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mercoledì 12 settembre 2012

Si fa presto a dire “elenchòs”!




Recentemente, mi sono occupato della natura dialettica della dimostrazione indiretta del principio di non contraddizione. Vorrei riprendere in questa sede solamente l'opinione di Donà non adeguatamente messa in luce in quella occasione.


Quella aristotelica appare una dimostrazione convicente. Tuttavia, non è dello stesso avviso Donà. D'altra parte, anche il più sfegatato estimatore dovrà riconoscere come, ad una lettura attenta, la dimostrazione elenctica lascia aperte alcune perplessità, che vertono non tanto sulla validità del principio in questione, quanto sull'efficacia della dimostrazione stessa.


Scrive Donà che il divenire elenctico, descritto da Aristotele

garantirebbe appunto l'originarietà del principio in questione, facendo leva sulla dimostrazione dell'impossibilità della sua 'negazione' […] chiunque tentasse di negare un tale principio negherebbe se stesso (perché, per negare quel principio, dovrebbe presupporne la verità), ossia, per dirla con Aristotele, si costituirebbe come un semplice tronco … e le sue parole non sarebbero tali, ma puro flatus vocis […] a ben vedere, i conti non tornano proprio[1]

Dietro l'apparente evidenza della dimostrazione elenctica, una vera e propria dimostrazione indiretta, per auto-confutazione del negatore del principio di non contraddizion, si nasconde un non – detto, non rimosso, ma negato. Secondo Donà:

la presupposizione della ultimatività di quello stesso principio. Come a dire che si può dimostrare che quello è il principio ultimo solo presupponendo già, e 'del tutto ingiustificatamente', la sua ultimatività [2]

Pertanto, allora,

la potenza dell'argomentazione aristotelica dipende tutta dalla disponibilità dell'obiettore a riconoscere il suo costituirsi come 'negatore' e non come 'sostenitore' del principio di non contraddizione[3]

Come detto, infatti, Aristotele risulta vincente proprio per la maniera con la quale viene costruita la dialettica elenctica. Ma perché è così centrale questa presupposizione di fondo? Proprio la clausola aristotelica del 'dire qualcosa di significativo e per lui e per gli altri'? Donà ha le idee chiare quando esplicita il significato di questa determinazione:

dal suo accettare di farsi definire proprio in conformità alla forma del principio di non contraddizione. Un principio che egli sembrava invece di voler destituire di ogni primato. Insomma, il negatore di Aristotele è un negatore apparente. Ché, la sua negazione sarebbe vera negazione solo in quanto fosse disposta a costituirsi, insieme, come “negazione ed affermazione” del principio in questione[4]



Per Donà, sembra di poter capire, la dimostrazione elenctica aristoelica sarebbe solamente un gioco retorico, privo però di consistenza concreta. Infatti, il negatore ivi presente sarebbe soltanto una metafora, e non un contraddittore vero e proprio. Questo basterebbe da solo a svalutare la portata teorica dell'elenchòs.


Tuttavia, anche l'argomentazione di Donà lascia perplessi: ammesso, e non concesso, che le cose stiano come detto, questo è sufficiente per porre in questione la natura essenziale del principio per ciascun dire e pensare che voglia definirsi sensato? La mia impressione è che ciò non basti, anche se pone in evidenza la natura dialettica della dimostrazione aristotelica, costruita appositamente per vincere la contesa.


Peraltro, è lo stesso Aristotele, nello scorrere del suo discorso preparatorio alla dimostrazione stessa, ad affermare la natura “ipotetica” della dimostrazione. Il ragionamento seguito è, grosso modo, il seguente: “il principio di non contraddizione, per via della sua specifica natura, non è dimostrabile, ma possiamo anche far finta di volerlo dimostrare”. In questo modo, se le cose stanno così, appare risibile la perplessità che la stessa suscita: non si tratta di una prova atta a convincere tutti della bontà del principio, ma di una prova atta a mostrare in azione il carattere ultimativo, quanto fondativo di ciascun dire e pensare, dello stesso. Così, Aristotele fa finta di negoziare una contesa con un negatore passivo che accetta tutte le limitazioni imposte dallo stagirita, sorprendendosi magari, ma solo alla fine, che si trova lui in contraddizione, e, dunque, decadendo dalla sua stessa posizione di negatore del principio.


(immagine tratta da: http://profile.ak.fbcdn.net/hprofile-ak-snc4/203487_222872721063181_5695934_n.jpg)


Note


[1] Cfr. m. donà, Sulla negazione, Bompiani, Milano, 2004, p. 47.
[2] Ibidem.
[3] ivi, pp. 47 – 48.
[4] Ibidem.

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