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lunedì 14 dicembre 2020

Ultima lezione su Leibniz!

 Concludiamo Leibniz, parlando di monadi e di armonia prestabilita.


Come?


Basta guardare il video seguente!



giovedì 19 dicembre 2019

Leggendo ... Leibniz!

Stavolta è il turno del caro Gottfried ...




Messo mi piace al video? No? E cosa aspetti?

Mi stai facendo (buona) pubblicità? No? Eppure io me l'aspetto ...

Ti sei iscritto/a al mio canale? No? E cosa vorresti di più? Un #ciovaneprof è gratuito!

domenica 7 gennaio 2018

CLIL #3

Now, let's introduce an author probably more sophisticated than John Locke and Kant.

We are speaking about Leibniz ... easy? Before taste him and only later you can say anything about him ...

So, here is Leibniz' Contingeny Argument ...




Stay tuned because there will be an other post, the final post of our Clil, or if you prefer of our barbecue, module. 
Curiosity? Stress? Wait for a bite time, we'll come back soon ...

martedì 7 febbraio 2017

Leibniz vs. Newton

Chi l'avrà vinta? Leibniz o l'acerrimo rivale Newton?

Intanto, però, ci gustiamo la scena ...


Qui il file in pdf per approfondire la questione!

mercoledì 5 ottobre 2016

Zenone #2

Soluzione!

Dopo alcuni secoli, alla fine la rivincita di Achille!


(Fonte: D. Cryan - S. Shatil - B. Mayblin, La logica a fumetti, Raffello Cortina, Milano, 2010, pp. 82 - 3)

domenica 29 marzo 2015

Preview!


Di seguito la schermata di preview di un futuro saggio, attualmente in stampa in un volume collettaneo.


Non appena il suddetto volume sarà stampato, ne darò pronta notizia.


mercoledì 17 dicembre 2014

Leibniz e la domanda fondamentale

(riflessioni in progress)


(url immagine: http://cias.rit.edu/~ckb3412/MYM/Site/showcase/images/leibniz.png)


Nell’opera minore Principes de la nature et de la grâce fondés en raison (1714), Leibniz scrive che :

Fin qui abbiamo parlato come semplici fisici. Adesso è necessario elevarsi alla metafisica, e perciò ci serviremo del grande principio, in genere poco impiegato: Niente accade senza ragion sufficiente – vale a dire: Niente avviene senza la possibilità, per chi conosce abbastanza le cose, di rendere una ragione che sia sufficiente a spiegare perché avviene così e non altrimenti. Una volta stabilito questo principio, la prima domanda che si ha il diritto di porre sarà: Perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Il Nulla, infatti, è più semplice del Qualcosa. In secondo luogo, ammesso che debbano esistere delle cose, bisogna allora che sia possibile rendere ragione del perché esse devono essere così e non altrimenti[1]

Dopo aver parlato delle monadi e di come distinguere tra percezione e coscienza, il Nostro comincia a trattare in maniera metafisica dell’ordo rerum, vale a dire della natura iuxta propria principia della realtà che dimoriamo. Nel far ciò, però, non può non attingere ad un unicum principium, a ragione considerato il più importante di tutti, il quale pone in essere il fondamento di tutto quel che esiste. Tale principio è il cosiddetto principio di ragion sufficiente e sostiene che nulla possa avere luogo senza una sua ragion d’essere. 

Leibniz lo formula nella maniera seguente: que rien ne se fait sans raison suffissante[2]. In virtù di quest’ultimo, niente ha luogo senza che sia possibile indicare una ragione sufficiente a spiegare perché avviene proprio così, et non pas autrement[3]. 

Il filosofo ci sta dicendo proprio questo, vale a dire che nulla accade a caso e che una ragione trascendente l’ordine delle cose stabilisce cosa deve avere luogo e come. Ora, se nulla, ma proprio nulla, non può avere luogo senza una ragione che ne disponga appunto l’aver luogo, le cose che sono, in quanto sono, esistono proprio perché v’è una ragione che le fa essere, v’è cioè una ragione ulteriore che ne consente il passaggio, necessario, dal piano della mera possibilità al piano dell’attualità, ossia dell’esistenza, appunto come cose. 


Una tale ragione è sufficiente a produrre uno stato di cose reale, vale a dire attuale, consentendone la conversio dalla possibilità all’esistenza. Perché le cose siano, piuttosto che non essere, perché le cose esistano, piuttosto che essere solamente potenziali, è necessario l’intervento di una causa agendi efficace, vale a dire efficiente nell’indirizzare il corso reale delle cose, capace, cioè, di assicurare la continuità metafisica tra l’ordo rerum, di per sé del tutto potenziale ma non ancora attuale, e l’ordo rerum, di per sé del tutto attuale. Proprio l’azione di siffatta ragion sufficiente rende così conto dello scarto metafisico tra quel che rimane solo possibile e quel che, al contrario, è divenuto reale, ossia attuale, cioè esistentivo. La presenza di una tale ragion d’essere, infatti, rende conto del perché le cose siano come sono, e non altrimenti. 


Stabilito questo, la domanda fondamentale vien da sé: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Non una domanda banale, non una domanda facile, non una domanda scontata. Se quel che esiste esiste proprio perché v’è una ragion sufficiente, qual è tale ragione? Non appena il discorso da preliminare entra nel merito, e le questioni si approfondiscono, cominciano i problemi teorici. Questo e non quello, la realtà attuale e non un’altra realtà, qualunque essa sia, l’ordine presente e non un altro, la realtà e non la possibilità, come mai? Sì, v’è una raison suffissante che rende conto di ciò, ma più precisamente qual è? Al riguardo, ritengo sia possibile osservare una curiosa torsione speculativa in Leibniz il quale dal discorso metafisico passa agevolmente a quello ontologico, spostando il centro focale dal principio di ragion sufficiente ai suoi prodotti ontici. Pertanto, gli sembra lecito porre una domanda così particolare, relativa allo scarto ontico tra qualcosa e nulla. Ora, se la domanda fondamentale è di per sé consequenziale allo stabilimento del principio generale, secondo il quale nihil sine ratione, come mai esiste qualcosa piuttosto che nulla? Prima facie, suggerisce il Nostro, il nulla sarebbe più semplice del qualcosa, e, quindi, anche più possibile, ma così non accade, così non viene disposto dal principio stesso, così è stato decretato ove si vuole ciò che si puote. Esiste qualcosa, non nulla. Anzi, mentre qualcosa può esistere, nulla non può esistere. Il divieto ontico di traduzione attualista di una possibilità è attuale nel caso del nulla, mentre non esercita il proprio dominio nel caso di qualcosa. Di conseguenza, mentre qualcosa è, nulla non è. Ebbene, ci chiediamo con Leibniz: come mai accade proprio ciò, e non altrimenti? Perché esiste qualcosa, et non pas autrement? Benché apparentemente più semplice, nulla continua a non esistere, all’esatto contrario di qualcosa. Come mai? 

Tuttavia, a scanso di facili equivoci, bisogna chiarire il lessico di Leibniz. Il paragone di semplicità tra qualcosa e nulla non è indicativo della maggior o minore probabilità di esistere dell’uno o dell’altro, ma è correlativo della differenza metafisica tra le monadi. Infatti, le monadi sono semplici, vale a dire unità indisgiungibili. Quindi, nonostante che il nulla, ossia qualcosa che non è, sia più semplice, più vicina alla dimensione delle monadi, non garantisce sulla sua esistenza attuale. In altri termini, Leibniz attinge al discorso metafisico occidentale per proiettare lo stesso nella modernità, intendendolo, però, non sul versante dell’opposizione ontica tra essere  e nulla, ma su quello della molteplicità in luogo della semplicità. Detto altrimenti, il Nostro non prende posizione pro o contro Parmenide, vale a dire a favore o contro l’Essere e il Non-essere assoluti. Al contrario, Leibniz enuncia una domanda che è fondamentale rispetto al molteplice. Detto altrimenti, il Nostro formula una domanda che chiede conto di come mai dall’unità derivi la molteplicità, come mai dalla semplicità derivi tutto il resto, anche l’esatto opposto, il preciso contrario, vale a dire la complessità. Infatti, posta la domanda in questione, bisogna che sia possibile rendere ragione pourqui elles doivent exister ainsi, et non autrement[4]. Per Mugnai, osta far osservare come Leibniz consideri il possibile nei termini di un’assenza di contraddizione mentre il necessario «è ciò il cui opposto è impossibile»[5].


E tuttavia non si può non tener conto di una profonda suggestione teoretica che proprio il passo in questione suscita e che rimanda ad uno dei topoi principali della filosofia occidentale, vale a dire alla sistemazione metafisica della cultura occidentale operata dalla scuola eleatica. Infatti, il problema dello spiegare come mai dall’unità discenda la pluralità è la sfida fondamentale per la filosofia occidentale, la quale, per parte sua, ha risolto, o preteso di risolvere, in vario modo l’ardua faccenda, e che ha attanagliato la riflessione di alcuni autori in modo particolare. Il mio pensiero va a Parmenide e alla sua svolta ontologica consistente, in estrema sintesi, nello stabilire, una volta per tutte, la maniera corretta attraverso la quale si possa dire e pensare, una doppia svolta nel senso che è tanto ontologica quanto logica[6]. 


Da questo punto di vista, dunque, non può certo stupire la reazione di tanti autori contemporanei i quali, mossi dal medesimo spinto di contraddizione scorto da Severino[7], negano precisamente questo aspetto della riflessione parmenidea, polemizzano proprio con questa doppia movenza, appuntano i propri strali all’indirizzo della teorizzazione eleatica intorno all’essere, segnatamente l’essere assoluto di cui non parla il Nostro. 

Tuttavia, nello stesso tempo, ritengo sia corretto accostare proprio la presente domanda fondamentale, perlomeno nella precisa sfumatura semantica qui messa in luce, alla svolta compiuta da Parmenide. Infatti, se il problema è esattamente quello di rendere conto del passaggio impossibile dall’unità alla molteplicità, diviene plausibile quel che Cassin scrive in merito a Parmenide, sia pure attraverso il filtro critico di Gorgia, «è il movimento di differenziazione tra «non è» e «è», il quale suppone che si possa come minimo dire «non è» per distinguerlo, è l’atto stesso della krisis, a produrre la loro indistinzione»[8]. Il che significa, detto altrimenti, che «tutto quello che è, è sul modello del non-essere. Il quale comincia ad essere semplicemente perché lo si enuncia […] l’essere parmenideo non è altro che un effetto di qualcosa che viene detto, ma questo perché non esiste altro essere che non sia quello che è prodotto dal dire»[9]. In tale lettura, dunque, la metafisica parmenidea diviene logologia, vale a dire un particolare tipo di discorso il quale costituisce l’essere, la fa essere, lo trasforma da non – essere in essere. Come a dire che l’essere non è, ma lo diviene solamente se oggetto del discorso, del linguaggio, del dire che nomina le cose, facendole esistere. Per Cassin, allora, ma non esclusivamente per essa, l’ontologia è una finzione la quale, più correttamente, è una logologia, vale a dire un discorso che produce l’essere[10].


Ma torniamo ora a Leibniz. La domanda fondamentale, proprio in quanto tale, esplica la medesima funzione logologica? È il chiedere conto a produrre la medesima realtà chiamata in causa? Ecco il problema: la domanda è davvero fondamentale oppure è solamente il gioco dialettico che costruisce l’artefatto altrimenti nominato come principio di ragion sufficiente? 


Perché esiste un qualcosa, e non un niente? In altri termini, la questione presente consiste nel chiedere conto di quel che fa esistere qualcosa, e che assume rilevanza teorica nel momento in cui si pone a comparazione quel che è, ossia il qualcosa che esiste, con quel che pur potendo essere non è, ossia il qualcosa che non esiste, appunto il niente, o nulla. E com’è possibile che il medesimo principio qui appellato garantisca del passaggio continuo dal non-essere, vale a dire il nulla, all’essere, vale a dire al qualcosa? O, viceversa, medesima la dinamica costante dal qualcosa, vale a dire l’essere, al nulla, vale a dire il non-essere? La legge segreta dell’universo, vero e proprio tormento per gli ingegni filosofici d’occidente, persevera nel suo intimo a reggere le sorti contingenti del travaso di qualcosa nel niente, così come, in parallelo, di niente in qualcosa. E alla medesima legge intende presumibilmente rivolgersi Leibniz, nel suo chiedere conto del come mai essere e nulla, qualcosa e niente, unità e complessità, semplicità e pluralità possano dialogare tra loro e reggersi in mutui rapporti di derivazione.


Tuttavia, è solo per il tramite del linguaggio che le cose, così come i principi, sia pure con estrema difficoltà, possono venir pensati e descritti, anche a costo del fraintendimento, anche a costo dell’equivoco, anche a rischio della chiacchiera. Leibniz non si sottrae a tale pericolo, lo affronta di petto, cerca di portare dalla sua parte la vittoria ma, alla fine, credo si possa asserire, si invischia nella circolarità di una domanda che è fondamentale solo in quanto assume il fondamento come suo orizzonte conglobante.

(continuerà ... forse!)




[1] Cfr. G. W. Leibniz, I Principi razionali della natura e della Grazia, in G. W. Leibniz, Monadologia, Bompiani, Milano, 20083, p. 47.
[2] Ivi, p. 46.
[3] Ibidem.
[4] Supra.
[5] Cfr, m. mugnai, Possibile/necessario, Il Mulino, Bologna, 2013, p. 116.
[6] Cfr. A. Pizzo, Ontologia in Parmenide: come e cosa si pensa quando si dice «è», “Dialegesthai”, XIV, 2012, ISSN: 1128-5478, contenuto on – line: http://mondodomani.org/dialegesthai/ap20.htm.
[7] Cfr. E. Severino, Essenza del nichilismo, Milano, Adelphi, 20052, p. 27: « L'essere [...] non è la totalità che è vuota delle determinazioni del molteplice (Parmenide), ma è la totalità delle differenze, l'area al di fuori della quale non resta nulla, ossia non resta alcunché di cui si possa dire che non è un nulla. L'essere è l'intero del positivo».
[8] Cfr. B. Cassin, L’effetto sofistico. Per un’altra storia della filosofia, Jaca Book, Milano, 2002, pp. 35 – 6.
[9] Ivi, p. 39.
[10] Ivi, p. 57: «Onto-logia: il discorso commemora l’essere, ha per compimento quello di dirlo. Logologia: il discorso fa essere, l’essere è un effetto del dire. In un caso, l’esterno si impone, e impone che lo si dica; nell’altro, il discorso produce l’esterno».

domenica 16 febbraio 2014

L'originale domanda fondamentale secondo Leibniz



"Perchè esiste qualcosa piuttosto che nulla?"

(G. W. Leibniz, I principi razionali della Natura e della Grazia, in G. W. Leibniz, Monadologia, Bompiani, Milano, 20083, p. 47)




Ecco il verbum leibniziano prima delle sovrainterpretazioni heideggeriane ...



Come mai v'è qualcosa e non nulla?



Questo il problema.

Questa la questione.

Questa la domanda.




Ma quale la soluzione?




Quale la risposta?





(immagine tratta da: http://www.mathematik.ch/mathematiker/Leibniz.jpg)




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venerdì 14 febbraio 2014

La domanda fondamentale della filosofia

"Perchè vi è, in generale, l'essente e non il nulla?"

(M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 1990, p. 13)

Questa la domanda fondamentale, che rende tale qualsiasi interrogazione filosofica, per il peggior allievo di Husserl che ripete, malamente, la medesima domanda essenziale posta nel XVIII secolo da Leibniz, uno dei filosofi più fraintesi nell'intera storia della filosofia occidentale.

E noi che risposta diamo a questa domanda?

Come mai v'è qualcosa anziché esservi un niente?


(immagine tratta da: http://people.bu.edu/wwildman/WeirdWildWeb/media/galleries/philosophy/modern_late/heidegger5.jpg)



venerdì 29 marzo 2013

Pillola sull'opposizione 'logica' vs. 'metafisica'

Scriveva Heidegger che


Nella logica tradizionale il principio di ragione fa la sua comparsa in qualche luogo nascosto, accanto o fra molti altri principi; lo si elenca fra le leggi del pensiero, dopo I principi di identità, di contraddizione e del terzo escluso[1]


Heidegger pensa chiaramente a Leibiniz il quale scriveva come

I nostri ragionamenti si fondano su due grandi principi:
1) Il principio di contraddizione, in virtù del quale giudichiamo falso ciò che implica contraddizione, e vero ciò che è opposto o contraddittorio al falso.
2) Il principio di ragion sufficiente, in virtù del quale consideriamo che qualsiasi fatto non potrebbe essere vero o esistente, e qualsiasi enunciato non potrebbe essere veridico, se non ci fosse una ragion sufficiente del perchè il fatto o l'enunciato è così e non altrimenti – per quanto le ragioni sufficienti ci risultino per lo più ignote[2]


L'intento di Heidegger è chiaro: declinare in senso metafisico la logica. 


Direzione lungo la quale non seguiamo l'autore di Essere e tempo non perché la via metafisica sia in qualche modo sbarrata alla ricerca logica ma, più semplicemente, perché il principio di ragione non fa parte delle leggi del pensiero[3], con buona pace e di Leibniz e dello stesso Heidegger. 


Pensare che in qualche modo vi sia una ragione razionale sensata, in forza della quale le cose siano così e così, piuttosto che essere altrimenti, francamente non ci riguarda, e non può riguardare nemmeno la logica dal momento che si tratta di un ragionamento articolato che adopera di per sé gli strumenti del pensiero, quegli stessi che la logica si propone di individuare e conoscere. 


Pertanto, quella tensione è aliena alla tensione della logica.

Pur potendo, ovviamente, interessare al pensiero metafisico adoperare gli stessi strumenti messi a punto dalla logica. D'altra parte, ci rammenta Facco:

Alle origini della logica si trova la fondamentale esigenza dell’uomo di conoscere il vero, di evitare cioè le insidie della falsità e dell’errore[4]




Note
[1] Cfr. M. Heidegger, Principi metafisici della logica, Il Melangolo, Genova, 2000, p. 141.
[2] Cfr. G. W. Leibniz, I principi della filosofia o La Monadologia, in G. W. Leibniz, Monadologia, Bompiani, Milano, 20083, p. 73.
[3] Cfr. G. Rigamonti, Corso di logica, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, p. 17.
[4] Cfr. M. L. Facco, Metafisica, logica, matematica. Leibniz, Boole, Rosmini, Marsilio, Venezia, 1997, p. 9.



(immagine tratta da: http://sketchup.google.com/3dwarehouse/download?mid=2b631518a184a72c191695eef1811f4a&rtyp=lt&ctyp=other&ts=1255806911000)






mercoledì 12 dicembre 2012

La domanda ...


Il ruolo, senso, e, magari anche possibilmente, funzione della filosofia è il render conto dell'essere, ossia l'addurre delle ragioni che giustifichino l'essere nella sua duplice natura di (1) fondamento dell'esistente (ossia, essentia); e, (2) sostrato materiale di quel che esiste (ossia, corpora).

Così intesa la filosofia, il suo discorso, ovvero quella modalità discorsiva che le è propria, sembra, dunque, aver origine dal tentativo di rispondere ad una domanda fondamentale, singola quanto imprescindibile, particolare quanto ineludibile, essenziale e non trascurabile, ostica eppure esigente, la seguente:

Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla? Ecco la domanda. Non si tratta, presumibilmente, di una domanda qualsiasi. È chiaro che la domanda: «Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?» è la prima di tutte le domande[1]

Il ben noto, forse anche giustamente, argomento heideggeriano rende conto di quella inveterata, ed ineludibile, esigenza filosofica di cogliere l'essenza del pensare stesso, in quanto quel che "sta sotto" al reale, la radice silente al fondo di qualsivoglia interrogazione filosofica, l'essere noi-qui-ed-ora. Heidegger si chiede, detto altrimenti, e consapevolmente dopo millenni di ricerca filosofica, la ragione dell'essere: quale sia quell'essenza che rende possibile l'essere (come noi lo esperiamo e lo viviamo). 


Da questo punto di vista, allora, ad essere originale non è la domanda in sé, ma, piuttosto, la piena, e matura, consapevolezza con la quale la stessa è formulata, è avanzata, è posta in essere. Heidegger si limita a ripetere delle idee già presenti in epoche precedenti, pur con il dovuto merito di rendere chiara, e potente, la stessa interrogazione.


In realtà, allora, Heidegger non fa che riprendere una domanda già formulata da Leibniz. Infatti, possiamo leggere quanto segue:

la prima domanda che si ha il diritto di porre sarà: Perché esiste qualcosa piuttosto che nulla? Il Nulla, infatti, è più semplice e più facile del Qualcosa. In secondo luogo, ammesso che debbano esistere delle cose, bisogna allora che sia possibile rendere ragione del perché esse devono essere così e non altrimenti[2]

La distinzione leibniziana tra ragion sufficiente e ragion necessaria, a seconda rispettivamente della meno o maggiore prossimità alla ragione da parte delle entità, ossia degli essenti, di quel che esiste, informa di sè questa strutturazione della domanda, sin troppo simile al medesimo tono che possiamo riscontrare nella formulazione heideggeriana.

Il suo significato, però, è diverso e va colto nella sua reale dimensione, storica in quanto semantica. Come sostiene Natoli: «Leibniz articola la realtà in ordini distinti, dimensionandola secondo i tre classici principi: verità di ragione, verità di fatto, principio di ragion sufficiente»[3]. Come a dire che mentre Heidegger assume l'essere nella sua assoluta generalità, senza porre in essere distinzioni di sorta in possibili gerarchie d'esistenza, l'essere contingente, l'essere possibile, l'essere necessario, Leibniz è fortemente spinto a riconoscere valenze proprio a questa distinzione nella distribuzione di diversi gradi di esistenza, conferendo alla domanda questo senso suo proprio: cos'è quel qualcosa che rende possibile l'essere piuttosto che il nulla? Questo senso ha, però, un corrispettivo speculare, che ne costituisce, però, forse, proprio una sofisticazione di senso, e che possiamo esplicitare, grosso modo, in questa maniera: il qualcosa che fa essere le cose, le fa essere in maniere diverse le une dalle altre.


In merito, appare interessante la semplificazione cui mette capo Givone quando sintetizza come

Heidegger mostra come la formulazione della domanda fondamentale sia decisamente ambigua. Nel senso che l’essenziale è in ciò che, a rigore, la metafisica dovrebbe lasciar cadere e invece stranamente conserva. Qual è infatti il contenuto del domandare? A che cosa si riferisce il «perché?»? evidentemente, al fondamento dell’ente. Questo è in questione: perché l’ente? Ma allora la formulazione dovrebbe essere: «Perché è in generale l’ente?». Il resto - «e non piuttosto il niente» è superfluo. Peggio che superfluo: insensato. Come si fa a parlare di qualcosa che non è? Chi lo fa parla contro se stesso. Eppure … […] siamo portati a chiedere, anzitutto, e indifferentemente: che ne è del nulla? […] e: che ne è dell’essere? […] Indifferentemente, cioè a misura che l’essere e il nulla non possono essere separati. Sennonché per la metafisica […] del nulla non ne è nulla, perché ne è soltanto dell’ente, così come non ne è nulla neppure dell’essere, dal momento che l’essere è ridotto all’ente[4]

Laddove, invece,

nella prospettiva leibniziana la domanda fondamentale può benissimo essere letta come se fosse una risposta. Le si tolga il punto interrogativo, e la si faccia precedere dalla tesi: Dio è il fondamento dell’essere. Otterremo: Dio è il fondamento dell’essere, perché c’è qualcosa piuttosto che niente. Esattamente quel che Leibniz intendeva sostenere[5]

Per Löwith, in ciò interprete di Heidegger, «questa domanda – che già Leibniz e Schelling avevano avanzata – viene detta domanda prima in dignità, perché è la più ampia e profonda e la più vicina all’origine»[6]. 


Ancora più netto appare Pareyson quando si chiede se Leibniz riprenda o meno, pur mutandola nella sostanza, la formulazione democritea: «non esserci piuttosto l’ente che il niente; l’ente non c’è a maggior ragione che il niente; non c’è ragione perché ci sia qualcosa piuttosto che il nulla»[7].


La declinazione dei possibili significati del perché marca la differente sensibilità con la quale di volta in volta suddetta domanda viene svolta, pur rimanendo, però, sempre viva l'esigenza di fondo.


La vulgata coeva, tuttavia, rovescia l’impostazione canonica della metafisica occidentale, ne forza il significato proprio dell’opposizione di essere e non essere, la stessa su cui si basa il divieto parmenideo di pensare l’impossibile.


Da Leibniz in poi questo stesso discorso è diventato il principio di ragion sufficiente: quel che consente agli enti di essere o non essere, di esistere o meno, di poter venir conosciuti o meno. Il nulla non può essere trattato come se fosse qualcosa, questo l'insegnamento originario della filosofia sin dai suoi primi vagiti. 


Questa limitazione, originaria quanto essenziale al pensiero umano, sia pure la sua cosiddetta circoscrizione occidentale, viene oggi aggirata concependo il nulla più reale dell’esistente in quanto regola del divenire: tutto è nulla perché tutto muta. Il nulla, cioè, non sarebbe l’opposto dell’essere, come dovrebbe essere, ma la diversità ontica; il non – essere, più semplicemente, non è l’opposto dell’essere, ma la possibilità del suo essere diverso da come appaia, la possibilità stessa del mutamento, del divenire.


In soldoni, la declinazione attuale, che rovescia del tutto il senso iniziale della stessa domanda, è una facile sofisticazione che non coglie però il fondo del problema metafisico di origine: perché c’è quel che c’è? Cosa fa sì che ci sia essere? E cosa fa sì che il non – essere non sia? Questo è il problema della filosofia, nonostante che Galimberti l’interpreti invece in termini antropologici[8].

E tuttavia mi si consenta ancora di cogliere in questa tendenza, assai forte nel cosiddetto filone postmoderna, forse la ragione della profonda confusione tra realtà e interpretazione. D'altra parte, pervertire la distinzione di essere e nulla è l'anticamera della sostituzione del reale con la finzione, compiendo appieno quella tendenza che icasticamente Ferraris dichiara realitysmo[9]. 


Ma non è questa affatto una conclusione definitiva, solo un esito provvisorio che il futuro solamente potrà dirci se reversibile.

Anche se una mia idea già ce l'ho e l'ho espressa in altra sede.




(immagine tratta da: https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiDI9RxgQ-slIXVThIGlXVa9t3XA6Wz7knaGce2yt88OqZjCZkEEGHx6nQPhlSt1ndu7STYby6vq2PKM64qKxW464P5vyzPz1R5Usy1jUTuHfnEj7EjZhF7IpVDO8ELmHGWsrIyZdVF5F0j/s320/pruden.jpg)



Note
[1] Cfr. M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 19722, p. 13.
[2] Cfr. G. W. Leibniz, I principi razionali della natura e della grazia, in G. W. Leibniz, Monadologia, Bompiani, Milano, 20083, p. 47 (§ 7).
[3] Cfr. S. Natoli, op. cit., p. 167.
[4] Cfr. S. Givone, Storia del nulla, Laterza, Roma – Bari, 1995, pp. 203 – 5.
[5] Ivi, p. 186.
[6] Cfr. K. Löwith, L’Esistenza che si accetta e l’Essere che si dà, in K. Löwith, Saggi su Heidegger, Einaudi, Torino, 1966, p. 25.
[7] Cfr. L. Pareyson, La libertà e il nulla, in L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi, Torino, 1995, p. 356.
[8] Cfr. U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 20032, p. 701.
[9] Cfr. M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Roma – Bari, 20122, p. 29 e sgg.