wp-content/uploads/2014/01/10609531_10204477832769526_6852246169135392546_n.jpg)


(vedi anche la recensione al volume di Antonio Marturano dedicato appunto al dilemma di Jørgensen)

lunedì 22 aprile 2013

Cosa v'è da aggiungere?

Rileggiamo quanto i "saggi" ci dicono:

"dalla prospettiva logica vediamo che i valori e le norme etiche sono proposte […] e non proposizioni indicative. L'etica non descrive; essa prescrive. L'etica non spiega; essa valuta. Difatti: non esistono spiegazioni etiche, esistono solo spiegazioni scientifiche. Esistono spiegazioni scientifiche e valutazioni etiche. Né si danno previsioni etiche (o estetiche). L'etica non sa. L'etica non è scienza. L'etica è senza verità. La scienza non produce (non produce logicamente) etica. Dalle proposizioni descrittive non è possibile dedurre asserti prescrittivi. Dall'intera scienza non è possibile spremere un grammo di morale. La “grande divisione” tra fatti e valori – la cosiddetta legge di Hume – ci dice che dall'”è” non deriva il “deve”, dall'”essere” non si deduce il “dover essere” […] La scienza sa; l'etica valuta. L'etica non sa; la scienza non valuta. I fatti non sono valori. Le norme non si riducono a fatti"




(Antiseri D. (2001), La conoscenza filosofica, in Reale G. - Antiseri D., Quale ragione?, Milano, Raffaello Cortina, p. 137)




E siamo ancora qua, alla separazione tra conoscenza ed etica, tra proposizioni indicative e proposizioni normative.







La conoscenza non valuta, l'etica sì.




L'etica non conosce, la teoria sì.




Con le proposizioni teoriche, ossia quelle indicative, si costruiscono ragionamenti e, quindi, anche, inferenze; con le proposizioni pratiche, ossia quelle normative, non si costruiscono ragionamenti, e, quindi, anche, inferenze.




Come detto in un altro momento, la presente è una glossa di un tema molto famoso, e giustamente, la cd. Is - Ought Question. Ma non dice nulla di più o di nuovo, lascia l'argomento immutato nella sua attuale sistemazione.




Io però vorrei spingermi un po' più in là per provare a guardare le cose da un'altra prospettiva, per valutare, ed eventualmente "come", se sia possibile una diversa sistemazione del rapporto tra essere e dover essere, due diverse facce sì, ma dell'unica medaglia, ossia della realtà.



E non mi si venga a dire che quest'ultima non esiste e che è solo un'interpretazione: altrimenti di cosa sarebbe interpretazione se non v'è nulla oltre l'interpretazione?



(immagine tratta da: http://www.filosofico.net/antiseri.jpg)



Alessandro Pizzo

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